Otto e tre

Davide che sia un titano proprio non si può dire: ha la pelata e la barbetta che a guardarlo seduto sembra Vin Diesel, certo, ma poi s’alza e ti viene incontro e lo scopri tutt’un’altra cosa, inforca gli occhiali e dice vediamo un po’ cosa c’è che non va.

Apre il case del tuo pc e lo avvia, entra nel Bios, smanetta tra le porte IDE-Scsi, ti risolve tutti i problemi.

Otto euro, la sua parcella.

Davide ha una bottega di piccì a un paio di chilometri dalla roccaforte di San Marino, a valle; quando passa per la strada lo salutano tutti e tutte, qualche ragazza gli strizza l’occhio, anche Marilisa, che una volta a settimana torna al negozio perché Windows le fa un sacco di problemi.

Lui per un attimo s’abbandona a fantasticherie da nove settimane e mezza.

Anzi: otto settimane ed un terzo.

Poi tira dritto.

Ma no, non ha nessun problema, vedi? funziona, dice a Marilisa.

Davide è stato a scuola con uno dei Capitani Reggenti della Serenissima Repubblica di San Marino, con l’altro giocava a calcio il pomeriggio sul campo del Tre Penne. Ma con le penne, i numeri e il fare da conto è andato mica mai troppo d’accordo: a scuola gl’altri prendevano sempre otto. Lui tre. Fisso.

Davide ha un papà ristoratore, cucina tipica, senza troppe pretese, nel centro storico di San Marino. Ama i tortellini e non ha tatuaggi. Li spaventano, quelli coi tatuaggi. Gli incutono timore. Per questo sorride timidamente. Ed arrossisce.

Il diciassette novembre del millenovecentonovantatré Davide ha detto al padre che non avrebbe potuto fare il turno di sera, devo andare a Bologna, gli ha annunciato, a fare che?, ha chiesto il padre.

David Seaman è quello col codino, Lee Dixon il terzino del Manchester United e Stuart Pearce il capitano. Ha le braccia piene di tatuaggi, ascolta il punk rock e porta il ciuffo. Ha un fratello che va in giro per l’Inghilterra a sventolare le bandiere del Partito Nazionalista e dire che non ce le vogliamo le merde straniere che ci rubano il lavoro.

Poi ci sono Paul Ince, Desmond Walker, Les Ferdinand e Ian Wright, tutti neri, tutti fortissimi, chissà come la prenderà il fratello di Pearce a vedere il futuro calcistico dei Tre Leoni in mano a quattro colored. Sicuro, meglio quattro che otto.

Per Davide il calcio viene dopo un sacco di ròba. Con Mirco, Loris, William e Pierdomenico vanno più che altro a divertirsi, sui campi. Solo il capitano della squadra ci mette la professionalità: Massimo, avete presente, Massimo Bonini, ha giocato con Platini, lui, mica smanetta sui computer, mica si sta laureando.

Era all’Heysel, Massimo, e lo porta negli occhi ancora, lo scoramento.

L’arbitro fischia, la partita comincia, Bacciocchi appoggia a Bonini che passa la palla a Manzaroli, uno-due rapido con lo stesso Bacciocchi che allunga con un fendente teso verso l’area di rigore avversaria. Pearce, il capitano, sbuccia la sfera, gli da una carezza maldestra, lo graffia soltanto, ed allora Davide s’incunea, cerca di distendere la gamba sinistra, tocca il pallone che rotola in rete.

Corre con le braccia spalancate, Davide, pacche sulle spalle ai compagni, è tutt’un non crederci.

Davide Gualtieri.

Una volta ha portato in vantaggio il San Marino contro l’Inghilterra.

Poi han preso sette reti, ma questo c’entra poco.

Lui è stato il più veloce di tutti, nelle qualificazioni mondiali, a buttarla dentro: otto secondi.

Anzi: otto secondi e tre centesimi.

Ora vedi di non ripeterti, gli soffia nell’orecchio Marilisa nel retrobottega.

E dire che eppure Windows funzionava alla perfezione.

