Peep-show

Le cose romantiche non mi sono mai piaciute. Questo me lo sono sempre ripetuta, tanto che non riesco più a ricordare se sono diventata così cinica o lo sono sempre stata. E non si tratta di essere incazzati col mondo, non è questo. La verità è che all’inizio io nel mondo ci stavo bene. Ho avuto tutto. Ma una vita serena vale a dire non conoscere nulla veramente, di quello che c’è fuori. Potevo arrabbiarmi con quelli che mi rinfacciavano di essere fortunata, potevo arrabbiarmi con i miei genitori, che mi hanno permesso di esserlo.

Le persone fortunate, credimi, non sono mai piaciute a nessuno.

E la nostra generazione non piace a nessuno per questo.

Allora abbiamo rovesciato il gioco delle parti: abbiamo smesso di mangiare, abbiamo smesso di studiare, abbiamo smesso di sentirci felici.

Questa cosa me l’ha insegnata Eva. Che la felicità è lobotomia. Che nascere felici è come non avere mai avuto le dita, il tatto, per esempio. E mentre lo diceva faceva scorrere uno sull’altro i polpastrelli.

Eva l’ho conosciuta la sera di un aprile invernale in cui la mia vita è cambiata. Una ragazza così bella io non l’avevo mai vista, davvero. Una ragazza così bella non deve chiedere niente nella vita, pensai. Faceva freddo, io ero fuori un locale di San Lorenzo e piangevo. Così, rannicchiata in un angolo, mentre dall’interno del locale si sentivano le voci altalenanti della gente soffocare un disco di Jimi Hendrix. Eva si avvicinò con una birra. Mi chiese perché piangevo e non le risposi subito. Mi sarei laureata dopo poche settimane in medicina, le dissi, e avevo rotto la sera stessa con il mio ragazzo. Non sapevo cosa dovevo provare. Felicità o tristezza. La disperazione le comprendeva entrambe.

Se non sei felice tu, non permettere a nessuno di esserlo, aveva detto Eva.

Eva aveva un tatuaggio sul braccio sinistro, un cuore trafitto da una spada, attorno una pergamena con sopra scritto “mom and dad”.

Piangi perché non sai un cazzo tu della vita. Ci posso scommettere. Mi disse. Si abbassò sulle ginocchia e poggiò sulle mie un libro. Piccole donne. Da un piccolo flacone fece uscire una polvere bianca, la sistemò in fila e tirò su col naso.

Ci hanno fatto credere un sacco di falsità. Che si deve crescere, come queste povere puttanelle. Che si deve rinunciare. Che ci si deve sacrificare. Che ci si deve innamorare. Quando poi diventano vecchi, queste cose le dimenticano, divertiti, ti dicono, ma solo quando è troppo tardi.

A questo punto della storia, la canzone esatta sarebbe Vodoo child. Ci sarebbero i titoli di presentazione, la musica che aumenta, Eva che mi dice. Pensaci. Tra uno stacco e l’altro della voce negra di Hendrix, e poi si allontana, dopo avermi lasciato un biglietto nella mano. Un appuntamento.

Era il giorno del mio ultimo esame. Andai all’università, aspettai il mio turno. Sapevo tutto. Ero pronta a diventare un medico. Quando mi chiamarono però non riuscii ad alzarmi dalla sedia. Non risposi al mio nome. Cercai nervosamente qualcosa nella borsa per nascondermi in volto e trovai il biglietto di Eva: il giorno indicato era esattamente quello. Mi alzai di scatto e cominciai a correre disperatamente verso l’orario e il luogo indicati.

Questo è il solo modo in cui si può assistere alla propria nascita. Me l’ha insegnato Eva.

Prima ci hanno insegnato Woodstock e poi ce ne hanno privato. Mi diceva sempre lei. La libertà e tutto il resto.

La scena successiva riprende la mia amica di spalle, chinata sul fornello della sua cucina lurida.

La vedevo svolgere quei movimenti come un rituale sacro. In quei momenti era una sacerdotessa inviolabile, nel silenzio. Due pezzi di ferro, i resti di una vecchia stampella, tenevano in equilibrio pochi grammi di oppio. Mi avvicinavo a lei che mi chiamava con lo sguardo. Incameravo il fumo. Incenso.

Ti manca casa? Mi chiedeva sempre, una volta stese sul pavimento della cucina. E io le rispondevo. Si, a volte, Eva, mi manca casa.

Allora lei mi diceva che il vero problema erano i pesci rossi. Ne teneva uno in una piccola vasca sul pavimento della cucina che nuotava in acqua melmosa. I pesci rossi hanno una memoria di soli tre secondi, poi ricominciano ad apprendere per dimenticare tutto immediatamente dopo.

Pensavo che era vero. Che Eva aveva ragione. Che fino ad allora l’affetto dei miei genitori, la felicità di rispondere ad un preciso senso del dovere e non del volere, era stata la mia gabbia. Raccolta dalla memoria degli affetti.

