“Estate crudele” – un estratto

[Questo breve estratto è tratto da Estate crudele, romanzo al quale sta lavorando Alessandro Bertante]

 

Antonio sta lavorando. Insieme a lui s’intrattiene un uomo di fuori città, quelli li riconosco al primo sguardo.

Una brava persona che viene dalla provincia e che fa decine di chilometri con la sua lunga automobile berlina grigio nera metallizzata per succhiare cazzi di giovani ragazzi brasiliani. Sono tutti uguali quei tipi di uomini: impacciati all’inizio e poi rozzi e prepotenti. Quando si abituano alla lordura che li avvolge, pretendono di possedere ogni centimetro del corpo che hanno pagato. Vogliono tutto, come sempre, come tutti quanti, e non possono aspettare. Perché loro lavorano sodo! Ogni santo giorno della settimana lavorano nella regione pedemontana delle antiche foreste perdute. Dal mattino fino alla sera lavorano, non potrebbero fare altro che la loro razza non conosce altri modi di trascorrere il tempo. Hanno la fabbrichetta, hanno le scarpe marroni, hanno l’agenzia immobiliare, hanno le cravatte grosse, hanno l’auto grossissima, hanno le fedi d’oro, hanno i centri commerciali sberluccicanti di tristezza, hanno il bar nella piazza, hanno la pizza al taglio che è uguale ovunque ed è un antico retaggio di povertà, hanno la macelleria e ce l’avevano pure i loro padri, quelli che hanno costruito i capannoni sulla statale intasata che non finisce mai e che adesso sono vecchi e stanno rinchiusi nella villa monofamiliare con il giardino cintato e la pistola nel cassetto. Hanno tutte queste cose ma non bastano più.

Questi uomini la domenica, quando non lavorano e possono fare il loro dovere, vanno a messa con la famiglia e sono soli nella chiesa vuota e fredda e intasata di menzogna e di paura antica ma loro in realtà se ne fottono perché il lunedì si ricomincia a tirare su denaro e quella è solo una mascherata che tocca farla per zittire la gente che nei paesi è grama e malfidente. Dovranno pure concedersi qualche ora di ebete rinuncia, questi sono uomini che lavorano mica passano i pomeriggi a fare niente come me che sono un fallito e un malfattore senza futuro.

Questi uomini dabbene tristi lavoratori indefessi credono di vivere nella megalopoli della produzione che non finisce mai di aumentare, dove tutto vale, dove le differenze fra le persone sono sfumate nell’unico grande pensiero del consumo, dove tutto si può fare e non ci può essere alcun cedimento né alcuna compassione per le debolezze della gente che mangia e caga lontano da loro. Tutto sembra poter cambiare veloce, sembra crescere, migliorare, raggiungere vette di efficienza rassicuranti. Ma è falso, questa è la più grande menzogna che dobbiamo sopportare, qui non si trasforma più niente, tutto è guasto, indegno e caduco dentro all’assurda megalopoli della fabbrichetta che ha preso il posto del lago Gerundo sulle cui rive i popoli parlavano alla natura ricevendo in cambio saggezza.

Questi uomini sono padroni, non padroncini. Questi uomini sono il vanto della piccola imprenditoria italiana che ci ha fatto conoscere nel mondo. E ci ha fatto pentire di starci. Questi uomini capi di famiglia ci impiegano poco a mutare pelle. Si abituano allo squallore, alla rumenta della vita, si abituano e finalmente si riconoscono davvero. Lo vogliono prendere in bocca, bramano il cazzo giovane, palpitante fra le labbra.

È bello il cazzo, è sincero, è immediato, è l’unica cosa vera nella loro vita di menzogne. E dopo altri tre o quattro incontri, si fanno coraggio e lo prendono anche nel culo, proprio quel cazzo giovane sudamericano perché lo hanno sempre desiderato e ci sono affezionati, perché loro in quel momento diventano capaci di amare. Sborrano dentro al culo di un ragazzino, si lavano il cazzo nel lavandino e poi escono e subito montano in macchina.

Prendono l’autostrada e in silenzio tornano a casa. Soli a notte fonda, lontani dalla moglie, nella luce fioca del bagno degli ospiti, si guardano allo specchio della loro anima.

Non mentono più, sono felici, tornano bambini.

Fanno tanta strada, raggiungono la metropoli, solo per quel breve, inestimabile, attimo di verità.

 

Alessandro Bertante

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51 Responses to “Estate crudele” – un estratto

  1. Dovresti più mostrare che raccontare. La tensione narrativa è buona fino a quel “sberluccicanti di tristezza” e a quel “retaggio di povertà”, qui prendi il lettore ‘per scemo’, lo si capisce già quanto siano tristi questi luoghi, nel contesto in cui ne parli, non serve che tu lo dica. Anche ‘retaggio di povertà’, troppo facile scamparsela così: trova un’immagine che valga quel ‘retaggio di povertà’, per dire, un fare superstizioso che li distingue, o un modo di vestire, di pensare. E poi, sta’ attento ai cliché.