Fabrizio Gabrielli

Quello che mi importa è osservarti mentre muori

I. Le scale

Salire le scale, per alcuni, può essere molto doloroso. Le scarpe trascinate in alto, premute sullo scalino e poi tirate di nuovo su, da una faccia tagliata dalle smorfie e un cuore ridicolo nello sterno.
Tu le osservi a lungo, prima di inerpicartici. In genere tieni la borsa con la destra e la sinistra la lasci libera per il corrimano. Fai attenzione al buio del sottoscala, che per venti trenta scalini ti lascia annusare il marmo, senza vederlo.
Gli occhi diventano mandorle cieche e il cuore un nocciolo di pesca tirato nel fosso. Gli occhiali pencolano mentre misuri il freddo che scorre sul soffitto vuoto. Le dita corte e larghe contengono e attraversano il legno chiaro sporco del corrimano. E un passo dopo l’altro, il fiato ben stretto nella testa, i numeri circolari nel cuore, sali verso il quarto piano, stanza F6, classe III A, Liceo Classico, indirizzo sperimentale. Inclini la testa verso l’alto e guardi il vuoto che ti viene incontro. Pensi che è solo lo Stato di minima energia possibile. Invece è una ragazza, che chiameresti volentieri donna se non fosse per le mutandine pulite e l’aria da ragazza che sta per salutare il suo professore calvo.
Poi ti riposi accanto alla scrivania verde acqua, nel corridoio ancora grigio perché è inverno, fuori è freddo, probabilmente piove. Respiri dalle labbra, sottili e allungate come l’ultima linea di un gesso: quella smorfia che sembra un sorriso non finito. Gli altri, lo sai, ti danno per spacciato, come se fossi già un ingombro rattrappito sul legno della panchina. Perciò cammini più lentamente di quanto dovresti, e ad ogni angolo dell’edificio nudo, incrostato dalle urla di docenti inascoltati, tu ti fermi e ascolti quel tuo cuore ridicolo. Ed è sempre in quella posizione che le ragazze di quella scuola, sventrata dai decenni, ti chiedono se va tutto bene. Così rallenti il respiro e prendi tempo per una risposta che conosci bene quasi quanto quel relitto debosciato che coltivi come un anacoreta fa con i suoi simili: «rendi tutto il più semplice possibile, ma non più semplice di quanto necessario».
II. Cose da matrimonio
A pranzo, sul tavolo apparecchiato con una tovaglia plastificata su cui sono stati stampati simboli tipicamente mediterranei (ulivi, ulivi, ulivi e qualche grappolo d’uva nera), tu e tua moglie state mimando l’atto copulatorio di due soggetti extraterrestri: mugugnate masticando/non vi sfiorate neanche con il tovagliolo/contemplate continuamente gli oggetti disseminati alle spalle dell’altro. Il rapporto con tua moglie può essere sintetizzato con la definizione di entropia, che è la misura della quantità di disordine presente in un sistema fisico e, soprattutto, in secondo luogo, col fatto che i sistemi fisici tendono a evolvere verso stati di maggiore entropia (nel senso che siete affondati, tu e tua moglie, in un disordine affettivo sempre più marcato): perciò mangiate senza parlare, dormite senza toccarvi e vi guardate senza provare ciò che alcuni coltivano quotidianamente; il desiderio.
Ma un giorno, pensi durante gli amplessi alimentari che tu e tua moglie ripetete caparbiamente tre volte al giorno, un giorno, pensi, il Sole si espanderà e si trasformerà in una gigante rossa. Ecco, tutto lì.
Lo squillo di una telefonata improvvisa squarcia la vostra quiete prandiale e incoraggia tua moglie a spostare la sedia di qualche centimetro, nel tentativo goffo ma efficace di afferrare la cornetta.
Pronto chi è?, snocciola tua moglie con la lingua impastata di uovo. E ti passa il telefono con una smorfia di disgusto e acidità di stomaco che non sai come interpretare.
Ti vengono dei goccioloni gonfi agli occhi, perché è Mario, l’amico ritrovato.
La stanza da letto, che tu e tua moglie avete arredato nel culto degli angeli e delle madonne, offre una visuale discreta del tuo approccio alle cose: lei sta sfogliando il depliant di un centro commerciale, indossa un pigiama felpato e occhiali bugatti neri con laccetto salva-lenti arancione; tu stai guardando la tua figura dall’alto (la pancia sfiora lievemente il manubrio dotato di monitor interattivo) ed è come se fossi in apnea; le gambe dai peli radi quasi invisibili si muovono in perfetta sintonia con le tue emozioni; lei, tua moglie, fa scivolare il depliant sul comodino di betulla e ti osserva dagli occhi miopi; sei un “Clobdro” (ometto che non sei altro) circondato da statue e icone di Santi, in movimento frenetico su una cyclette che non riesci a controllare, nonostante i feltrini che proteggono il pavimento dall’attrito prodotto dal tuo peso; la scena probabilmente si conclude con una caviglia incastrata nel laccio protettivo del pedale e tua moglie che ti scruta come se fossi uno di quei personaggi che entrano in casa loro dalla finestra.
III. La gigante rossa
Dato che il disordine può essere ottenuto in molti più modi rispetto all’ordine, salti la colazione (che in genere consiste in un caffè decaffeinato e una galletta di riso), diserti l’abituale barba, indossi l’unica cravatta fantasiosa che possiedi, e ti infili un vecchio paio di Converse rosse (hai faticato parecchio a trovarle, ma sei riuscito a trattenerti dal chiamare tua moglie, che dorme Beatamente). Sai benissimo che un incontro a volte può salvarti la vita, e a modo tuo ti senti in pericolo, perciò hai deglutito molto spesso e guardato in faccia la notte, e qualche volta hai pensato di alzarti e andare a bere qualcosa. Ma sai anche che le abitudini stringono gli uomini come la paura, e che a volte si assomigliano, le abitudini e la paura. Così hai solo aspettato l’alba, gli occhi come mandorle cieche e il cuore un nocciolo di pesca. In ordine cronologico ti sei sentito come: quei giorni di festa che eri abbastanza piccolo per non capirli e abbastanza grande per non fingere di essere piccolo; quei giorni con la luce che ti sembra splendida e veramente luminosa come dovrebbe essere la luce, che cammini scalzo tra le stanze della casa in cui stai crescendo e che apprezzi come solo nella solitudine sai fare; quei giorni che non ti importa di dormire, di mangiare, che hai la saliva densa come gelatina e gli occhi cisposi allegri, quasi vivi, perché stai per incontrarla; quei giorni di attesa per un posto, con qualche dubbio solo tuo, ogni tanto un soffio al cuore, ma con la voglia matta di allacciarti le scarpe e magari consumarle su qualche strada dissestata; quei giorni che ti ci sei fermato, e ti è capitato di notare che lo facevi senza respiro, con le mani raccolte in modo buffo, sulla pancia che coltivavi come si fa con certi pensieri, senza badare troppo a come sembrano. Così ti sei fermato, e scendendo dal letto ti sei sentito come quei giorni, con l’aggiunta di una certezza: il Sole si espanderà e si trasformerà in una gigante rossa.
IV. Non diventare grande
Io e lui, immobili come due che stanno fermi, immobili su una strada faticosa con le luci blu e le luci gialle e tutta una giostra di porte a vetri e insegne e semafori, io e Mario nella strada di una città che prima di dormire s’inghiotte anche le unghie, io e lui, che tiene un vestito grigio come me lo ricordavo sempre, sorride e spalanca le braccia magre, lunghe.
V. Agenzia generale del suicidio
Ha lasciato la moglie una decina d’anni fa: s’era innamorato di un ragazzo che frequentava il suo seminario di Filologia germanica; Piero, 23 anni, alto 1.80, il naso corto, le narici dilatate, gli occhi stretti, neri. Ora cammina più dinoccolato e ha paura dei cornicioni: perciò lo vedi sempre al centro della strada, e quando piove si muove solo in macchina. Il ragazzo ha ottenuto la cattedra grazie alla frequentazione del foiatore di nome Giorgio, esimio accademico e noto saggista, ma non conosce il suo mestiere: insegna in modo scialbo, non si distacca dai manuali neanche per starnutire, è così noioso da sembrare quasi vero. E sembra uno di quelli che hanno la convinzione di non volersi confondere con nessuno, e riescono ad essere talmente rigorosi in questa pratica da risultare goffi e indefiniti. Piero è il genere di persona a cui non si rinfaccia mai abbastanza la mancanza di naturalezza. Perciò ti chiedi spesso se non sia un agente dell’agenzia generale del suicidio.
VI. Piccola anatomia del pensiero di Mario
«Non ci siamo spappolati il fegato, abbiamo ossigenato il cervello, le nostre mani non sono mai state lisce. E cosa ci resta? La pensione che invalida il respiro, qualche orologio da caricare nelle giornate buone, fotografie di piccoli eventi che stentiamo a ricordare. I nostri padri sono morti senza ridere. Noi dovremmo raggiungerli sbudellandoci dalle risate. Siamo piccole larve che raschiano muffa dalle pareti abbandonate di una casa senza soffitto. Siamo insetti invertebrati che strisciano sulla resina di alberi molto più vecchi di noi, e ci faremo imbalsamare senza accorgerci di nulla.»