Ci hanno insegnato Woodstock e poi se lo sono ripresi. Lo hanno trasformato in colpa e poi lo hanno dimenticato. Infliggi alla tua casa la tua assenza. Questa è la punizione che si meritano.

Domani partiamo. Mi disse. Se tu non sei felice, non devi permettere a nessun altro di esserlo.

Ed era l’estate e il nostro primo viaggio insieme. Prese l’estremità della stampella ancora rovente e l’appoggiò sull’interno del braccio pallido senza emettere suono. Fece lo stesso con me. Doveva essere quello l’inizio della liberazione.

Ci fanno credere che il dolore sia qualcosa di negativo. Ci hanno insegnato Woodstock e poi se lo sono ripresi.

Fanculo la nostra generazione. Fanculo la modernità. Io ed Eva insieme fondammo un tempo nuovo.

La libertà di una donna a Londra si chiama Peep-Show. Sai cos’è un Peep-Show? Immagina un locale luminoso nel centro trasgressivo di Soho. Immagina delle cabine, separate da un’altra stanza con un vetro unidirezionale. Il cliente vede la donna senza essere visto. La donna si tocca, balla, si accarezza, si dondola su un’altalena di fiori. Il cliente si tocca con la donna, sente il proprio respiro che si condensa sul vetro. Nient’altro. Non è prostituzione, non è sfruttamento. È un modo onesto di affermare la superiorità della donna. Io che scopro lentamente una gamba, lentamente, fino al ginocchio, vicino, che quasi puoi toccarlo, così, e ti eccito e ti sono vicina senza esserci. So che tu mi stai spiando. So che sono bella. So che ti stai eccitando. Una cosa del genere, insomma. Ed è la cosa più autentica che c’è. Spiare dichiaratamente una donna. Rendere conto dell’atto. Pagare i diritti dell’atto. I nostri clienti erano i più sani appassionati di sesso che avessi mai conosciuto, come i grandi amanti della musica, che spendono tutto in dischi e trovano oltraggiosa la condivisione in rete. I nostri clienti non avrebbero mai spiato dal buco della serratura, di nascosto. Il punto estremo in cui il reality si dichiara fiction, senza falsi buonismi, era questo che affermavamo continuamente.

Piccole donne sotto vetro che danzano ondeggianti come pesci rossi. Goldfish in a Bowl, mi pare dicesse una canzone. Forse erano i Pink Floyd, ma non lo ricordo, non lo ricordo.

Abbiamo iniziato a guadagnare in quel modo. Potevamo ottenere tutto quello che volevamo. Ci sentivamo delle dive. Era come un banco del seme senza giornaletti porno e senza fiducia nella riproduzione. Dopo qualche mese eravamo diventate famose. Preparavamo i nostri show in un appartamento di periferia e li ripetevamo al locale. Nelle notti di Soho non esisteva cordone di velluto che non si alzasse per farci passare. Per la prima volta eravamo libere. Pensavo ad Eva come la mia vera madre. Madre senza padre. Era anche lo schifo per gli uomini ad accomunarci. La maledizione dell’innamorarsi, un motivo in più per sentirsi schiave.

Lei me l’aveva insegnato, io le credevo. Da bambina era stata violentata dal padre. Quella sera me lo confessò ridendo. Scopare è uguale con tutti. Non c’è differenza, aveva detto. La cultura vuole che non sia così, ma pensaci, è tutta una finzione. Tutti gli uomini sono uguali… lo dice anche il vangelo, no?

E rideva, infilandomi una giarrettiera rosa pallido ad una gamba. Mi baciò dolcemente sulle labbra. La felicità non esiste, sussurrò. Quella sera allo specchio vidi solo due anoressiche vestite da bambola.

Entrai in cabina senza sorridere. Dondolavo sull’altalena e in alto le corde si avvolgevano su se stesse, facendomi girare. Guardavo in basso. Dall’altra parte del vetro sentivo la voce di un uomo che mi diceva di togliermi il vestito , di sfilarmi lentamente le mutandine di pizzo giallo pallido, un nastrino per volta, sul fianco. Io stavo ferma a guardare nel vuoto. Iniziò a dirmi che ero una puttana, che aveva pagato per vedere, che non lo facevo eccitare abbastanza. Pensai alle gite in campagna. Pensai a tutte le volte che di sabato sera aspettavo sveglia i miei genitori che rientravano tardi, e a quanto ero sollevata nel vederli. Pensai alla mia camera, ai miei dischi di Simon & Garfunkel, alle poesie di Herman Hesse.

Mio padre che mi legge i versi di Omero in una giornata di sole, ai raggi che filtrano tiepidi dal vetro della cucina, mentre mia madre prepara la tavola con i colori più belli del mondo.

Sobbalzai al suono che indicava la fine del turno. L’uomo era andato via. Uscii fuori e accesi una sigaretta. Mi cambiai. Andai a casa. Aveva iniziato a piovere. Era bella la notte di Londra con la pioggia e mi sentivo affondare nelle cose.

