FACEBOOK, UN LIBRO DI FACCE /1

Secondo Time, l’uomo dell’anno 2010 è Mark Zuckerberg, il ragazzo che ha inventato l’unica cosa che anche i tecnodiffidenti utilizzano: Facebook.

Molte persone non riescono ad avvicinarsi alla tecnologia perché ne hanno paura e ne hanno paura perché non la conoscono. Non si tratta di persone stupide o particolarmente retrograde, piuttosto di persone non compatibili col meccanismo della Rete. In effetti le proprietà di questo meccanismo sono, per alcuni aspetti, davvero singolari.

Una delle quattro proprietà principali della Rete è la memoria.

La Rete conserva memoria di tutto, non è composta di verba ma di scripta, tutto “rimane agli atti”. Il problema è che questo modo di scrivere si avvicina, per emotività e velocità, più ai verba che agli scripta e tutti sappiamo quante sciocchezze dette a voce poi, a vedersele davanti per iscritto, farebbero arrossire. Questa “ipermemoria” conserva tutto ciò che scriviamo, tutto quello che digitiamo velocemente sulla tastiera con la leggerezza tipica della chiacchiera, in sostanza tutto ciò che ci passa per la mente viene fissato da qualche parte. È come una colossale intercettazione dei nostri pensieri: stati d’animo, battute di spirito, osservazioni finiscono nero su bianco nel cyberspazio, spesso senza il loro contesto originario, e così enucleate diventano tutt’altra cosa.

Un’altra delle proprietà principali della Rete è la velocità.

Questa proprietà nasce da tre caratteristiche ben precise della Rete stessa, che sono: multimedialità, orizzontalità e immediatezza.

Se siamo sul sito dell’ANSA a leggere un articolo sul premier islandese, grazie alla multimedialità, potremmo finire sul sito della tv russa a vedere un filmato o su quello della BBC per guardare delle foto o su quello della CNN per sentire una registrazione: non c’è più un solo documento da visionare, ma una catena di documenti visionabili che si legano tra loro tramite link.

Il fatto che i documenti siano fra loro collegati e che nella Rete non ci sia una graduatoria dei siti – se non quella dettata dai motori di ricerca – ci porta direttamente alla seconda caratteristica: l’orizzontalità non è altro che la tipica assenza di gerarchia del materiale di Internet. Non ci dobbiamo arrampicare per 1500 metri su una montagna per avere una stella alpina, ma “navigare” o “surfare” in un mare in cui tutto è al livello del pelo dell’acqua pronto a essere cliccato. La Rete è un oceano dove ci sono solo isolette collegate fra loro da un numero indeterminabile di canali: spetta a me decidere dove andare, perché la Rete non m’impone una salita ai 1500, ma solo una navigazione della rotta incerta.

Ma quanto tempo si perderebbe a girare questo sterminato arcipelago? Infinito, se non fosse per l’immediatezza del meccanismo, che consente di muoversi in “tempo reale”: invio una mail in Australia e in un secondo è arrivata, cerco la biografia di un attore e in men che non si dica è davanti a me, clicco su una clip di Youtube e immediatamente inizio a guardarla. Questa navigazione fulminea, però, ha bisogno di alcune condizioni: i contenuti devono essere scaglionati in capoversi per essere più leggibili, i post reperibili attraverso i tag per risparmiarsi la lettura sommaria di tutto, le frasi senza troppe subordinate o congiuntivi per non essere troppo impegnative, i siti “accessibili” e intuitivi, i colori accattivanti e allo stesso tempo riposanti, etc. Tutto, dall’ideazione di un contenuto alla sua pubblicazione on-line, viene semplificato per essere creato e fruito più velocemente possibile: è l’unico vincolo che il meccanismo richieda. Anche per questo postare qualcosa ragionatamente diventa difficile, perché mentre navigo voglio disporre subito dei contenuti, quindi i contenuti devono essere postati altrettanto velocemente: ecco come gli scripta diventano verba e possono diventare imbarazzanti.

Queste tre caratteristiche sono tutte menzionabili come velocità: da un media all’altro velocemente, da un sito all’altro velocemente, dal mio cervello al web velocemente.

Terza principale proprietà della Rete è la virtualità.

Per virtualità bisogna intendere l’esistenza di uno spazio che in realtà non è uno spazio, ossia di un luogo che sopprime tutti i problemi collegati col mondo fisico: in Rete non esiste la distanza, la Cina o l’Ungheria sono ugualmente vicine, parlare con un pakistano è facile come parlare col mio vicino di casa, tutto è a portata di clic.