VII. Campari gin
Tu e Mario, dopo aver sedato questa conversazione con quattro campari gin a testa, avete la sensazione di non riconoscere il tempo in cui vi muovete: il vostro incontro, che chiude venti anni di silenzio prolungato, sembra congelato in una dimensione indecisa tra la distanza surreale dei vostri volti invecchiati e il contatto caldo della vostra pelle che si riconosce. Vi toccate sotto lo sguardo del barista ingiallito dalla luce di un faretto, come bambini eccitati dal primo incontro con altri bambini eccitati più o meno come voi, chi lo può sapere.
Siete felici.
VIII. Maledetti
Il cielo è azzurro, i marciapiedi sono puliti, qualche vecchio brontola per l’appendice in fondo al ventre, l’aria è tiepida, umida. Tenendo la borsa con la mano destra percorri l’atrio buio della scuola. Dai un’occhiata alle scale, prima di inerpicartici. Gli occhi diventano mandorle cieche e il cuore un nocciolo di pesca tirato nel fosso. Nella mezza luce delle scale conti il fiato e ti ci vuole lo stesso sforzo che da bambino ti impegnava nel gonfiare un materassino. Un piede che supera l’altro diventa un’immagine chiara nella tua testa: che tutte le scale costruite servono a poco, per quello che ne sai, che le scale progettate e messe in piedi sono come dei per grazia ricevuta fatti da quelli che le scale le possono salire senza impedimenti, maledetti, che le scale dei palazzi sono una metafora marmorea della vita per le strade; sali finché puoi.
IX. Il matrimonio non è un orologio
È l’ora del pranzo e la casa è vuota, come sempre. Tua moglie ti ha chiesto di apparecchiare: appoggi le due coppie di posate con il manico bianco su i tovaglioli piegati a metà; metti al centro del tavolo un paniere con qualche fetta del pane di ieri; i bicchieri sono bassi, il vetro è macchiato dal calcare e il tuo è scalfito sul bordo.
Non sai perché, ma stai pensando all’orologio: ti sei seduto e stai guardando una scatoletta nera appoggiata sul mobile della televisione: sullo schermo compaiono i numeri rossi e squadrati: stai pensando che un orologio sempre perfettamente esatto non esiste; questa cosa ti ricorda un vecchio racconto di Ballard che avevi letto da ragazzino su Urania, ed è strano, non succedeva da anni, ma conosci perfettamente il seguito di quella frase: il massimo della precisione ottenibile te la dà un orologio fermo che anche se non sai quando, è assolutamente esatto due volte al giorno.
Hai sempre creduto di avere una dote rara, che è poi quello che accomuna il macellaio all’oncologo, ma hai smesso di farne uso, perché era irritante, perché non sapevi che fartene. Adesso invece ti appare utile, necessaria.
X. L’orizzonte degli eventi
Guardarti da fuori. Che non è assolutamente come mettersi di fronte allo specchio e osservare minuziosamente la figura che vedi, no. Piuttosto assomiglia all’idea di rivedere una fotografia di dieci anni prima: l’immagine è stata scattata da una persona di cui non ricordi nulla, e l’immagine non ti torna in mente; è come se quello sconosciuto ti avesse rubato l’immagine, a tua insaputa, e ora rivedi quel frammento di cui ignoravi l’esistenza. Ci sei dentro, appari, sei tu quello che guarda nell’obiettivo, ma non lo sai. Lo scopri solo dopo aver pensato che è buffa la posizione delle gambe, e che uno dei lacci delle scarpe è immerso in una pozzanghera, e dopo aver osservato la posa innaturale del braccio destro e la mano storta, che l’uomo fotografato non sapeva dove mettere.
Così non vedi solo te stesso dieci anni prima, ma l’incrinatura che ha attraversato il tempo che ti separa da quel momento: è una curva, non è piatta, ma abbandonata alla corrente e simile all’orizzonte degli eventi; è quella superficie immaginaria che circonda un buco nero e rappresenta il luogo dei punti di non ritorno; una volta attraversata si è condannati all’attrazione gravitazionale del buco nero.
Non è illuminante, lo sai, ma ti conforta. Tua moglie serve la zuppa di porri. Le sorridi.

