BI

Erano gli ultimi giorni prima del trasferimento. Me ne sarei andato da lì a poco dalla città eterna.

Eterna negli spostamenti, nelle attese, nelle disattese disattenzioni di chi la vive. Eternamente sofferta e sofferente.

Quattro anni voltati indietro a prima ancora, quando decisi di fermarmi qui e poi incontrare e lavorare nella redazione. Nella redazione avevo prima una mia scrivania, poi un collega, poi ancora una stanza con altri due e alla fine eravamo una specie di farm.

La redazione è stata in pratica la scoperta dei miei giorni da scrittore-attore-precario-svogliato, l’illuminazione professionale, la redazione è stata un marchio che si è impresso nelle mani, a volte scolorendo e a volte brillando.

Adesso me ne andavo. Via dalle strade che fanno male alla schiena e alla lombalgia, via dagli strilli il sabato mattina nell’atrio sotto casa. Via. Semplicemente via.

Nella redazione poi mi sono capitati tutti, ho parlato con tutti. Andavano e venivano e altre volte andavano soltanto.

Sabina divideva la stanza con me. Quando la vidi la prima volta se ne stava con il sorriso imbronciato che è sempre stato la sua firma sul mondo. Aspettava di essere presentata, di familiarizzare.

Piercing sul labbro, occhi bistrati di nero. Arrivò che ero in altra stanza e in un altro appartamento. Poi ci ritrovammo nella stessa stanza seguendo il corsoscrivaniasingolocollegastanzaaltricolleghiunicastanzatanticolleghi.

Le chiacchiere poi fanno da mensa: ti avvicinano, ti saziano, ti aprono lo stomaco. Con Sabina, poche chiacchiere, qualche sguardo complice (senza sapere perché poi) e la condivisione del lavoro e dell’ufficio.

Una ragazza con un naso che se avesse preso vita sarebbe andato a fare la star in un circo vista la sua mobilità e gommosità innaturale, un’altra firma sul mondo che la circondava, sulle persone che pendevano da quelle labbra decise e pensierose.

Erano gli ultimi giorni prima del trasferimento. Quando camminavo pensavo a moltissime persone, facce, locali, parcheggi introvabili che avevo cercato. Invano. Sabina mi salutava e io ricambiavo ogni giorno.

Strano come ci si affezioni a qualcuno di cui si sa così poco, qualcuno che avresti voluto invitare per una birra o una cena o un film e che invece non ha mai ricevuto quell’invito. Strano davvero. Eppure è così, eppure è così.

Tornavo verso Termini per prendere il tram, il 5 o il 14, per tornare a casa ed essere raggiunto.

Camminavo con l’i-pod e i Subsonica che cantavano il Veleno, camminavo veloce, soddisfatto del cambiamento che stava arrivando ma anche tanto pensieroso per i problemi di salute che avevo, per il viaggio verso Milano, per la nuova casa, la nuova vita.

Arrivato alla banchina mi fermo tra una piccolissima sudamericana e un indiano, guardo a sinistra verso l’arrivo del tram. Niente. A destra gente che corre per attraversare le strisce con il rosso e davanti a me. Sabina. Con un libro in mano, appoggiata all’entrata della metro davanti alla farmacia.

La osservo per un attimo. Un altro. La osservo e sorrido. Prendo il cellulare.

«Pronto?!»

«Cosa leggi?»

La vedo ridere divertita mentre mi dice «Che!? Dove se…eccoti».

Ci veniamo incontro e mi porge il libro a rispondere subito alla domanda.

«Mi hai fatto prendere un colpo, pensavo fosse successo qualcosa nella redazione».

«Ma no, mi era sembrato di vederti». Mento. «Per accertarmi ho fatto uno squillo».

«Come non mi riconosci?!» fa divertita.

«Ehmm, no. Sono solo rincoglionito». Mento ancora.

«Lo conosci? È un libro Fandango».

«No».

«Leggilo se ti capita».

Sorride. È un sorriso ancora divertito e un po’ spavaldo stavolta. Chissà che le passa in mente…

«Aspetto un’amica. Tu vai a casa?»

«Sì,» le rispondo «prendo il tram e vado a casa, mi devono raggiungere»

Ci salutiamo con un bacio. Lei torna ad appoggiarsi, io sulla banchina, mi trattengo dal guardarla di nuovo e per fortuna arriva il tram.

Salgo. Sms. Scendo. Mi siedo nell’ombra della fermata. Il tram parte.

Sabina è lì che legge. Arriva la sua amica e io mi sento battere sulla spalla.

È Marco. La sua amica la guarda e la bacia sulle labbra. Chiudono gli occhi. Marco mi guarda e mi bacia mentre mi accarezza la guancia.

In quel momento mi giro e vedo Sabina girare gli occhi verso di me.

Abbiamo un sorriso fatto di due mezzi.

Il giorno dopo raccolgo le ultime cose, saluto tutti. Anche quelli che ancora non sapevano. Lo faccio nella pausa pranzo. Un momento buono, calmo. Per evitare tante cose.

Esco dalla stanza salutando i libri, quelli da tradurre, quelli tradotti. Nel corridoio vicino la macchina del caffè c’è Sabina, appoggiata al muro con le braccia incrociate.

Ci ritroviamo di fronte.

Si sposta lentamente dal muro, con la testa bassa. Ho gli occhi bassi anche io. Si avvicina.

«Io…»

«Shhh. Lo so. Tu vai via».

È così vicina.

Alza gli occhi. Ci baciamo in un attimo che odora di carta stampata di fresco e lungo il tempo di una tiratura.

Con l’indice spingo il suo naso dopo aver tenuto le labbra tra le mie fino alla fine. Le sorrido ed entro nell’ascensore.

Vado via. Vado via da Roma. Lontano dalla redazione. Vado via da me.

E mentre lo faccio invento la realtà.

 

Alex Pietrogiacomi

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