Tom Waits goes to “Karl Marx Barber’s shop”

La merce è prima di tutto un oggetto esterno, una cosa che per mezzo delle sue proprietà soddisfa bisogni umani di qualunque specie…

(Karl Marx, IL CAPITALE)

ascolta http://www.youtube.com/watch?v=GuwNpB-lrKk

La pubblicità è l’anima del commercio, recita uno slogan; e ciò è quanto di più autoreferenziale possa immaginarsi…
La pubblicità è la ruota del capitalismo.
La pubblicità ha trainato l’America, dentro e fuori la guerra. Le guerre.
In America (Stati Uniti è un eufemismo, sa tanto di Franklin e poco di Nixon), il capitalismo è giunto ad un tale livello di perfezione, o di imperfezione (è più o meno la stessa cosa, esteticamente parlando) da consentire alla ruota di generare Ricchezza, Squilibrio, Iniquità. E Arte.
E così davanti agli occhi del piccolo Tom Waits da Pomona, in ginocchio sul sedile posteriore della macchina del padre, le mani già affusolate e la voce non ancora sottoposta al volontario processo di affumicamento che mirava a renderla simile a quella di suo Zio Vernon, in pellegrinaggio sull’Arizona Route, si snodava una sfilata di 5 cartelli rossi con scritte bianche, 5 puntate, una ogni tot miglia, a comporre una frase e il 6° con la scritta BURMA SHAVE.
Burma Shave diventa per Tommy il paese di Oz, e quando la voce raggiunge finalmente la giusta cottura decide di farci sopra una canzone (o se preferite, una storia, una piece, una preghiera).
Per lui Burma Shave resta il paese dove atterra Dorothy dopo il tornado, anche se Tom ormai sa che oltre l’arcobaleno c’era soltanto l’idea di un ragazzo che durante la Grande Depressione tentava di evitare il fallimento della ditta di crema da barba del padre, inventandosi il primo serial della storia e lo spot del secolo.
Le stampe e l’iconografia ufficiale testimoniano che Marx non ha mai usato Burma Shave, né altre creme da barba. Di qualunque specie…

DomenicoCaringella EnnioCanallegri

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Gemini

DainaMaita

L’ordigno, di sicura provenienza bellica, esplodeva tra le 00,00 e le 00,15 del giorno 21 novembre, lo dimostrano le lancette ferme dell’ultimo orologio analogico nella vecchia torre antistante la centrale. Non ci sono altri elementi per definire mandanti e colpevoli dell’atto criminoso che ha messo in ginocchio l’intera Città. La luce è scomparsa. Tutti i dati sono andati persi in una livella disarmante, sul grande cancello d’entrata gli inquirenti hanno rinvenuto la scritta: «Ut unum sint. Lontano dal sole, vicino alla luce».

Stand by

La Città era piena di luci, milioni di stand by a illuminare la via, un’atmosfera sotto vuoto; condizionatori per respirare, orologi a definire la nostalgia del presente e luci, luci ovunque. La centrale, la nostra vita, entropia. I gemelli avevano uno strano sorriso che li legava, quasi una smorfia d’intelligenza; la luce della centrale a illuminare il loro cammino. Scappò di casa quando era poco più che adolescente, la madre dall’alto del colle teneva il fratello per mano, cercava in quella carezza di rintracciare la metà sana, l’altrove disperso dell’unità. Era fuggito e con sé aveva portato la salute, oltre che il sorriso. La madre passò gli ultimi mesi in ospedale, l’attesa tenue al capezzale di un figlio immobile, lo schianto atroce, la moto schizzata in aria come un gioco pirotecnico, l’ironia bastarda di una macchina pulsante. Erano passati anni, la macchina continuava a pulsare, spingeva sangue in quel corpo malandato, lo sorreggeva come un burattino di fronte alle intemperie degli anni, dell’altra metà non v’era più traccia.

Electrocuore

Il furgone trasportava sei persone, si erano incontrate per caso alcuni anni prima, l’assenza di luce li aveva condotti nel medesimo luogo, erano pronti. Era da poco passata la mezzanotte, il presidente aveva appena pronunciato il discorso commemorativo: la centrale da venticinque anni illuminava le loro anime. Aveva dato un calcio alla bottiglia di birra ancora piena, l’aveva scagliata su quell’immagine così piena di tarli, l’aveva scagliata contro quell’idea di luce perpetua. Si arrestarono nei pressi del colle, una brezza nostalgica colpì allora il volto, quasi fosse già stato in quel luogo, confusa gli apparve l’immagine di una donna, per mano un bimbo. Scacciò ogni pensiero e si concentrò sul suo lavoro: un cancello, le guardie di scorta al rotore e un attimo, solo un attimo per far esplodere i ventricoli fetidi della Città.