 

Marco Lupo

Come ho perso la guerra

Come ho perso la guerra (Fandango, 2009)

di Filippo Bologna

 

La famiglia Cremona è da generazioni una delle più ricche del paese – un piccolo paesino toscano molto vicino a Siena. Il bisnonno aveva l’abitudine di frustare i contadini e si era fatto costruire un vero e proprio maniero, con tanto di passaggi segreti, come simbolo della sua potenza. La famiglia, nel corso delle generazioni, ha mantenuto parte della sua ricchezza ed ha un nome altisonante, da difendere ad ogni costo. La pace è bruscamente interrotta dall’arrivo di Ottone Gattai, un imprenditore spietato e senza scrupoli, cinico ed arrivista, arrogante e amico di «tutti quelli che contano». Scopo dell’imprenditore è di risollevare le sorti economiche del paese, costruendo – grazie alla sua società, la Acquatrade srl – un vero e proprio centro termale, modernissimo e dotato di piscine, un albergo extralusso e tutti i comfort che gli ospiti possano desiderare. Deturpare il paesaggio con questo enorme complesso, modificare il modo di vivere di un paese, non importa minimamente al Gattai: è il fatturato quello che conta. Per cui… che si sradichino alberi, che si scavi… che il progresso giunga finalmente trionfante anche nel cuore rurale della Toscana.

Come si finisce in una vera e propria guerriglia? Federico Cremona – protagonista del romanzo e ultimo erede della famiglia più in vista del paese – non saprebbe neppure spiegarlo. Trova insostenibile che tutto possa avere un prezzo, che tutto sia in vendita: anche l’acqua, anche le idee che per generazioni si sono tramandate nella sua famiglia. La famiglia Cremona è espropriata di parte della terra che appartiene loro. Eppure nessuno batte ciglio. Anzi. Pare che tutti, eccetto Federico, siano fiduciosi, pronti ad arricchirsi. Che resta da fare? Combattere. Resistere. Sabotare l’Acquatrade srl, sabotare Ottone Gattai. Al suo fianco ci sono i suoi amici e Lea, l’amore della sua vita.

Filippo Bologna esordisce con un romanzo dalla struttura complessa: passato e presente si intrecciano a creare un’opera difficile da catalogare. È una saga familiare, è una satira sul presente sempre più grottesco, è una critica alla commercializzazione di uno dei beni che mai dovrebbero essere messi in vendita: l’acqua. È un affresco a tutto tondo della Toscana di oggi. Un’intera generazione ha perso la guerra, ha smarrito i propri sogni, ha imparato a navigare a vista, ma ha mantenuto intatto il proprio sarcasmo, forse condito con il disincanto di chi è reduce da troppe sconfitte e si ferma a rifiatare. Solo un attimo. Solo per poi ricominciare una nuova battaglia. Solo per fallire di nuovo. Per fallire meglio. Tanto tutto ciò che è già accaduto scorre. È semplicemente acqua passata.

 

«Chissà dove, e quando, si formano i ricordi, chissà qual è il momento in cui il flusso della realtà si cristallizza, prende forma e vita, e diventa ricordo. In genere nevica tra -2 e +2 gradi centigradi, non dev’essere né troppo freddo né troppo caldo. È solo in quella precisa forbice che le molecole in sospensione nelle nuvole diventano cristalli di ghiaccio e si dispongono secondo misteriose geometrie che i matematici chiamano frattali. La stessa cosa secondo me avviene per i ricordi, dovrà pur esistere una forbice entro cui la realtà si cristallizza in ricordo. Non saprei dire quanto lunghe o affilate siano le lame di questa forbice, né quali mani la guidino. So solo che nel tessuto delle nostre vite viene ritagliato il banale, a volte il cruciale, a volte il doloroso, a volte il felice. Senza logica, per farne un assurdo abito da indossare tutta la vita».

Serena Adesso

Le strade della filosofia

C’è un posto, a Roma, dove a perdersi s’impara un bel pezzo di storia della filosofia.

La cronologia è arbitraria, a tratti casuale, zeppa di caselle vuote.

C’è una sola via maestra in questa storia, tracciata da Kant, che qua chiamano Kent, per dimostrare d’aver speso bene i soldi in ripetizioni d’inglese.

L’altra grande arteria è dedicata all’inventore del comunismo. Pensate: viale Marx è la strada delle attività commerciali, in comproprietà con piazzale Hegel; un vero schiaffo morale ai principi del pensiero razionale.

A Diderot hanno invece dedicato un budello di strada, troppo corta anche a farla a piedi. Sembra che gli abbiano applicato la legge del contrappasso, come punizione per la mania delle enciclopedie.

Nel piazzale adiacente a via Comte ci fanno invece il mercato del mercoledì, ché per i sociologi è un ottimo campione da intervistare.

Da quando ci lavoro, poi, parcheggio a colpo sicuro in via Locke, in ottemperanza agli insegnamenti del filosofo inglese: «Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro». E infatti, i colleghi mi consigliano sempre di cercare più in là, in Largo Russel, a me che di logica non c’ho mai capito nulla. E perché non in via Jaspers, vi chiedo, ché almeno troverei una risposta alle mie paranoie.

La prima volta che mi ci persi, di notte, non riuscivo a venire a capo di questo girotondo di strade che si prendevano gioco del mio pensiero. Alla terza volta che incontrai il nome di Schopenauer, cominciò il vero tormento, alimentato da una sua famosa citazione: «La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando per l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia».