Arrivai a casa mezza fradicia di pioggia ma ricordo perfettamente che andava bene così. Avevo cambiato idea e forse di vita ne avevo vista abbastanza. Che ero sempre in tempo per insegnare ad Eva quello che avevo scoperto e cioè che non tutto è definitivo. Che si è sempre in tempo. Questo lo pensai mentre cercavo le chiavi di casa, davanti alla porta.

E adesso immaginala con me, una voce che mi chiama. Una voce musicale, una ninnananna che inquieta. Bambolina. Mi chiama. Torna qui. Dice. Bambolina. Ho pagato per vedere. E ricordo che la borsa cadde a terra e si sentì solo il rumore delle chiavi.

Immagina: io che non ho fiato per gridare. Che mi fa male il cuore. Che provo a dimenarmi ma l’uomo stringe forte, mi trascina in un angolo di strada vuota. Sento che puzza. Sento che respira forte sul mio collo. Mi strappa i vestiti da dosso. Mi mordo la lingua per sentire più dolore, il mio, che io posso farmi più male di come me ne fa lui.

Basta, basta, ti prego, basta. Adesso basta. E dopo poco mi accorgo che non sento più niente, neanche la pioggia sul volto, neanche il freddo. Non avere paura, mi dico. Tra poco sarà tutto finito. E penso a quando nei sabati sera della mia infanzia lenivo da sola la paura dell’abbandono. Domani saranno i miei genitori a svegliarmi. Perché non mi hanno abbandonata. Saranno loro. Domani, domani sarà tutto finito.

Restai con il volto piantato a terra in una pozzanghera. Mi svegliai insieme a Londra alle prime luci oblique del mattino. Il sapore del sangue e quello della terra bagnata sono simili. Sanno di ferro. Senza muovermi riuscivo a guardare la porta di casa. Eva ha già portato dentro il latte, pensai. Ma non riuscivo a muovermi né a chiedere aiuto. Con un braccio sfiorai a tentoni la superficie della strada. Le mie dita incontrarono un pezzo di carta bagnato dove era ancora riconoscibile il nostro indirizzo. Il tratto blu scritto a penna e sfumato in parte e mi ricordò una laguna dipinta ad acquerelli. A stento riconobbi la scrittura di Eva.

Se tu non sei felice, non devi permettere a nessun altro di esserlo.

Ci hanno insegnato Woodstock e poi se lo sono ripresi, con l’innocenza e tutto il resto.

E noi non siamo altro che pesci rossi. Lo ricordiamo per tre secondi , poi basta. La condanna è eterna. Dobbiamo imparare ogni volta ad impararlo di nuovo.

 

Olga Campofreda

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Intervista a Mishna Wolff

Con “Credetemi, c’ho provato” (Fandango, 2010) Mishna Wolff si mette a nudo e racconta la sua incredibile vita da bianca cresciuta come una nera, le tragicomiche peripezie di un’adolescente in bilico tra due culture.

Un romanzo incantevole e una vita decisamente non convenzionale di cui abbiamo parlato con l’autrice in Italia per la promozione del libro.

 

Alex Pietrogiacomi: Il tuo sguardo sul mondo. Bianco, nero o… ?

Mishna Wolff: Qualsiasi storia che parla di una maturazione e di una crescita come la mia storia, parla in realtà di un cambiamento che ti porta a spostare la prospettiva, il tuo sguardo sul mondo diventa diverso e non vedi più questo come bianco e nero, ma come quello che è: grigio, complicato, pluridimensionale. E quando ero una bambina piccola guardavo il mondo dall’esterno e volevo crescere per entrarne a far parte, ma crescere significava anche vedere le crepe di questa facciata e capire che tutto non è come pensavi da sempre che fosse.

 

A.P.: Qual è la cosa più difficile dell’integrazione per un bianco? E in generale?

M.W.: Non credo che ci sia una differenza, quello che è difficile è restare autentici, quando tutti quelli che ti circondano sono molto differenti da te. Crescendo nel mio quartiere ho capito che la gente non mi avrebbe rispettato o sarebbe stata diffidente se avessi tentato di imitarli in qualche modo, se avessi cercato di essere a tutti i costi come loro, se mi fossi sforzata di piacere. La difficoltà è questa, in situazioni del genere: l’autenticità, il saperla mantenere. Continuando a rispettare le differenze di chi ti sta attorno. Nel libro si legge che ero un’outsider e che ho cercato di imitare gli altri per piacere. A volte funzionava altre no, ma comunque alla fine ero io a non piacermi. Ero spaventata, insicura, ma indossavo una maschera che non mi apparteneva…

 

A.P.: Scrivi che al tempo del trasferimento nel ghetto, si poteva essere talmente poveri da non potersi permettere di essere razzisti, credi che sia ancora valido questo discorso?