Ut unum sint

Il passamontagna calò piano su tutta quella tristezza, in un balzo furono davanti a due guardie grasse e poco preparate, l’idiozia aveva permesso di pensare che nessuno avrebbe mai fatto male al cuore meccanico. Le disarmarono e in pochi istanti furono dentro. L’isocronia maestosa dell’asse sembrò fermare tanta ingordigia, i pensieri per un attimo si offuscarono, ben presto la ragione tornò a illuminare le loro azioni. Con un fischio fermò i compagni, afferrò deciso il connettore primario e lo tirò a sé con tutta la forza. Con un’ascia tranciò quella miriade di cavi colorati e vi pose l’ordigno. L’esplosione fu sensazionale, pulviscolo e nebbia. Buio. Perse i sensi cadde a terra.

Gemini

La centrale cessò il suo moto, le luci si spensero, nell’ospedale un cuore meccanico smise di pulsare e una metà aprì la strada dell’oblio all’altra. Dall’alto della grande torre un gabbiano cominciò a volteggiare.

Tornammo pian piano a veder le stelle.

Luca Moretti

* Racconto pubblicato su Minimal Noir (18:30 edizioni)

Fra due amanti, mentre il resto continuava e non contava

Gli amanti che non si parlavano

 

I pitosfori sull’autostrada odorano di notte. Le notti sull’autostrada si distinguono da tutte le altre notti per l’odore dei pitosfori. Le corsie sono illuminate dalla luce arancione, dalle segnalazioni, dai fari.

In una casupola a due passi dal cavalcavia una coppia di amanti si osserva.

Due corpi in una luce incerta.

I capelli castani posati sulle spalle, gli occhi, le gambe e le dita lunghe, l’espressione assorta, lontana: lui.

Un corpo affusolato e longilineo, ghiacci d’occhi… frammenti un po’ gelidi di stratosfera, movimenti di turbante sciolto nel vento: lei.

Perché non mi ami come ti amo io? pensò lei – lui l’accarezzò e lei si struggeva al suo tocco – Ti amo, ti amo, ti amo cercò di dirgli coi suoi occhi freddi.

Avrebbe voluto confidarsi con qualcuno (la comprensione degli estranei è sempre più saporita), ma con chi? Chi l’avrebbe capita o anche solo ascoltata?

Lui continuava ad accarezzarla, ma con compassione. Lei lo sentiva. Probabilmente le voleva bene perché la compativa, ma lei non voleva essere compatita: voleva essere sedotta.

Non poteva chiedergli neanche di sedurla: lo era già da tempo… da lui, dalla sua personalità, dal suo fascino, dal suo disordine d’artista. E lei, tanto ordinata, lo amava anche per questo. Ogni tanto, la sera, lui s’addormentava davanti alla tv accesa: si stendeva sul divano e dormiva. Allora lei, con assoluta delicatezza, si poggiava su di lui per tenerlo caldo.

Adorava quei momenti.

I loro due corpi uniti in quell’abbraccio di tepore.

A quel punto, molto spesso, si addormentava anche lei… con l’odore di lui in corpo e la speranza che accadesse quello che era accaduto a Epimenide: dormire cinquantasette anni e risvegliarsi in un mondo diverso.

In un mondo in cui quell’amore sarebbe stato possibile.

Nel sonno.

Lui la abbracciò.

Lei sentì due lacrime gelate sfuggirle dagli occhi… cercò di non muoversi – di non rovinare in alcun modo il suo sonno… era anche più bello mentre dormiva – angelico… si mosse lentamente – si avvicinò al suo viso e poggiò la propria bocca sulle sue labbra… poi, dolcemente, ritornò dov’era e si addormentò profondamente.

Il mattino seguente lei si svegliò fra le sue braccia: dalla finestra della veranda entravano i raggi del sole e l’odore dei pitosfori.

Appena sveglio diede fuoco al più bello dei ventiquattro preludi di Chopin, il settimo, e lo lasciò decantare come l’incenso

Andò in veranda e inspirò a fondo l’aroma dei pitosfori.

S’avvicinò al cavalletto e ricominciò a dipingere.

«Ti amo,» gli avrebbe voluto gridare, ma le uscì solo un miagolio strozzato.

Lui le andò vicino e prese a molcerle il pelo.

«Sei la gatta più bella del mondo,» le sussurrò.