Mi venne davvero la paura di non uscirne più fuori, d’esser costretto a convivere col buio della mente, ancor più nero per via del diluvio che prese a scendere dal cielo. Che fine avevano fatto gli illuministi, quel Rousseau e quel Voltaire che la mia mappa indicava chiaramente?!

In questo stato, continuai a guidare la mia auto senza incontrare anima viva, e a mie spese scoprii quanto incerto e solitario possa essere il cammino del filosofo.

Mi sentivo a tutti gli effetti una monade, soprattutto quando raggiunsi via Leibniz senza neanche sapere come. Qui fu Lessing a venirmi in aiuto, per quanto anch’egli fosse stato tributato d’un tratto di strada assai risicato: «Un uomo che non perde la ragione per certe cose, non ha una ragione da perdere».

Di lì presi in Largo Bacone, poiché se è vero che «il dominio dell’uomo consiste solo nella conoscenza», non potevo che arrendermi alla massima seguente: «Nessuna forza può spezzare la catena delle cause naturali; la natura infatti non si vince se non ubbidendole».

E così m’infilai in una sorta di giostra, chiaramente frutto dell’ingegno dell’uomo, che prende il nome di via Cartesio; una strada che fa come un cerchio, ma interrotto da entrambe le parti. E di lì ripresi per l’inverso, e ancora e ancora, ripercorrendo non so quante volte gli stessi nomi, gli stessi concetti. Strano che non vi fosse traccia di Nietzsche, pensai tra me e me: adesso passerò l’intera mia vita a girare tra queste stesse idee; finché all’ennesima svolta non incontrai per caso un nuovo concetto, ubicato in via Spinoza, che è poi il solo modo di «attraversare la vita non con paura e pianto, ma in serenità, letizia e ilarità».

In fondo a quella strada intravidi una luce, che non era certo quella di Dio, bensì dei lampioni di viale Kant; ma per me, anima in pena, lo stesso una salvezza.

Adesso che ci lavoro, poi, in quella zona, ho pure pensato che la filosofia allora a qualcosa serve; ma per carità, non vorrei ritrovarmici ancora di notte. Per non spaventarvi oltre il lecito, non v’ho infatti raccontato delle bizzarrie cui andai incontro in piazzale Montesquieu… cose che a parlarne oggi, c’è davvero da non crederci…

Simone Ghelli

dobbiamo rifare il trucchetto della passeggiata sull’acqua?

Nel 1981 John Lennon e Yoko Ono pubblicano Milk and Honey, che va idealmente a chiudere il discorso iniziato l’anno precedente con Double Fantasy. “L’affetto del pubblico dopo tutti questi anni mi ha stupito – dichiarerà il cantante – e hanno apprezzato anche Yoko! Forse, finalmente, la gente è pronta per noi”. Lo stesso anno suona al Saturday Night Live, dove riceve dal produttore Lorne Michaels un assegno da 750 dollari, un quarto dei 3mila promessi dieci anni prima ai Beatles per riformarsi. Lo devolve in beneficienza.

Nel 1984 Lennon rifiuta di partecipare alla registrazione di Do They Know It’s Christmas?, il singolo di beneficienza ideato da Bob Geldof. L’estate successiva si tiene il Live Aid, ma anche in quel caso l’ex Beatle si tira indietro: “I concerti benefici sono una farsa – dichiarerà – è meglio starne lontani”.

Nel 1988 i Beatles vengono inseriti nella Rock and Rall Hall Of Fame. A differenza di McCartney che non si presenta per improrogabili faccende d’affari, Lennon partecipa alla cerimonia e suona un paio di pezzi con Harrison e Starr. Al basso c’è Keith Richards, che la mattina dopo si sveglia tutto bagnato in un fosso che gli manca un rene, poi prende il caffè e scrive Start Me Up.

Nel 1994, in occasione della pubblicazione della mastodontica Anthology, Lennon viene convinto a tornare in studio con gli altri tre Beatles per registrare qualche nuovo brano. Le session durano lo stretto necessario per completare due pezzi (uno a firma Lennon, l’altro a firma McCartney), ma i quattro si rifiutano di andare in tour. “Dobbiamo metterci lì un’altra volta a moltiplicare i pani e i pesci per le folle?” dichiarerà Lennon. “Dobbiamo farci crocifiggere di nuovo? Dobbiamo rifare il trucchetto della passeggiata sull’acqua perchè c’è tutta una nuova massa di sbarbatelli che non ci ha visto la prima volta? Lasciateci stare”.

Nel 1996 John e Yoko registrano un disco insieme al figlio Sean e alla sua band, gli Ima. Dopo un concerto a New York, a cena, Sean presenta al suo babbo il suo amico Thurston Moore, chitarrista dei Soinc Youth. I due si piacciono.

Nel 1998 Linda McCartney muore di cancro al seno. Lennon partecipa al funerale con Starr e Harrison. “Ragazzi – dice Harrison – Linda è in una bara e io tre mesi fa mi sono fatto togliere un tumore maligno dal collo: la vita è troppo corta per farsi prendere male”. Alla sera si trovano in studio da Dave Gilmour e suonano, suonano, suonano.

Dopo gli eventi dell’11 settembre 2001, Lennon – che l’anno precedente ha ricevuto la cittadinanza onoraria di New York – partecipa al concerto America: A Tribute to Heroes, suonando Give Peace a Chance. Due mesi dopo George Harrison muore, ponendo fine ufficialmente all’esistenza dei Beatles.