M.W.: Era un tempo di controcultura dove c’erano gli hippy bianchi che si trasferivano nel ghetto per far crescere i loro figli, succedeva in parte per motivi economici e in parte per motivi politici. Nel nostro caso non era così però, perché i miei nonni abitavano lì, poi si sono trasferiti in un quartiere migliore lasciandoci casa. Noi siamo sempre stati poverissimi perché mio padre combatteva sempre per riuscire a tenersi un lavoro, ma i nostri vicini pensavano che fossimo poveri apposta, visto che essendo bianchi non potevamo esserlo.

 

A.P.: C’è una grande quantità di nomi neri nel tuo libro, lanciati qua e là, presi dalla musica, dalla storia e dalla letteratura, come ad esempio Iceberg Slim. Come hai vissuto questo tipo di contraltare alla cultura bianca?

M.W.: Io rimanevo assolutamente stupefatta di come nella scuola dei bianchi i miei compagni non conoscessero nomi che per me erano assolutamente imprescindibili come Huey P. Newton, co-fondatore dei Black Panthers che aveva coniato lo slogan Fight the power,del fatto che non avevano mai sentito parlare di George Benson, Run DMC, mentre invece erano ferratissimi su The Smiths o Beastie Boys. Ecco non capivo proprio come si potessero ascoltare i Beastie Boys mentre nel mio quartiere si ascoltava il vero Rap, quello appunto dei neri.

 

A.P.: Prendere la propria vita e raccontarla al mondo. Voglia di sfogarsi? Un atto di ribellione verso il padre o un’assoluzione?

M.W.: Io diciamo che ne ho sempre parlato della mia vita, ma dopo 6 anni da modella mi sono resa conto che dovevo parlare, che avevo qualcosa da raccontare e quando cominci a parlare ti rendi conto che non sei più “cibo” e che hai qualcosa da dire, quindi la prima ribellione è stata proprio questa, il cominciare a parlare, quando non volevo essere più un oggetto. Il primo saggio che ho scritto sulla moda ha offeso molte persone, ma questa storia, che ho impiegato dieci anni a metabolizzare prima di scrivere, mi ha stupito perché non pensavo che la mia vita potesse essere letta come “così speciale”, così diversa, e questo l’ho capito raccontandola. Ho avuto però bisogno di molto incoraggiamento dall’esterno prima di poterlo fare.

 

A.P.: Dopo aver scritto il tuo romanzo cosa hai scoperto in più su tuo padre e su di te?

M.W.: Credo di aver scoperto qualcosa di più sulla narrazione in realtà e cioè che la perfetta commedia e la perfetta tragedia si ottengono quando hai due persone con punti di vista totalmente conflittuali e che hanno entrambe ragione.

 

A.P.: Dove finisce la vecchia Mishna e dove comincia la nuova?

M.W.: Non credo che la vecchia Mishna sia mai finita, spero di essere in continua mutazione.

 

A.P.: Cosa butti della tua vita nel quartiere e cosa tieni assolutamente?

M.W.: È una domanda molto difficile. Io avevo molti giudizi su persone che ritenevo più privilegiate, più “bianche”, sono venuta al mondo con molti pregiudizi su parecchie cose che ritenevo borghesi e alcuni di questi erano profondamente sbagliati. So che non suona molto ribelle, però ci sono altre prospettive, altri punti di vista che non sono sbagliati. Certo non potrei mai essere testimonial del manifesto del capitalismo, per me tutti quelli di Wall Street dovrebbero essere ammanettati, però avevo molto bagaglio superfluo su alcuni concetti come il successo, il denaro: guardavo chi aveva i soldi e davo per scontato che fossero dei deficienti, ma non sapevo cosa succedeva veramente nella vita, nelle case delle persone. Butto via questo. I giudizi. Tengo assolutamente il divertimento! Perché crescere così è stato folle ma divertente, i ragazzini erano spontanei in un modo che non ho più avuto modo di vivere, sapevano raccontare storie e lì ho imparato perché se non sapevi farlo non avevi il diritto di parlare. E le donne nere che ho incontrato portavano avanti famiglie, avevano un senso di responsabilità, di comunità meravigliose. Donne incredibili.

 

A.P.: Ti sei avvicinata alla musica, sei una scrittrice, una bianca e una nera, modella… in queste tue “anime” qual è il comune denominatore?

M.W.: La curiosità.

 

A.P.: Cosa hai trovato in Italia?

M.W.: Ho viaggiato molto in Italia e la cosa che mi piace di più sono gli italiani perché sono molto acculturati ma anche capaci di stare insieme, di divertirsi. E queste due cose non sempre vanno di pari passo.

 

A.P.: Cos’è l’ironia per te?

M.W.: Tutto. È vedere la scena che si scrive da sola, tu che osservi lui e lei e ti rendi conto che tutto è perfetto e non vedi l’ora di scriverlo.

 

A.P.: Come andava con i tuoi ragazzi quando gli raccontavi la storia della tua vita? Hanno mai pensato di trovarsi davanti una svitata?