Lei si lasciò carezzare e continuò a pensare al suo amore impossibile.

Antonio Romano

Il tempo materiale

Il tempo materiale (Minimum Fax, 2008)

di Giorgio Vasta

Perché il linguaggio, quello di prima, quello in cui c’era tutto, era troppo. (p.193)

 

Non è per niente un libro facile, quello di Giorgio Vasta. È ostico e spinoso, proprio come quel pezzo arrugginito di filo spinato che il protagonista si porta continuamente appresso. E dà pure fastidio questo “tempo materiale”.

Ci ho pensato molto, soprattutto all’inizio, quando non riuscivo a digerirlo. Cos’è che m’infastidisce tanto?, mi chiedevo. Senz’altro l’insistenza sul contagio, sull’infezione, sull’abbandono: lo sguardo insistito sulle piaghe del dolore, la volontà inossidabile dei protagonisti di piegare il corpo alle posture del linguaggio; una volontà che con il passare delle pagine corrode la materia stessa dell’universo, che riconduce il tutto alla “materia stellare frantumata” – una volontà che è resa chiara sin dall’inizio dall’ossessione della scrittura di penetrare le pieghe del mondo, d’infiltrarsi nei più piccoli pertugi e interstizi.

Ma il merito della scrittura di Vasta, la sua grandezza, sta proprio in questo: nella sua capacità di disfare e rifare continuamente la struttura del linguaggio, nel forzarlo e piegarlo incessantemente, nel metterne a dura prova le capacità di tenuta – come se il linguaggio fosse un metallo, e più precisamente il ferro, di cui rimane in bocca il sapore per tutto il tempo della lettura.

Prendiamo gli animali, ad esempio, che sbucano ovunque nel libro: animali (cani, gatti, piccioni) che sono perlopiù randagi, e che della loro condizione portano impressi i segni sul corpo. Attraverso la scrittura l’autore diviene-animale (sono proprio gli animali gli unici veri interlocutori del protagonista), e noi con lui. Non a caso Deleuze e Guattari parlavano del divenire-animale per uno scrittore come Kafka; e difatti c’è qualcosa di kafkiano in questo libro, in questa macchina linguistica che apre buchi un po’ da tutte le parti – sono soprattutto i buchi del linguaggio, le afasie su cui fondare quello che i tre protagonisti definiscono l’alfamuto: come l’incedere barcollante del gatto storpio e del piccione preistorico; o il mutismo stupito della bambina creola; e il dondolio del capo del piccolo Morana, che con la sua sporcizia e il suo rifiuto del linguaggio è al tempo stesso l’infezione e la promessa di una nuova purezza. Poi ci sono i buchi veri e propri, cavità nelle quali vita e morte si mescolano continuamente e dalle quali si estrae sempre qualcosa per azzardo: il ventre dello Spago, che produce un aborto spontaneo; la “radura del porno”, che custodisce il desiderio di sesso, ma anche il suo dissipamento, lo spargersi improduttivo del seme; le crepe delle strade e dei marciapiedi di Palermo; e ancora: le bocche dei palermitani, che masticano i suoni incomprensibili del loro dialetto; infine (ma ce ne sarebbero altri), le cavità in cui si trovano gli alveari, lo sciame delle api che muoiono iniettando il proprio veleno, ma che con le loro evoluzioni rifondano incessantemente la vita, il suo linguaggio.

Deleuze e Guattari definiscono una letteratura minore o rivoluzionaria quella che “comincia coll’enunciare, e vede e concepisce solo dopo”*: come non vedere nell’atteggiamento del protagonista, nel suo immergersi nel nimbo del linguaggio, qualcosa di simile? “Il divenire-animale”, continuano Deleuze e Guattari, “è un viaggio immobile e statico, che può essere vissuto o compreso solo in intensità”**, ed è proprio l’intensità della scrittura di Vasta a costringerci alla lettura, nonostante essa forzi il nostro grado di sopportazione, la nostra resistenza nei confronti di un linguaggio che richiede una rigida disciplina, una forma di militanza che sembra voler escludere qualsiasi forma di compassione o di identificazione.

Simone Ghelli

*Gilles Deleuze e Felix Guattari, Kafka. Per una letteratura minore, Feltrinelli, Milano, 1975, p. 45.