Il 9 ottobre 2005, giorno del suo 65esimo compleanno, John Lennon organizza – cioè, fa organizzare a Yoko Ono – un megaconcerto al Madison Square Garden di New York. Ringo e Paul suonano basso e batteria per tutti i cantanti e i chitarristi che passano e si divertono la faccia.

Il 19 dicembre 2008 Ringo Starr annuncia al mondo, attraverso il suo blog, di non volere più ricevere posta dai fan. Il giorno seguente Lennon convoca una conferenza stampa e dice: “Da oggi in poi, tutta la mia posta speditela a Ringo”.

Nel 2009 Lennon e Yoko festeggiano il loro 40esimo anniversario pubblicando un nuovo disco,Round. Posano nudi sulla copertina, come in Two Virgins. Un paio di catene di supermercati americani si rifiutano di distribuire il disco finché Lennon non acconsente all’aggiunta di due foglie di fico.

Il 2010 è l’anno dell’accordo con iTunes e del videogioco Rock Band, in cui si possono suonare le canzoni dei Beatles con uno strumento finto, andando dietro alle lucine sullo schermo. “Ho provato a giocare a Rock Band – dichiarerà McCartney – Ho perso due volte. In modalità Facile. E suonavo il basso”. Lennon rifiuta per l’ennesima volta le offerte miliardarie per un tour e festeggia i suoi 70 anni riformando la Plastic Ono Band insieme a Sean e Yoko: fanno un concerto solo, suonano da capo a fondo Plastic Ono Band ed Elephant’s Memory e tanti saluti. Su eBay c’è una copia di Double Fantasy autografata: c’è scritto “A Mark. John Lennon. 8 dicembre 1980”. Non l’ha ancora comprata nessuno.


Darryl Stendan si è immaginato come sarebbe andata se trent’anni fa, oggi, John Lennon non fosse morto. Abbiamo tradotto, abbiamo chiosato, abbiamo celebrato. Come diceva Daniele Luttazzi, in un mondo giusto Mark Chapman avrebbe sparato a Yoko Ono. E invece.

Simone Rossi

La fase irrazionale

Tutti allo scoperto! E di corsa, anche! Cantando! Quel che vi pare, ma di corsa!

Ci sarà uno straniero che mi saprà dire che sapore ha il mio cielo?

E che festa sia! In ordine sparso, soggiogati.

Ricordo Jimi Hendrix, un tempo. Lo ricordo proprio perchè non c’ero.

Un altro mancino nella banda degli sbavatori d’inchiostro su carta lucida.

Un altra trama fumosa e sacrilega. Rumorosa.

Altri ritmici luoghi di pace, con classe.

Faccio skateboard con costruzioni antisismiche, nel selvaggio niente.

Una voce da Saturno mi buca la disattenzione, costretto ad ascoltare suoni nebulosi.

Corro e quando lo faccio non mi stanco. Microfono i polpacci per amplificare la fatica.

Incontro idee in stato vegetativo che mi osservano incuriosite, forse impaurite. Non hanno una forma precisa, neppure una sostanza. La mia costanza le spaventa, come spaventa me.

Una pausa. La mente scorre.Un nastro trasportatore.Immagini difficili, ingombranti. Un respiro liberatorio.

Prendo la tv, strappo le vene che la collegano al mio rifugio e la lancio dalla finestra.

Non oppone resistenza. Si lascia andare alla forza di gravità.

Esco sul davanzale; lì, sto tranquillo, mi sento al sicuro.

Il mondo è pieno di muri e di rumori.

Ora chatto con Akrobat, il mio dj preferito. Son sdraiato su me stesso, dice. Hai ascoltato il mio nuovo pezzo? Eccome, amico mio.

Sintetizzatori febbricitanti, un basso che spiana le colline e una voce da mefisto senza permesso di soggiorno, turbata al punto giusto. È una sequenza di noise che se colpisce nel sonno, fa a brandelli.

Il sonno guarisce tutte le lacerazioni, anche le più profonde, ma il risveglio le squarcia senza pietà con uno strappo esemplare, provocando ancora più dolore.

Copro gli occhi con bende e cerotti e cauterizzo le ferite. Mi vesto e mi preparo per la rinascita.

Un altro giorno, un altro giro di giostra, altri tagli, altre vittorie, debiti, schiamazzi e godimenti.

Continuerò a muovermi qui intorno.

Berrò molto, leggerò molto e dormirò poco. Un’abitudine che non scompare nemmeno nella nebbia.

So come nascondermi, lo so fin troppo bene, ma so anche come riapparire.

Dunque, ci si vede in giro.

Fabio Roversi

Delia Murena

Delia Murena (Ad est dell’Equatore, 2010)

 

di Michele Vaccari

 

Dov’è finito Giorgio? L’amico di sempre sembra essersi eclissato nel nulla di questa Torino, che fa da sfondo a tutte le giornate spese insieme. Giorgio, dove sei?

È normale che ogni tanto sparisca, ne ha bisogno, deve respirare libero i propri pensieri, ma stavolta dove ti sei cacciato?

Lionel, l’amico sedicenne di Giorgio, l’amico sedicenne di cui la madre di Giorgio si è invaghita da tempo, dire innamorata sarebbe troppo, perché l’amore è roba che rimane mentre l’innamoramento è l’illusione, e nel caso di questa donna c’è soltanto questo, si sta arrovellando il cervello per darsi una risposta.

Poi lui arriva come sempre e si ricomincia il giro di vite con la madre di Giorgio che non si arrende, che ha molte frecce nel suo arco e una di queste è che lei è Delia Murena, attrice di commedie all’italiana erotiche degli anni ’70 e non solo di quelle, una femmina su cui si sono posati gli occhi di tutti, anche dei compagni di Lionel e anche lo sguardo di Giorgio stesso, (che però incoraggia il suo amico, perché sa che il sentimento che Delia prova per lui è ben diverso da quello che prova per il figlio e in questo la scusa, la capisce).