M.W.: Li preparavo, gli spiegavo la situazione dicendo che mio padre era veramente grosso. Cercavo di fargli accettare la situazione e loro pensavano che esagerassi, ma poi capivano e ci credevano davvero, altro che svitata!

 

Alex Pietrogiacomi

Tutta colpa di Miguel Bosé

Tutta colpa di Miguel Bosé (Fazi, 2010)

di Sciltian Gastaldi

 

 

Inutile girarci attorno, è stata tutta colpa di Miguel Bosé e del suo balletto sul pezzo Super Superman giunto in Italia nel 1979. Mentre lo guarda, il piccolo Evandro non può fare a meno di provare un’attrazione strana – “diversa” per utilizzare un termine caro agli anni Settanta (e non solo, purtroppo) – nei confronti del cantante.

Evandro, terzogenito della famiglia Chiericato, è un bimbo “sensibile”, che vive nella più classica delle famiglie italiane. Due fratelli maggiori: il primo fervente militante del MSI, nostalgico del Duce e finto duro; la seconda cattolicissima, la cui vita si svolge tra una preghiera ed un rosario. La mamma è una ex cantante di piano bar che ha rinunciato ai suoi sogni e si dedica a tirar su i tre figli. Il padre è un uomo tutto d’un pezzo, uno che rimpiange i Savoia. Evandro ha come miglior amica la tv commerciale degli anni Ottanta. Assieme a lui ripercorriamo tutta la nostra infanzia: cartoni animato culto come Georgie, Lady Oscar, Candy Candy, le spaccate di Heather Parisi, le esibizioni di Renato Zero durante la trasmissione del sabato sera Fantastico. E ancora Drive in, le scarpe della Converse – ora di nuovo di gran moda – il mondo come lo ricordiamo con gli occhi dei ragazzini.

Attraversiamo così tutti gli anni Ottanta, con ironia, con sarcasmo, con la dolcezza che si dedica al racconto dei nostri ricordi più intensi e profondi. Evandro ci racconta cosa significa prendere consapevolezza di se stessi, sentirsi soli in alcuni passaggi delicati della propria esistenza… e poi finalmente osare, sorridere, prendere il coraggio a due mani e vivere la vita in tutta la sua pienezza (una seconda possibilità non ci sarà concessa). Evandro è fieramente “metrosessuale”, termine che ha coniato lui stesso. E non è sempre facile esserlo nell’Italia “piccola piccola” in cui viviamo.

Con il sorriso sulle labbra, Sciltian Gastaldi ci regala un romanzo che si legge tutto d’un fiato, da cui si fa fatica a staccarsi: i suoi ricordi sono esattamente anche i nostri, quel “piccolo mondo antico” è quello in cui noi siamo cresciuti – e che forse un po’ ci manca. L’autore riesce a coinvolgerci totalmente. Non c’è una sola emozione che non riesca a trasmetterci. Ci indigniamo, ridiamo, ci innamoriamo assieme ad Evandro. E assieme a lui siamo al World Gay Pride del 2000. Perché la sua battaglia per i diritti civili LGBT, è anche la nostra battaglia. Perché la sua idea di mondo è esattamente la nostra idea di una società che sia più giusta e che non discrimini ma includa.

Sì, è decisamente colpa di Miguel Bosé. O – più probabilmente – tutto merito suo.

Serena Adesso

I gendarmi del buon governo vecchio – Sesta parte

[qui le puntate precedenti]

I tre gendarmi mi squadrano dal basso in alto, protetti dalle loro divise e dai loro manganelli. Penso alla sigla di un vecchio programma televisivo che trasmettevano quando ero bambino.

«Ragazzo! Ti sembra il momento adatto di cantare?» dice il più affascinante dei tre, quello che continua a sorridermi da un bel po’. Com’è bello penso tra me e me. Avrei voglia di baciarlo, mi sorride e quando lo fa è ancora più affascinante. Eccolo che si avvicina, spero mi dia una carezza, gli guardo le mani, possenti, delicate e forti al contempo. Deve essere un animo nobile.

«Ti terremo sotto controllo, per ora vai pure,» gli lancio un’ultima occhiata d’imbarazzo mentre rimetto il documento nel portafoglio. Mi allontano con il pensiero del gendarme buono ed affascinante che mi rimbalza in testa. Giro l’angolo e bestemmio i santi uno per uno e maledico quella merda di gendarme con quella faccia da culo e quei baffi orrendi e per giunta tagliati alla cazzo di cane. Per non correre rischi ulteriori opto per ritornare a casa. Mentre salgo i gradini del palazzo con la mia bici a tracolla, mi scontro con Ernesta, la saluto distrattamente fingendo fretta. Meglio non pensare a nulla.

«Ci sono passata anche io,» mi urla lei. «Cosa dice?» penso.

«Ti hanno pensierizzato per bene anche a te». Mi fermo, penso che forse dovrei parlare con Ernesta, potrebbe aiutarmi.

