La critica letteraria spiegata ai giovani

«Noi giovani vogliamo leggere i libri giusti contro il sistema».

Allora fatevi consigliare dai rockettari, che notoriamente hanno ottimi gusti letterari, di solito orientati verso il fantasy e l’horror. Almeno, i rockettari seri. Poi ci sono i rockettari melodici, e poi, in fondo ma proprio in fondo alla lista ci sono i rockettari melodici italiani, per intenderci i fan di Ligabue o di quell’altro lì, che fa i video con gli elicotteri fregando le canzoni ai gruppi inglesi e americani per devastarle, o ammucchia palate di miliardi cantando della droga e della figa, o nel delirio di onnipotenza si veste come Bono.
Poi succede che ammucchiati i miliardi parlando di fighe, e nel frattempo ridottosi il paese allo sfascio (non certo per colpa sua), quel rocker melodico vuole devolvere dei soldi a una causa. Come causa da difendere sceglie lo sfascio della cultura, mica pizza e fichi. Così facendo, il benefattore delle patrie lettere si compra anche la stima di chi lo disprezza da sempre.

«Eh, ma io ascolto i Linkin Park».

Fai bene. Mentre gli ultimi elementi architettonici che decorano le facciate delle nostre illustri università crollano sulla testa di voi studenti, e si evacuano le aule perché i pavimenti sono pericolanti, e le folle di vostri docenti a contratto si portano i termos di caffè da casa perché con 300€ a modulo col cazzo che ci scappa al bar, succede che l’esercizio della critica letteraria – come molte altre discipline – si trovi lievemente in difficoltà.
Così il giovane… ehm… il critico letterario si esaspera di avere come interlocutori dei celebrolesi centenari che trovano molto onorevole resistere all’impatto dell’intonaco sulla testa e urlano il loro dolore nel girotondo, e se ne fugge in Rete. In Rete trova molti transfughi come lui, nascono alleanze, si fanno riviste, si parla molto e si fa anche un sacco di slalom fra i lettori medi che non vogliono accademici fra i coglioni, molto giustamente peraltro. La Rete diventa la striscia di Gaza. Poi Zuckerberg ha un’idea geniale: facciamo un coso dove la gente incontra i vecchi amici e se ne fa di nuovi, ci mettiamo anche le tazze di caffè e tè virtuali, così il critico a 300€ al semestre risparmia anche sul termos. Il resto purtroppo è storia.

«Guarda che io facebook lo uso per le cause».

Non discuto. In Italia abbiamo molti motivi per essere tristi, però ne abbiamo uno per essere veramente orgogliosi, e non lo dico con ironia: abbiamo alcuni (pochi) scrittori molto talentuosi, che un tempo il critico avrebbe definito “viventi”, ma ora si dicono giovani, anche se hanno fra i quaranta e i cinquanta anni. Questo perché in Italia l’alternativa è o giovani o morti. Solo a pochissimi è riservato il privilegio di essere morti viventi dotati non di diritto bensì aihmé di dovere di parola, come Napolitano. Non ditemi che offendo le Istituzioni, perché sono le Istituzioni che offendono me ogni giorno, quando non posso fare il mio lavoro, o voi quando entrate a scuola o all’università.

«Appunto, allora dimmi chi devo leggere per essere contro il sistema».

Aspè che ci arrivo. Anche i nostri scrittori davvero giovani, cioè quelli poco più che trentenni sono molto bravi, ma qua inizia la seconda parte della storia.
In Italia, come ovunque nel mondo, ci sono l’editoria e il mercato. Funziona così, in ogni parte del mondo: le grosse case editrici creano il best-seller e con gli introiti finanziano le opere di valore. Ovunque questo sistema funziona benissimo, e mette chiunque con qualsiasi retroterra culturale in grado di esercitare la pratica della lettura, che non fa mai male. A questa affermazione si sente spesso obiettare che piuttosto che leggere spazzatura è meglio non leggere affatto. Non sono d’accordo, forse perché ultimamente frequento dodicenni, e noto che sono in grado di articolare un discorso con senso compiuto solo quelli che si sono letti la saga di Harry Potter per intero, invece di guardare la televisione. C’è una cosa nella lingua che si chiama vocabolario, e lo si rafforza solo leggendo, non ci sono cazzi. Benvengano quindi i best-seller se permettono anche a chi non ha strumenti culturali di imparare qualche parola in più, e di dare libero sfogo all’immaginario avvilito dalla quotidianità. Qua chiudo l’elogio del best-seller e apro la nota dolente.
In Italia, diversamente dal resto del mondo, esistono i premi letterari colonizzati dalle case editrici che se li accaparrano a turno. Siccome per l’italiano è fondamentale la marca, che è sinonimo di qualità, anche i libri devono essere di marca, ovvero avere vinto il Campiello o lo Strega. Senza il bollino d.o.c. un libro non è un libro. Uno scrittore senza bollino non è nemmeno uno scrittore, è come il finto Parma o il finto Grana. Sarà forse un insegnante sfigato e povero con ambizioni letterarie, perché uno scrittore vero vive della sua arte, e quindi deve avere il bollino, altrimenti è un fallito. Inoltre, è fondamentale che uno scrittore sia in grado di mantenere un livello di vita alto, perché il vero scrittore veste bene, con abiti di qualità, e quindi non può essere povero, sennò come fa a trombarsi le fighe dell’editoria? Se non fa palate di soldi con la scrittura, deve essere ricco di famiglia. Tutto ciò farebbe ridere se non fosse vero e quindi tragico, e spiega anche perché le scrittrici non hanno tempo da perdere nei dibattiti letterari, visto che lo passano a correggere a titolo gratuito le bozze di scrittori aspiranti al bollino, e se aspirano loro stesse al bollino, il loro tempo lo devono impiegare in altri esercizi con gli scrittori d.o.c. o meglio ancora coi piani alti dell’industria del best-seller, ché uno: si fa prima e due: si fa una buona azione, perché la grossa casa editrice con i loro best-seller finanzia le opere di valore.