Una donna con un marito amorfo, silenzioso, “morto”, lontana dalle luci della ribalta e abituata a sedurre, si sta accanendo su un sedicenne, sul migliore amico del figlio provandole tutte, usando ogni mezzo necessario per placare la sua brama.

Un giorno però Giorgio sembra sparire davvero e Delia, in preda alla preoccupazione ma in cuor suo con la speranza di poter ottenere l’attenzione di Lionel, si precipita dall’amico del figlio per chiedergli di aiutarla; e da qui il romanzo breve, o meglio, il racconto lungo di Michele Vaccari, diventa un maelstrom di situazioni paradossali, colpi di scena esoterici, citazioni dei B-Anni ’70, qualche accenno di pulp e follia divertente e nera.

Un peccato che Delia Murena sia rimasto un racconto e non si sia sviluppato in un vero e proprio romanzo, perché avrebbe divorato il lettore che rimane dispiaciuto dal fatto che tutto finisca subito.

Un mistero rimane… l’indice che riporta101 pagine e il romanzo che si sviluppa in 71… un enigma numerologico?

Delia Murena è deliziosamente grottesco.

Alex Pietrogiacomi

FRAMMENTO CASUALE DI UN ROMANZO IPOTETICO

Ho trentadue anni e studio cose inerenti al cinema – la nozione di piano-sequenza, il surrealismo, la filmografia di Truffaut, eccetera – e so bene che nessun datore di lavoro mi pagherà mai per questo tipo di conoscenze. In realtà, una volta volevo fare il regista, ma poi ho capito che per farlo non bastava copiare i movimenti di macchina di Godard, e allora ho smesso di pensarci, di aspirare a qualcosa di grande, e in fondo sono a posto così. Ora, dopo aver chiarito alcuni aspetti del mio futuro, passo la giornate a guardare fuori dalla finestra, al terzo piano di un palazzo bohémien, una topaia senza acqua calda e con le condutture piene di ratti, e qui mi diverto a schernire mentalmente i passanti, a giudicare il loro modo di mettere un piede davanti all’altro, e si può dire che io sia un tipo poco socievole o addirittura misantropico, poiché trascorro gran parte del mio tempo libero in completa solitudine, al buio, e anche questa, in fondo, è una cosa che mi va bene. Le persone mi ripugnano – ecco la verità. Ho passato con loro circa trent’anni e poi, in preda a un raptus di logica rivelatrice, ho deciso di ritirarmi nel mio appartamento e appendere alle pareti diverse fotografie di Jean-Luc Godard – certe volte sorride, altre, invece, guarda l’obbiettivo e giudica il mondo con sguardo rassegnato – e dopo averle appese, analizzando il mio lavoro, ho capito che avrei dovuto appendere soltanto quelle in cui giudica il mondo, e che le altre risultavano perfettamente inutili, dunque ne ho tolte una decina e subito dopo ero felice, ma in modo vago e indefinibile. Ad oggi, la mia vita coincide col mio tempo libero. Non studio più – prima vi ho mentito, chiedo scusa – e i libri che avevo sono finiti per strada, nel vero senso della parola. Era mattino, se ben ricordo. Il sole splendeva nel cielo e i Rayban rendevano il mondo più sopportabile, attutivano fastidiose luminescenze, riflessi sui parabrezza, e il mio zaino era pesante e pieno di Manuali di Storia del Cinema e tediosi saggi di Bazin, e forse c’era pure qualcosa di Ejzenštejn – sì, c’era – e comunque la stazione era già piena di mendicanti eroinomani e sudici senzatetto e mentre l’altoparlante annunciava gli Ultimi Treni Per… io girovagavo specchiandomi nelle vetrine di Mcdonald’s, dove famiglie intere sorridevano e postdatavano la propria condanna a morte, e quando il mio sguardo si posò su un uomo solo e affascinato dall’idea di un panino a tre piani, uno scheletro ripugnante con diversi buchi sulle braccia mi chiese non due non tre ma cinque euro per il pranzo – chiedendomeli, osservava le mie tasche e lo zaino e cercava di reprimere un folgorante prurito oppiaceo – e io, spazientito, cercai di spiegargli un paio di cose sulla vita e sulla morte e lui sembrava darmi ascolto ma poi, quando finii di parlare, continuava a volere dei soldi e in quel momento, conscio di essere arrivato a un punto di non ritorno, aprii lo zaino e tirai fuori uno dei tanti Manuali e glielo porsi, dicendogli che forse lì sopra poteva imparare qualcosa, e lo scheletro, titubante, prese il libro e lo girò e lesse il prezzo di copertina – 26,00 euroe pensò che magari, vendendolo, avrebbe potuto ricavarne tredici, e si girò e iniziò a correre verso l’uscita della stazione. Insomma, il mio piano era quello di portare la cultura in strada, tuttavia la strada sembrava infischiarsene della cultura, e i saggi di Bazin (che diedi a un vecchio alcolizzato, morente di lì a sei mesi, già mummificato sotto strati di cenci) saranno stati convertiti in denaro e poi in cibo scadente o vino industriale, e quest’aneddoto, secondo me, è un perfetto esempio di come gira il mondo (gira intorno alle occasioni, lo sanno tutti), e magari dovrei dirigere un film sulla mia vita, inquadrare un attore che interpreta me stesso e seguirlo durante la consegna di Che cos’è il cinema?, effettuare un primo piano sul volto del barbone e catturarne lo stupore, la perplessità di fronte a uno scritto che analizza l’ontologia dell’immagine fotografica, l’evoluzione del western e il mito di Humphrey Bogart, e poi continuare a seguirlo in un negozio di libri usati ed evidenziare il suo disprezzo nei confronti di André Bazin, un critico cinematografico