«Aspettami a casa, arrivo tra una mezz’oretta,» mi dice lei sorridendo.

Trascorro quasi un’ora in casa in attesa di Ernesta, finalmente bussano alla porta. Dallo spioncino vedo lei, vestita con il suo solito completino scuro che le lascia intravedere il seno deforme.

La faccio entrare e ci accomodiamo in salone, lei mi dà una carezza e mi rassicura, come una madre amorevole assicura il figlio impaurito.

«Ci sono passata anche io, ma sai bene la mia situazione privilegiata, non è impossibile uscirne, sono venuti in casa vero?»

«Sì, ma come hanno fatto?»

«Giocano sui tuoi ricordi, nessuna iniezione, nessun microchip, si basa solo sui tuoi ricordi, sulla suggestione… a me entrarono attraverso il senso di colpa di un’amicizia che troncai. Per caso hai riconosciuto delle voci familiari durante l’interrogatorio?»

«Sì, quella di mio padre».

«Come pensavo. Capisco che può sembrarti assurdo ma è come se fossero entrati attraverso una porta che tu gli hai involontariamente spalancato. Io per liberarmi della pensierizzazione ho dovuto rintracciare una mia vecchia amica che avevo tradito dieci anni fa, riallacciare un rapporto con lei, di sincera amicizia, e solo quando lei smise di avere rancore nei miei confronti, la porta si chiuse. Una volta chiusa la porta sei impenetrabile».

«Ma mio padre è morto da due anni, come posso fare?»

«Io non so perché tu abbia voluto aprire la porta di tuo padre, ora è da capire il perché ed una volta individuato, tentare di richiudere l’ingresso. Solo così potrai essere invulnerabile. Se non lo fai, nel giro di pochi giorni scopriranno tutto. Ci vorrà poco a scoprire i tuoi pensieri, soprattutto per chi sa riconoscere i pensieri falsi da quelli veri, potrai divincolarti tra i gendarmi meno esperti, ma quando busseranno alla porta di casa gli esperti in materia, mi dispiace dirlo, ma avrai ben poco da fingere. La tua ipocrisia forzata non durerà che pochi minuti. Credimi».

Purtroppo era sincera, così come sincera era la mia paura. Così come sincero era l’abbraccio che mi diede su quel divano. Ero al riparo in quel momento, avrei voluto addormentarmi, ma il campanello di casa prese a suonare.

Diventai di pietra. Ernesta anche.

«Non avvicinarti alla porta d’ingresso,» sussurrò Ernesta.

«Apri, lo sappiamo che sei dentro, ti abbiamo visto entrare con la tua bici!»

Quella voce mi era familiare.

«Riconosci quella voce?» mi chiede Ernesta.

«Penso di sì…»

«Potrebbero essere i gendarmi, vogliono provare a sollevare una seconda porta di pensierizzazione, così facendo avrebbero due entrate assicurate».

Ora il problema era questo: avvicinarmi allo spioncino per controllare chi era fuori la porta, avrebbe potuto causare la lettura di un mio pensiero, nel caso ci fossero stati i gendarmi ad aspettarmi. Ernesta era immune e prese ad avvicinarsi alla porta di casa, tentando di fare meno rumore possibile. Movimenti da bradipo. Lentezza. Respiro controllato. Tutti elementi necessari che però non le fecero notare il bastone di legno che era poggiato nel corridoio a pochi centimetri dall’ingresso.

Ernesta con il piede destro diede una botta all’asta che cadde in terra rimbalzando più volte fino ad assestarsi.

«Apri, sono io! Ma che fai ti nascondi?» la voce da dietro la porta insisteva sempre più familiare, tanto da farmi sollevare dal divano per andare ad aprire. Ma arrivai solo alla porta del salone, giusto per poter vedere Ernesta in fondo al corridoio che stendendo il braccio e spalancando la mano m’intimò di non avanzare. Mi fermai. La mia vicina di casa avvicinò l’occhio allo spioncino per vedere fuori, lentamente. Si voltò verso di me, non disse nulla. Io pensai che aveva degli splendidi occhi. Lei abbassò le palpebre e la pelle del suo viso evidenziò la tensione accumulata in questi pochi minuti.

 

CONTINUA…

Andrea Coffami aka Angelo Zabaglio

A BOCA AMARGA, MATE DULCE

Se lo diceva Aniello c’era da star tranquilli, non c’era spazio per interpretazioni sibilline. Aniello spiattellava sempre le cose così com’erano, nessun doppio senso, pane al pane vino al vino: andiamo alla spiaggia e facciamoci una tedesca, dài, proponeva.

Sorrento d’estate e i campeggi e le roulottes, Wake me up before you go-go degli Wham nel juke-box in pineta, i guappi più grandi con la pelle caffè che si strusciavano alle bellezze crucche, noi imberbi col cuoio sotto braccio, ciucci coi ciucci di plastica al collo, di tutti i colori.

