Lettera aperta alla mia Nazione

spettabile Nazione,

ti scrivo per dirti che ormai non capisci più un tubo, ma stai tranquilla, siamo in due. Sospetto in realtà si sia molti di più, però, cara Nazione, non essendo in grado di saperlo con certezza, ti scrivo questa lettera aperta così magari la legge qualcuno che capisce più di me e mi spiega come sistemare le cose.
Ti scrivo avendo letto l’ennesimo intervento / articolo / intervista di stampo scientifico, anzi, di stampo “scientifico”, che dovrebbe spiegarmi con logica inoppugnabile perché sbaglio, perché ho sbagliato tutto e perché, probabilmente, continuerò a farlo.
Metaforicamente parlando, se la realtà fosse una formica, ho constatato ormai da molto tempo come questi tuoi illustri e assai ingegnosi figli siano bravissimi a dirmi di quali molecole è composta una formica, ad elencarmi i tipi di formiche attualmente presenti sulla terra, dividendoli per ecosistemi, e a descrivermi minuziosamente il ciclo vitale di una formica. Però questi tuoi illustri e assai ingegnosi figli, se gli mostro una formica, mi guardano stralunati: “che è?”; “una formica”; “ah davvero? Aspetta che prelevo un campione per controllare se è vero”. Spettabile Nazione, scusa se te lo dico, ma a me non la fai, pure se sono fesso. A te della realtà, delle narrazioni della realtà, della scienza, dei tubi, della logica, di Aristotele, della retorica, della poesia, dello stato sociale non te ne frega niente; come non te ne frega niente neanche del capitalismo, del liberismo, dello stato federale, del cemento, del verde, dei rifiuti, delle formiche, del cha cha cha e del quaquaraquà. Ma mica perché sei cattiva, no. Io ti vedo più che altro come il nonno con cui uno è cresciuto, e che ad un certo punto si scopre essere malato di Alzheimer; inizialmente sembrava solo diventato un po’ più eccentrico del solito, ma ad un certo punto diventa evidente che ha l’Alzheimer. Per cui ora, quando il nonno inizia a parlare che so, di Kant (il nonno era una scheggia, su certi argomenti), lì per lì lo stai pure ad ascoltare, perché Kant è Kant e fa sempre la sua porca figura. Però poi mentre parla il nonno si ferma e sbava, oppure si ferma e, come se niente fosse, inizia il discorso daccapo, come un cd che ripete all’infinito la stessa canzone; oppure salta di palo in frasca, da un argomento all’altro, come un concept album con la riproduzione casuale. Io nel secondo caso potrei pensare ad una nuova narrazione volta a superare Kant, ma se lo facessi sarei più scemo di mio nonno con l’Alzheimer (manco a dirlo, ci sono un sacco di nipoti convinti invece che il nonno non sia rincoglionito, ma metanarrativo).
Spettabile Nazione, un Baricco, per dire, ti fa male con questa storia dei barbari e del 2026, ma capisci, lui campa con la ricerca sull’Alzheimer: se si trova la cura, dovrà affrontare la disoccupazione, e non ci è abituato. Molto meglio campare in quell’ampia nicchia che separa un male curabile da uno trattabile. Non me la sento nemmeno di dargli torto, perché nessuno è realmente pronto ad affrontare la disoccupazione: l’importante, però, è che nessuno mi domandi mai di giustificare la mia paradigmatica idiosincrasia per i Baricco, altrimenti dovrei rispondere con aforismi improvvisati, del tipo “Omero era ispirato dalla Musa, Baricco dal commercialista”. Io non ho di questi problemi, per cui te lo dico chiaro e tondo, consapevole che, in pratica, sto urlando contro mio nonno con l’Alzheimer, quindi contro uno che manco mi ascolta; c’è caso anche che si faccia la pipì addosso mentre invado l’aria con una brillante metafora o un gustosissimo climax ascendente. Ma uno al nonno gli vuole bene, pure se c’ha l’Alzheimer, pure se è cachettico, perché fa parte della famiglia, della tradizione: da qui il mio ridicolo dramma umano, che non riesco ad evitare.