**Ibidem, p. 57.

Futuro Anteriore

Vagheremo nel metaverso

 

Consegna pizze con microchip

tra gli skater-corrieri

gli stupefacenti virtuali, i virtuali stupefacenti

le simulazioni sensoriali, le puttane al bit

 

Sfrecceremo con completi neri, in inverni muti

le strade pulite, i lampioni sempre accesi

gli occhiali a specchio e le mappe olografiche

i marketing laser e le allucinazioni statiche

 

Giocheremo con netrunner socio fobici, innesti cybernetici

e il latex anti-gravity, gli scanner bioritmici,

le memorie resettabili per i sentimenti insopportabili

 

Ci faremo sussurrare ninne nanne memetiche

da illusioni affascinanti, su maxischermi polimerici

di corporazioni multicentriche, labrintiche, irraggiungibili

 

E ci addormenteremo

Come oggi, stanotte, ancora

In case vuote

Stanze vuote

Letti vuoti.

Bambino delle Stelle

AMO L’UCCELLI (Una Mezzasorta di Outing)

Ci son mica mai stato, io, a fare bird-watching, a guardar gl’uccelli, è una ròba che in genere si fa la domenica, come lavare la macchina al jet-wash ma anche andare a messa o a caccia di quaglie beccacce cinghiali e poi mangiare la lasagna prima di incarognirsi con le vicissitudine calcistiche alla radio, ed io quelle son tutte ròbe che almeno una volta nella vita le ho fatte, di domenica, mentre il bird-watching, invece, no. Però l’ingleso l’ho studiato, e so che to bird è un verbo che pure senza watching di fianco puoi tradurlo con “appostarsi ed osservare pennuti svolazzanti”. (pennuti è un termine desueto e poco cortese, poi, mi sembra).

A meno che per “osservare gl’uccelli” non intendiamo “entusiasmarsi per calciatori con soprannomi di uccelli”, ed allora sì, che ne ho visti planare su di un campo.

Ultimamente, pensaté, all’Olimpico quando Roma si colora come Napoli c’è anche chi estrae il binocolo e si sofferma sull’apertura alare piuttosto che non quanto sia arcuato il becco di quell’aquila che quasi sfiora la platea, coi nastrini legati alle zampe, andarsene allo Stadio per fare del bird-watching, c’è da esser falchi, invero.

To bird non ce li ha, i significati sottesi delle sue controparti italofona ed ispanofona uccellare e pajarear.

Chi non dorme piglia pesci e pure uccelli, è questo quel che significa pajarear, pigliare uccelli, un po’ come Quaresma quella volta in Turchia, Quaresma che adesso fa la trivela per la gioia dei tifosi del Besiktas e mancavano pochi minuti alla fine della partita, altro che dormire, doveva correre sulla fascia su e giù per mettere al centro cross da trasformare in gol vittoria, mica poteva perder tempo coi cormorani che paciosi brucavano l’erba, allora si avvicina e zac, pajarea, forse in Portogallo si dice alla stessa maniera, abbranca il cormorano per la ali e lo porta fuori dal campo, sciò, uccellaccio del malaugurio, che porti male e poi non pareggiamo mai.

Gl’ispagnuoli, quando dicon che pajareano, vuol dire pure che se ne vanno in giro così, con le mani in tasca, senza lavoro, senza un’occupazione precisa, senza far nulla, un pajareante è un fancazzista, dopotutto, se non sapevate come si dice fancazzista in ispagnuolo, ora sì. Quaresma ha rischiato, poi, quest’estate, di essere una pajareante patentato, che con l’Inter non lo facevano giocare mai, gl’è toccato in Turchia, per dire. (Besiktas però è bello, come quartiere di Istanbul, alla fine, si fanno un sacco di ròbe, di domenica, a messa non ci si va ed i jet-wash non ci sono, che c’entra, ma il bird-watching, ecco, quella è un’attività assai diffusa).

L’Italia, invece, che sia un’uccellanda è risaputo, ed in periodi come i nostri, tempi d’uccellagione, è tutto un pullulare d’uccellame, dentro e fuori la voliera, dentro e fuori il campo di giuoco del calcio.

Succede che uccellare, oltre a catturare uccelli con trappole, reti o altre tecniche, senza sparare, diomìo no, sparare non si può, se non panzane, significhi pure ingannare, raggirare qualcuno con lusinghe. Allettare altrui a cader nell’inganno. Dileggiare. Irridere.

Ihih, ridere, fa ridere assai l’uso che si fa nel gergo pallonaro del termine uccellare: tecnicamente se sei un portiere, uno tipo Khalid Askri, anche meno scemo se vogliamo, ad uccellarti è l’attaccante quando ti fa un pallonetto. Tu credi di poterla prendere, ed invece ti trovi tra le mani una manciata di farfalle, t’hanno uccellato, bello mio. Che poi d’un portiere che sortisce a vuoto si dice pure che vada a quaglie.

