Gli strani (prima parte)

[a mio nonno Ermanno,

che ha fatto in tempo a mostrarmi al sbrègh

solo che io ho iniziato a guardarlo molti anni dopo,

lo strappo delle cose, della gente. Il mio.]

 

 

Non dirmi cosa devo essere.
(Perché dovrei? Tu non lo sai, io nemmeno. O sì?).

Stavolta le urla si sentono dal cortile.
Gli strani ricominciano, pensa Tonino, nato nel trentacinque, vedovo da una decina d’anni, e con due figlie altrove. L’aria è tiepida, il sole brucia già ma l’estate è lontana. La campagna attorno tace, aspetta. La terra aspetta l’arsura, le lucciole sono pronte a danzare per la luna, attendono tra erba e cespugli selvatici, qualche notte scivolano dai nascondigli precari ma sono apparizioni brevi, fughe. È presto, c’è tempo, pensa Tonino, c’è sempre tempo.

(Ti trema un labbro).
A te di più, sei ridicola.

Gli strani ne inventano una al giorno, non sono capaci di vivere come gli altri, di fare i normali. Tonino mordicchia uno stuzzicadenti, se lo passa da un lato della bocca all’altro, coi denti spezzati stringe appena, la lingua ne sfiora l’estremità interna in un’operazione ripetuta con precisione chirurgica. Gli strani potevano anche cercarsi un posto adatto. Perrrdio. Adatto a quelli come loro.
Silenzio improvviso. Eppure la finestra è ancora aperta, spalancata in quel modo che spezza l’ordine. Uno scuro agganciato, l’altro no. Hanno una sola finestra, gli strani. Stanno in un bilocale al secondo piano che chissà quant’è grande davvero. Ma quelli se ne fregano. Sono sempre pieni di gente che va e viene. Molte donne. Tonino sputa lo stuzzicadenti. Anche belle, quelle con i seni pieni, sodi che si muovono invitando sguardi e polpastrelli mentre salgono la vecchia scala esterna. Certe labbra, enormi, gli smuovono qualcosa, fastidio e istintiva erezione, Tonino non cede quasi mai, distoglie lo sguardo e impreca.

L’aria scivola attraverso le stanze, due appena, abbastanza per flessioni di pulviscolo e polvere. Entra, l’aria, striscia fluida sul pavimento macchiato, passa tra i mattoni mal intonacati e qualche mobile spaiato.
Gli occhi le sono diventati enormi, ha pianto.
La porta d’ingresso cigola, un rumore acuto in entrata, un altro più goffo, sordo, verso l’esterno.
Il volto arrossato di Elena Sorrentini sbuca oltre lo stipite del bagno. Sorride alle piastrelle con qualche crepa che ramifica nell’angolo doccia. Sorride e basta mentre lei si passa le mani tra i capelli, le ciocche scure le ricadono davanti agli occhi, ammassi stupidamente sgonfi. La prende per mano, Elena, e la sposta dal lavabo. Non dice niente, non lo fa mai. Entra, esce, mima emozioni con i muscoli facciali. Nell’altra stanza prende a disinfettarle le dita piene di sangue grumoso, quasi secco.

«Si saranno mica fatti del male, loro là?» E mentre lo dice, il vecchio Tonino ha un guizzo. La mente si riempie di caratteri alfanumerici. Polizia. Carabinieri. Pronto Soccorso. Vigili. Il cognato dei Terzani che lavora in tribunale. Non si sai mai con quelli-là. L’aria odora di erba bagnata. La finestra è ancora silenziosa e disordinata.

Non dirmi cosa devo fare.
Elena alza gli occhi, inginocchiata davanti a lei, le passa lentamente ciuffi di cotone morbido, glielo fa scivolare tra la pelle e le unghie, strofina lentamente.
Non dirmi chi sono, hai capito?
Elena annuisce e riprende a disinfettare ma lei, con un colpo svelto della mano destra butta per terra la bottiglia verde pisello. La croce rossa stampata sull’esterno della bottiglia rotola, il liquido denso corre seguendo mappature scavate da tempo e modi nel pavimento.

Si appoggiano sul divano sfilacciato. La bottiglia resta dove si è fermata, da sola, oltre i piedi gonfi del divano. Le due donne fissano l’inconsistenza della parete. Inizia a imbrunire. Uno scuro sbatte, quello non fissato. «Non-nnn-no io chiamo qualcuno,» sta urlando il vecchio di sotto, «qui non si può andare avanti così te lo dico io!» Le parole rimbombano, si schiantano contro il vetro dello specchio, in bagno. Vetro crepato, fratturato verso sinistra a formare una ragnatela imperfetta, triangoli deformi. Gli stessi che volevano decidere per lei. E non le piace, la faccia che vede mutilata, graffiata talmente a fondo da spezzarne i perimetri.
Ha paura. Il più delle volte.
Elena anche.
Una parla solo con se stessa.
L’altra non parla affatto.
Ma c’è qualcosa, quando il cielo si inscurisce, e restano avvolte dalla patina di buio familiare, lo stesso buio che penetra nei loro corpi di giorno e le avvelena entrambe (peccato che gli altri, quelli fuori, non sanno, non sentono. Figuriamoci se possono capire. Capire è una parola importante. Pesante).

C’è qualcosa nella vicinanza, tra mani che si sfiorano, carni strette tanto da sentire le vene pulsare, rombare sopra ogni cosa. C’è che riconoscono lo stesso piano oscillante su cui galleggiano, rullo compressore, martello pneumatico, otto volante. C’è un linguaggio automaticamente comprensibile nel dire-non dire che è non detto-nel detto.

Allora, così, lì, smette il male. Di fare male. Comunque sia, chiunque sia, cosa sia, poco importa. Smette. Diventa nitido, perfetto negli incastri che non si spiegano.

Barbara Gozzi

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