molto noioso e perspicace, fortunatamente morto, e infine bloccare l’inquadratura sul sorriso del barbone, sull’espressione che assume quando vede i soldi. Sì, forse dovrei farlo, ma senza copiare Godard. Picasso, dal canto suo, diceva che la copiatura è un’attività geniale. Io, però, non credo di essere un genio, anzi, credo che i geni siano tutti morti, e che il terzo millennio rappresenti il declino della cultura e il trionfo del pensiero primitivo, ossia del non-pensiero, dell’istinto, e quest’impero di discoteche, palestre e Sushi Bar sembra darmi ragione – le persone faticano in maniera incomprensibile, si nutrono di pesce crudo e danzano goffamente, ma di certo non pensano. Rumore di topi. Uh, dovrei muovermi un po’ e camminare nel mio appartamento invaso da raggi solari che sembrano mirini laser e poi aprire il frigorifero e mangiare qualcosa di semicongelato perché è ora di pranzo, e fra poco dovrò andare al piano di sopra a bussare alla porta di un vecchio che mi paga per sentirsi meno solo, e quando mi avrà fatto entrare dovrò tenergli compagnia per qualche ora (per l’intero pomeriggio, diciamo) e camminando dovrò evitare di inciamparmi nelle pile di quotidiani ammucchiati sul pavimento, nelle prime pagine con foto a colori di politici che non conosco – che a ogni modo mi ritengono superfluo – e immagino che il vecchio (dice di chiamarsi Foster, ma è solo una copertura) e immagino che Foster rimarrà seduto sulla sua poltrona sorseggiando caffè e a un certo punto mi dirà la solita cosa, e cioè che dovrei essere felice, perché siamo in inverno e la giornata dura poco, certamente meno che d’estate. Già, credo che Foster odi in primis se stesso, e poi diverse sfaccettature dell’universo, comprese le ore di luce. Questo vecchio depresso lavorava sui treni, una volta, e controllava che la gente avesse il biglietto e che fosse tutto in regola, ma raramente osava fare una multa e di solito si limitava a redarguire con paternali occhiate di rimprovero gli zingari che salivano clandestinamente in carrozza e importunavano gli studenti universitari. Be’, sia gli zingari che gli studenti universitari dovrebbero fare la fine di Giovanna d’Arco, ma non voglio parlare di loro, no, voglio continuare a parlare di Foster e del licenziamento per giusta causa che le ferrovie statali sono riuscite a rifilargli dopo anni di tentativi. Foster, lui è sempre stato depresso e incerto del proprio potere: non voleva fare multe e credeva che far pagare le persone per lievi negligenze violasse i diritti umani o qualcosa del genere. Temeva le reazioni violente, gli extracomunitari vendicativi, la polizia, l’ONU. Temeva un sacco di cose e infatti l’hanno cacciato via. Peccato, perché un brav’uomo, ma alla fine son contento del suo licenziamento, visto che da lì è iniziata una spirale autodistruttiva che gli ha fatto perdere: moglie, cane, casa, voglia di vivere. Inoltre, se Foster non fosse così solo, io non prenderei seicento euro mensili per tenergli compagnia e fargli la spesa settimanalmente. Lui, questo vecchio anedonico, mangia scatole di ceci e patate e talvolta una porzione minu­scola di pesce in scatola e la dieta che segue, dice, è un modo per punirsi di chissà quali peccati – nota bene: Foster pensa che la depressione sia un peccato, e prega per non essere depresso, ma evidentemente non funziona, e allora si deprime ancora di più – e se il fine ultimo della preghiera fosse proprio quello di far deprimere, in questo caso Gesù Cristo sarebbe stato un formidabile imprenditore, e la moltiplicazione dei pani e dei pesci un misero pretesto per aumentare l’inflazione. Apro il frigo e mangio degli spaghetti gelidi, direttamente in piedi, dalla pentola che li contiene. Purtroppo, il mio palato reagisce male, e devo constatare che un avanzo di spaghetti conservato a una temperatura costante di 0° centigradi è ben più disgustoso di un avanzo di pollo conservato alla medesima temperatura, quindi decido di finire il pollo e poi, finito il pollo, realizzo che il frigorifero è ufficialmente vuoto e inizio a sperare che Foster abbia bisogno di una scatola di ceci, così potrò cogliere l’occasione e fare un’unica spesa per entrambi. Come vedete, il mondo gira intorno alle occasioni. A tal proposito, quando ho sostenuto il mio primo esame – no, non ne voglio parlare. Ancora rumore di topi. Quando mi nutro di cibi gelidi, la fame tende a sparire in fretta, senza strascichi, e lascia spazio a una buona dose di disgusto. Grazie al disgusto, e al fatto che qui dentro manca l’acqua calda, riesco a vivere con seicento euro mensili, e se escludiamo le spese eccezionali – un nuovo poster di Godard, l’ingresso al cinema, le caramelle all’eucalipto – escludendo queste spese, la retribuzione in nero di Foster è più che sufficiente al mio tenore di vita. Comunque, certi profeti dicono che il mondo finirà presto, nel duemiladodici o giù di lì, dunque non devo preoccuparmi. Ovviamente, se l’esplosione finale arrivasse un po’ prima, io ne sarei felice, e come me un sacco di altra gente. Richiuso il frigo, esco di casa e chiudo a chiave. Alcuni ragazzi, seduti sugli scalini, parlano di ragazze. Senza voltarmi, gli ricordo che non devono curiosare nel mio appartamento, e che nel buco della serratura non c’è niente da vedere.

Oggi, Foster mi paga per restare in silenzio.

Iacopo Barison