Sono andato a cercare una supposta origine etimologica di “andare a quaglie”, sbatto in un forum di cacciatori, con la doppia c, non calciatori, cacciatori, uno diceva che c’era andato, a quaglie, non faceva il portiere, però, ed il risultato era: Oggi incontri sufficienti su quaglie cattive che pedinano come topi e reggono poco.

Che mi sembra un bel messaggio in codice, ròba che forse neppure a Radio Londra, in quanto a cripticità.

Codificare l’esperienza: quando appioppi a qualcuno un soprannome identifichi la sua essenza profonda e la trasmigri su di un referente significativo.

Garrincha, che mio padre c’ha giocato contro, Garrincha, poi un giorno ve lo racconto, si chiamava Manoel Francisco dos Santos ma per tutti era Garrincha, ch’è ‘l nome d’una specie di passerotti che beccano il mangime a Copacabana, era strabico, storpio, affetto da varismo ad un ginocchio e valgismo all’altro, zoppicava, Garrincha, come zoppicano i passerotti se gli tiri le sassate mentre beccano le molliche di pane.

Emilio Butragueño, che mio padre bestemmiava sempre, quando giocava Butragueño, era el Buitre, l’avvoltoio, un po’ perché aveva il fascino che c’ha il muso d’un avvoltoio, un po’ perché in quanto ad inopportuno opportunismo, lui, era inferiore a nessuno, rapace s’avventava su ogni palla e bèm, la buttava dentro, pure quattro volta di fila nella stessa partita, el Buitre.

Massimo Agostini, quando stava col Cesena, una volta ha fatto goal in sforbiciata, era estate e c’era la Coppa Italia, la Roma arrivava al Dino Manuzzi tutta baldanzosa ed il Condor, che pure lui era davvero un brutt’uomo, pure più ripugnante di Butragueño, faceva goal in sforbiciata, io cominciavo sempre più a somigliare a mio padre, bestemmiavo pur’io, adesso, davanti alle partite alla tivvù, non sta bene, gridava mia madre dalla cucina, non sta bene.

Soprannomi che hanno a che fare con gl’uccelli, poi, nel calcio, ce ne sono quanti ne vuoi, ed il più delle volte li si appiccica a uomini con dei numeri, campioni che possono uccellarti quando e come vogliono, la gallina Maxi Lòpez, Athirson il pappagallo (corri sulla fascia!, gl’urla l’allenatore, corro sulla fascia, ripete lui, corro corro co-rrrrrro, che pappagallo è Athirson), paperi quanti ne vuoi, da Abbondanzieri a Ubaldo Fillol, tutti portieri, i paperi, uccelli spesso uccellati.

E poi c’è il cuculo, il pollo, l’uccello spelacchiato che poi sarebbe Claudio Paul Caniggia, l’airone Caracciolo.

Il cigno di Utrecht. La Gazza reale. Marco Van Basten.

Ci son mica mai stato, io, a fare bird-watching, guardar gl’uccelli, ho detto prima, è una ròba che in genere si fa la domenica, come lavare la macchina al jet-wash ma anche andare a messa o a caccia di quaglie beccacce cinghiali e poi mangiare la lasagna prima di incarognirsi con le vicissitudine calcistiche alla radio, ed io quelle son tutte ròbe che almeno una volta nella vita le ho fatte, di domenica, mentre il bird-watching, invece, no.

Una volta, però, ho uccellato un portiere in pallonetto soffice, dalla trequarti.

Ed un’altra, su Scrittori precari, ho uccellato i lettori rimbambolendoli coi soprannomi dei calciatoruccelli.

Mi son detto: che ne facciamo, oggi, dei lettori?

La risposta, ch’è una mezza sorta di outing, è nel titolo. Provate a leggerlo tre volte di seguito:

amol’uccelliamol’uccelliamol’uccelli.

Che aquila, sono.

Fabrizio Gabrielli

La sentinella di ferro

Ripubblichiamo il racconto del nostro Simone Ghelli, vincitore del primo concorso “Microfinzioni” del blog minima & moralia

Una vita risucchiata dal vuoto.

Ecco quello che vide Ermete la prima volta che ci rimise piede.

Tutta la fatica, il sudore, la forza dei muscoli in tensione, in armonia con il rumore folle delle macchine, e le esplosioni di calore, e i boati, e quell’odore di bruciato che li assediava ovunque; tutto questo era come evaporato, risucchiato dal verminaio di tubi che correva sotto ai suoi piedi.

(continua altrove)