Farsi una tedesca era, al contempo, sogno recondito e passatempo preferito delle nostre estati: bastavano due cortecce a far da pali, la traversa così ad occhio, in porta comincio io, urlava Gaetano, per pigliarsi cinque punti in più.

La tedesca può starci che tu la conosca come Calcio Tedesco, non quello che Bizzotto ne sa più di tutti, che come pronuncia lui Borussia Moenchengladbach nessun altro.

Il calcio tedesco è quello che si gioca in strada, e che funziona così: abbiamo venticinque punti per uno, Gaetano va volontario in porta e perciò parte da trenta. Noialtri cominciamo a palleggiare, a passarci la sfera al volo, acrobazie circensi manco fossimo virtuosi del chinlone: l’obiettivo è quello di far goal prima che la palla tocchi terra. Non importa se di piede di testa o di ginocchio, in sforbiciata o di schiena, col sedere o con la spalletta: che poi li toglie tutti, i punti del portiere, il goal di spalletta. Per ogni segnatura c’è un punteggio, un punteggio che viene scalato a chi difende la porta improvvisata, l’importante è che non ci si avvicini all’area piccola e che non si tocchi mai il cuoio con le mani.

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La bolla-mondo

Era una bella giornata di sole, così settimana scorsa ho deciso di andare al mare. Ho preparato la borsa con costume, asciugamano, acqua, panino, crema abbronzante e ombrellone. Sulla litoranea tanto traffico, qualcun altro oltre a me aveva avuto la stessa idea. Ho acceso la radio e atteso pazientemente lo scorrimento della fila. Finalmente il mare. Trovare parcheggio è stato impegnativo ma non impossibile. Finalmente la sabbia. Ho posato la sacca, fatto la buca per l’ombrellone, mi sono spogliata, steso l’asciugamano, messa la crema e mi sono sdraiata. Finalmente il sole sulla pelle. Un piacere squisito, un godere sottile.

Ad un certo punto ho sentito qualcosa che mi rimbalzava sulla coscia. Mi sono distratta dal tepore, guardato sull’asciugamano, niente, solo granelli di sabbia. Rimessa in sintonia col sole, dopo pochi istanti ho sentito nuovamente un colpetto sulla gamba. Mi sono rialzata faticosamente ma ho visto solo una piccola pallina trasparente. Me l’aveva tirata qualche bambino? Gettata via ho preso gli occhiali dalla borsa e mi sono ricoricata sul telo. Tac! Di nuovo quella cosa sulla coscia, cominciavo a scocciarmi. Mi sono rimessa seduta ma quella volta la pallina era più grande, come una di quelle da tennis. Mi sono guardata attorno, senza vedere però alcun bambino. Ho preso la pallina, mi sono incamminata fino alla riva e l’ho lanciata in mare. Tornando ho preso la bottiglietta dalla sacca e bevuto un goccio d’acqua alla frescura del mio ombrellone.

Mentre stavo rimettendo la bottiglia a posto ho sentito un colpo forte al braccio. Quella pallina da tennis era diventata un pallone da calcio, sempre completamente trasparente. A quel punto ho urlato: «Adesso basta però con questi scherzi!» e ho tirato un calcio forte al pallone facendolo sparire dietro alle cabine. Mi sono rimessa al sole, quando sulla pancia mi è caduta una palla grande come una ruota di camion, sempre trasparente. L’ho osservata con un po’ più di attenzione tenendola tra le mani, quando questa è schizzata via volando come colpita da un forte colpo di vento. Senza scompormi più di tanto mi sono calata gli occhiali sugli occhi e rimessa al sole. Dopo un po’ ho cominciato a sentire un solletico sul dorso dei piedi e spaventata mi sono alzata di scatto. Davanti a me c’era una palla enorme, alta come un essere umano. Ho cacciato un urlo indietreggiando. La palla, che a quel punto sembrava un’enorme bolla mi si è avvicinata, io ho arretrato ancora, lei si è avvicinata nuovamente, io mi sono diretta all’ombrellone, lei mi ha seguito. Ho cominciato a correre verso la riva, lei sempre dietro, sono scappata a ridosso delle cabine ma la bolla non mi perdeva di vista. Dopo una decina di minuti di inseguimento, unito a sano terrore, ho capito che stava giocando a moscacieca. Mi sono diretta all’asciugamano aspettando un suo inseguimento, quando improvvisamente l’ho vista rimanere immobile. Cosa le era successo? Stanca di giocare? Sono tornata indietro e ho provato a toccarla, lei si è scansata. Ho provato a riavvicinarmi, ma lei è scappata di nuovo via. Ho iniziato ad inseguirla ma lei nulla, non si faceva prendere. Ad un certo punto mi sono fermata esausta e col fiatone. Anche lei s’è fermata. Allora mi sono accostata piano piano, quella volta non vedendola fuggire. Arrivata vicino, con un movimento lento ho poggiato sulla sfera il palmo della mia mano…