Tu, spettabile Nazione, nel migliore dei casi vivi nella convinzione che la logica di Aristotele basti ad afferrare il minimo comune denominatore che tiene la realtà sopra il baratro del nulla. Ma io so che è un’illusione.
Non è vero che se A=A allora A≠B. Un qualunque burocrate distrugge questo assunto di partenza almeno una volta al giorno. Faccio un esempio. Attualmente io sono un dottorando (un fannullone): per l’Università, che è un sotto insieme dello Stato Italiano, (molto sotto e poco insieme) io sono considerato un borsista, uno studente/borsista per la precisione, e non un lavoratore (un fannullone a norma di legge, per l’appunto). Per l’INPS, presso cui ho presentato documentazione affinché l’Università iniziasse ad erogare la borsa di studio, INPS che a sua volta è un sotto insieme dello Stato Italiano, io non sono uno studente-borsista, poiché l’INPS non contempla, nell’apposito modulo, la categoria studente-borsista. Per l’INPS dunque io sono un lavoratore a progetto. Quindi se A=studente-borsista e B=lavoratore a progetto, per Aristotele A=A, B=B, A≠B, per lo Stato Italiano A=B e Aristotele=nulla.
Oppure tu, spettabile Nazione, vivi nella convinzione che, poiché Aristotele=nulla, allora Aristotele è inutile, esticazzi Aristotele e chi per lui. Perciò balli sul Titanic che affonda, gasandoti come una totale idiota perché diventi sempre più brava a ballare. Ballare è una cosa pratica, Aristotele son chiacchere: “l’ignoranza è forza”, diceva qualcuno che manco sai chi sia, ma di cui però ti adorni. Appena provo a dirti che il Titanic sta per affondare, che è il caso di organizzarsi per calare in mare le scialuppe e provare a salvarsi, mi prendi a male parole perché, nella tua idiozia, auto inflitta, alimentata dai tuoi compagni di ballo, sei davvero convinta che, sotto sotto, chi parla di naufragi, scialuppe e salvezza invidi la tua bravura nel ballare. Oppure, mentre balli, te ne esci con un sofisma che riscuote gran plauso, chiedendo che ti venga dimostrato dialetticamente il pericolo di naufragio. Oppure tu non balli, ma vivi sul Titanic criticando con solidi argomenti quelli che ballano, e mentre mi danno e impreco per cercare ‘sta benedetta scialuppa, mi fai notare che ho sbagliato modo di parlare della scialuppa, per cui è naturale che poi chi balla continui a farlo. Io lì per lì, essendo in pericolo di vita, non trovo di meglio che mandarti affanculo, e allora tu sciorini una filippica incentrata sul mio fascismo. E, a fronte di tutto ciò, mi devo sentire un inetto perché non so remare da solo per l’oceano, e mi trovo come una sfigatissima Cassandra su una nave che affonda.
Tu, dunque, vivi e fai vivere nell’illusione che l’uomo si sia evoluto dalla scimmia: una visione naturalmente più sensata di quella creazionista, che ancora deve spiegare in quale giorno Dio abbia creato il Tirannosauro (tra la notte del terzo e l’alba del quarto?), ma una visione che dimentica un dato. Essersi evoluti dalla scimmia non significa essersene emancipati. E se una scimmia con in mano La Divina Commedia può far sorridere, una scimmia convinta di conoscere La Divina Commedia mi provoca paura e orrore. Perciò, spettabile Nazione, in attesa che qualcuno mi dia la soluzione, e mi spieghi come sistemare questi benedetti tubi che non capisco, ti lascio parafrasando il poeta:

sprofonda in questo tuo bel mare / vattene a morì ammazzata

Distinti saluti,
tuo affezionatissimo Matteo

P.S. Allego CV per la civiltà che prenderà il tuo posto*.
* (disponibile a lavorare anche part time)
Matteo Pascoletti
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