«Tutto bello, ma noi giovani vogliamo sapere quali sono i libri da leggere contro il sistema».

Ok, ci arrivo, però metti via quel cazzo di I-phone. Siccome il libro non arriva ad avere il bollino se non è stato recensito da chi conta, allora è fondamentale che lo scrittore povero – cioè più o meno qualsiasi scrittore in questo paese – attiri l’attenzione del recensore. Nel campo della cultura di massa, in Italia nessuno ha più potere di chi è messo nella condizione di scrivere recensioni su quotidiani e riviste. E siccome il critico letterario, cioè chi ha seguito un percorso di studi che gli permette di esercitare l’analisi del testo…

«La che?»

…il critico insomma, come abbiamo visto è impegnato a schivare l’intonaco e i baroni mammuth nel mondo reale e i troll in quella virtuale, lo si può dare tranquillamente per estinto. Allora il recensore, cioè quello che anche senza percorso di studi e spessissimo senza sintassi adeguata è messo nella condizione di elargire consigli di lettura, è scambiato per l’invisibile critico letterario. In tutto ciò, la parola “filologo” è diventata un insulto: un ente senziente anomalo che si occupa di catabasi e non certifica i libri in vista del bollino d.o.c. è inutile.
È abbastanza noto che questo particolare periodo della storia d’Italia conta come caratteristiche principali il predominio politico dei finti fascio-secessionisti e del loro capo supremo, che si è fatto plastificare in vita in modo da durare più a lungo possibile. Non è molto noto invece il modo in cui questo predominio è stato raggiunto, quindi vale la pena ricordarlo. Nell’arco dell’ultimo ventennio si è smantellato il sistema educativo e lo si è rimpiazzato con quello televisivo, sicché voi ventenni vi siete formati al magistero di Mediaset. Le case farmaceutiche godono, gli psichiatri anche: vanno a ruba gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina e il Ritalin. Nei blog letterari si discute da anni della funzione dello scrittore senza giungere ad alcuna soluzione condivisa. Si dice che è scrittore chi scrive qualsiasi cosa e pubblica i propri testi ovunque, su carta o Rete, non fa differenza. Si può concordare, ma ci sarebbe un’altra funzione dimenticata, cioè quella intellettuale, che consisterebbe nell’esercitare una critica serrata al sistema. Solo che gli scrittori sono così impegnati ad ottenere certificazioni d.o.c. che alla funzione intellettuale hanno sostituito la piaggeria più misera verso i recensori sponsorizzati dalla società dello spettacolo, e quindi spettacolarizzati a loro volta. Alla critica al sistema preferiscono il sex-appeal, di modo che i recensori possano suggerire a voi ventenni formati al magistero di Mediaset quali scrittori leggere.

«Hei, ma è tutto una merda. Vabbè tanto adesso inizia South Park e domani vado a Berlino».

Claudia Boscolo

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4 Responses to La critica letteraria spiegata ai giovani

  1. MMo says:

    io dico che gli s. devono essere buffoni e, solo saltuariamente, intellettuali. sennò sono puttanelle. con simpatia.
    bel pezzo,
    ciao

  2. clobosfera says:

    Grazie! Claudia

  3. Grande potenza narrativa, complimenti, mi ha colpito molto!
    Per non parlare della tematica.
    Ma quella è un’altra storia(o la stessa?)

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