Addirittura, per chi naviga sistematicamente, la vita on-line è molto più ricca e completa di quella reale. Quest’ultima vive di routine e regole precise, quella virtuale è imprevedibile (le rotte incerte) e informale (la velocità non può perder tempo in convenevoli). La vita in Rete è vertiginosa perché attraverso il modem tutto il mondo entra in una stanza: pur essendo irreale non smette d’essere autentica, è finta ma viva. Come tutte le fantasie è impalpabile e coinvolgente.

Quarta principale proprietà della Rete è l’autonomia.

Sul concetto di autonomia, come su quello di virtualità, bisogna intendersi. Autonomia significa darsi delle proprie leggi, cioè delle proprie regole e delle proprie parole d’ordine, vivere in base a quanto diciamo noi stessi e non in base a quello che dicono gli altri. Chi è autonomo è Demiurgo di se stesso.

L’esempio più eclatante di autonomia è il nickname, un’identità creata da noi stessi. Non siamo più come gli altri ci vedono (cosa tipica della vita reale), ma siamo come vorremmo essere: il profilo – che fa capo al nick – può diventare tutto quello che vogliamo, possiamo costruirlo su quello che desidereremmo essere, diventa lo specchio deformante in cui somigliamo al nostro ideale. La menzogna è facile in Rete perché la virtualità salva dalla realtà e se si pesa cento chili, ma sul profilo si scrive sessanta, per tutto il web si peserà sessanta e nessuno potrà negarlo perché nessuno è lì a guardare.

Possiamo mentire, d’accordo, ma non dobbiamo sottovalutare la memoria del sistema: se scriviamo in un sito che la nostra taglia è 56 e il giorno dopo, su un altro sito, scriviamo che pesiamo sessanta chili il sistema non lo dimentica e ci smaschera. Il bugiardo deve avere buona memoria nella vita reale, ma in Rete deve averla ottima. Solo a questa condizione l’illusione che creiamo può reggersi.

A questo punto poniamoci di nuovo la domanda: perché alcuni non sono compatibili con queste quattro caratteristiche?

La risposta che potremmo dare è la seguente: perché ognuna di queste porta con sé un paradosso.

Sembra una cosa da niente, ma un paradosso è come il pisello sotto il materasso della principessa: pochi se ne accorgono, ma quei pochi non riescono a far finta di niente.

Il paradosso della memoria è che, anche se scriviamo come se stessimo chiacchierando per strada, tutto rimane. Non conta cosa diciamo né come lo diciamo né se vogliamo che rimanga: resta e basta. Quindi la nostra volontà di conservarlo non conta. Una memoria simile è inconcepibile per un essere umano perché sopprime completamente il concetto di tempo: ciò che è stato detto anni fa è reperibile come se fosse stato detto ieri.

Il paradosso della velocità è che ha cambiato la natura del mezzo scritto: nato per conservare un pensiero ragionato si è trasformato nell’espressione dell’emotività. Prima lo scrivere comportava una mediazione razionale, una volontà precisa, un controllo su ciò che veniva detto; ora si tratta d’un getto di pensieri quotidiani, spesso non ponderati, spesso molto emotivi. Scritto e parlato, in Rete, non si distinguono quasi più e ciò influenza anche l’uso della lingua scritta al di fuori del web. Così come non si distinguono più i luoghi, perché grazie alla velocità lo spazio non esiste più.

Il paradosso della virtualità riguarda la capacità di coinvolgimento di una cosa finta. C’è senza esserci. È come immaginare una stanza: proprio perché non esiste nella realtà, ma solo nell’immaginazione può contenere qualsiasi cosa, contiene ciò che non si può (o non si vorrebbe) contenere. Non è un caso che il web sia definito “amplificatore”: si pensi all’eco che può produrre una stanza infinita.

Il paradosso dell’autonomia, infine, riguarda due aspetti della psiche umana. Il primo è quello della creazione, perché grazie al nickname creatore e creatura coincidono; il secondo è quello del narcisismo, che viene esasperato perché, se Narciso poteva distrarsi senza che nulla cambiasse, chi mente su se stesso in Rete dev’essere costantemente concentrato per impedire che lo specchio deformante si sconti con la dura realtà e vada in pezzi uccidendo la finzione. In Rete chiunque può giocare a essere quello che vuole (si pensi a tutti quelli che, prima di fare una strage, si filmano e si mettono su Youtube), ma per continuare a esserlo deve mantenere un’attenzione quasi paranoica.

Antonio Romano

2 Responses to FACEBOOK, UN LIBRO DI FACCE /1

  1. andreacoffami scrive:

    Condivido su fb. immediatamente. 😉 Bravo Anto’! Mi si’ piaciuto!

  2. Antonio scrive:

    Grazie, messere.

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