Lei era tiepida, emanava un leggero calore, piacevole, come prima i raggi del sole sulla pelle. Non sembrava né di plastica, né di gomma, non riuscivo a capire di quale materiale fosse composta. Non era né morbida, né dura. Era come la volevo vedere e sentire sotto i miei polpastrelli. L’ho accarezzata a lungo cercando di capire se avesse delle giunture, oppure delle aperture, nulla. L’ho rotolata per qualche metro, era mansueta sotto le mie mani, si faceva fare tutto senza ribellarsi. La percepivo come se fosse viva. Stava entrando in rapporto con me, mi stava accogliendo. Provai una strana sensazione, come se tutto ciò non mi fosse per nulla estraneo. Sentii una forte attrazione. Ad un certo punto ho notato che sotto aveva una piccola rientranza che mi era sfuggita, l’ho osservata attentamente, sembrava una maniglia. Provai a forzarla un po’ e si aprì. Non potevo resistere, ero attratta dal suo interno che sprigionava una sensazione di quiete e sono entrata. Dentro era bellissimo, galleggiavo nella bolla come se ci fosse dell’acqua, acqua vitale, rigenerante, calma. Poi riprendendomi dallo shock e dall’incredulità ho provato ad uscire, ma la maniglia era sparita. Toccai dall’interno ogni punto della bolla ma nulla, non c’era più una via d’uscita, ho cominciato ad urlare, volevo andare fuori, non rimanere imprigionata per sempre, ho continuato per ore, ho pianto, mi sono disperata, ma lei non mi apriva più nessun varco. Esausta mi sono accasciata sul fondo, mi sono sdraiata su un fianco avvicinando le ginocchia al viso, ho abbracciato le mie gambe e mi sono addormentata.

Ancora adesso sono al suo interno, sto volando sopra la città, vicino alle nuvole, ma sto bene, non ho paura. Sto vivendo e viaggiando indisturbata nella mia bolla-mondo. Non sento il desiderio di tornare giù. No, no, non ci torno più. Finalmente la pace.

Daniela Rindi

Non Sono Sidney Poitier

Non sono Sidney Poitier (Nutrimenti, 2010)

di Percival Everett

 

Torna il funambolico Percival Everett, uno dei pochi scrittori capaci di mettersi alla prova con qualsiasi genere narrativo senza lasciare mai il lettore inappagato.

Dopo il grottesco Deserto Americano, arriva Non Sono Sidney Poitier (sempre edito da Nutrimenti), un romanzo surreale, parossistico eppure così lineare nel suo allucinato sviluppo.

Non Sono Sidney Poitier, nasce con questo nome e questo cognome, dopo due anni di gravidanza isterica in un quartiere nero e povero degli Stati Uniti. La morte della mamma, pazza ma in fin dei conti saggia, lo porta a conoscenza, a soli 11 anni, di essere ricco sfondato, miliardario, grazie a un investimento fatto dalla genitrice nel mondo della tv. A questo punto a tirarlo fuori dallo stato di orfano entra in scena il magnate-logorroico-stralunato Ted Turner, proprietario della Turner Broadcasting System, che prende in custodia il piccolo e lo porta ad Atlanta.

Comincia così la vita di Non Sono Sidney, che crescendo diventa sempre più somigliante all’attore, che deve imparare a difendersi dai bulli che non capiscono il suo nome: «E tu chi sei?» «Non Sono Sidney». «Ok, ma allora chi sei?» «Te l’ho detto, non sono Sidney». E giù botte. A difendersi dalla propria ricchezza e dalla coscienza di questa. Ma soprattutto comincia un percorso iniziatico verso il sé, l’identità personale e collettiva. Non Sono, infatti, avrà a che fare con la dura legge razziale di Bifolkia appena uscito di casa e imbarcato nel primo viaggio fuori dallo stato, il sistema universitario con le sue maglie sgranate e l’incontro del professore Percival Everett al corso “Filosofia dell’Assurdo” (capitoli esilaranti delle vicende del protagonista sono legate ai colloqui con il docente, un fanfarone fuori di testa incapace di smettere di parlare) e vivrà sulla pelle un personalissimo remake di Indovina chi viene a cena? in una famiglia nera ma con tante sfumature a fare la differenza, dove capirà bene chi si nasconde dietro la sua ragazza e dietro la facciata borghese del sogno americano.

Senza acredine o voglia di denuncia entrano in campo la società americana, l’accettazione del diverso e un ritorno alle radici della propria essenza, con il punto di forza, il nodo gordiano che gira proprio sull’accusa al mondo occidentale di voler definire qualcuno per quello che non è.

Un Everett altamente ispirato nelle sue corde ironicamente più taglienti, che trasporta, grazie a dialoghi e monologhi esilaranti, il lettore verso strade sempre più apparentemente assurde, ma che nascondono invece le possibili risposte alla domanda che ogni giorno ci facciamo: «Chi sono io?»

Alex Pietrogiacomi