    A presto.
    Francesco.

  2. Michele Fiano says:

    Quando esce il libro?

  3. scrittoriprecari says:

    @Francesco:
    Dove si prenderebbe il lettore per scemo? E quali cliché?

    S.

  4. Alessandro Bertante says:

    Francesco, grazie dei consigli. Ma non metto brani inediti in rete per farmeli editare.
    Cosa che si può fare con qualsiasi testo esistente.

    buona serata

    Alessandro

  5. Scrivo in quanto, avendo 41 anni, sono abbastanza indignato. Penso che il commento di Francesco Terzago, sul quale ho fatto qualche indagine, sia un caso esemplare di quanto capiti oggi. Dunque, Francesco Terzago è un 24enne di Padova, che scrive poesie linguisticamente discutibili, come quelli di qualunque odierno 24enne della sua e della precedente e della mia generazione, mentre prima c’erano ventenni o diciotteni come De Angelis o Magrelli. Io mi chiedo come sia possibile, da quale infrazione dei codici proviene questa saccenteria sbrigativa, questa eludibilissima analisi che uno dovrebbe tenersi per sé e vergognarsene, questa abissale mancanza di preparazione? So che viene dalla nuova generazione, la quale istituisce i suoi protocolli, che però vanno contestati, e non in maniera reazionaria, bensì in forza dell’empatia che quei protocolli minacciano. Nulla di ciò che scrive il Terzago è fondato su una benché minima ragione filologica, strutturale, critica o teorica. nemmeno vale la regola fintamente relativistica della democrazia da commento in blogosfera, frase quest’ultima di cui mi vergogno profondamente, perché appartenente agli statuti e ai corollari di una neolingua che cancella in automatico la possibilità di empatia e, quindi, di arte, di poesia. Se penso a quando avevo l’età di Terzago e mi accostavo a Nature e venature” di Valerio Magrelli o, che so?, a un testo di Marco Lodoli, la cui poetica non mi era cara particolarmente, penso a me e mi vedo: ho i miei giudizi, ma mi guardo bene dal formularli per lettera al signor Magrelli o al signor Lodoli, i quali mi fanno un culo così quanto a conoscenza delle poetiche in ballo. E infatti dopo anni, accumulata esperienza e affinato il sentimento della lingua, Lodoli continua a non piacermi, ma non certo in forza di quei giudizi generalisti e sconclusionati dei miei 24 anni.
    Adesso dò una lezione di lingua al dottor (immagino) e signor (a 24 anni mio nonno aveva 3 figli, era un signore) Terzago, assumendo quale modello una porzione (dicesi anche delle cibarie) di sua poesia – questa:

    Dormono nelle ceneri, come delle cose
    esauste, si lasciano a questo sonno
    per lasciarsi almeno a qualcosa. C’è stato,
    non dico che non ci sia stato
    un amplesso,
    venuto da una bottiglia di vodka
    venuta a sua volta dall’armadietto
    di latta di un padre. Io me ne sto andando
    la città è lontana, via, lontano, a piedi,
    fra poco saranno le fondamenta
    della Montagna. Gli aghi di pino,
    il fermentare degli aghi di pino,
    sgretolati che sprofondano in questi
    gialli recessi della carne.

    Il primo verso è composto da 14 sillabe prive di schema ritmico ortodosso o anche deviante, ma anche lessicalmente si nota una certa sciatteria (“delle”, “cose”). Immotivato appare pure l’enjambement, peraltro astrattissimo nell’espressionismo pauperista che sostiene la sciagurata espressione “cose | esauste”, in conflitto assoluto con l’improvvisa colloquialità dell’inserto personalistico, con tanto di abbassamento alla lingua d’uso della preterizione (“non dico che non ci sia stato”), laddove persino il disfonismo (“non dico che non”) pare non retto dalla lingua bassa. La quale risulta incoerente nell’utilizzo reiterato del verbalismo familiare “venuto da”. Mi fermerei qui, senza contare che per reggere un’immagine difficoltosa (oltre che francamente impoetica, di un manierismo protonovecentesco o da surrealismo à la Ponge) come quella degli aghi di pino che sono “sgretolati”, beh, sarebbe necessario un gioco linguistico talmente radicato nelle tradizioni dei codici che, francamente, mi pare implausibile per Terzago così come per Yves Bonnefoy, che definirei il campione ultimo di questo genere di immagini (già in “Douve”).
    Ecco, se Terzago si studia questa analisi, comprenderà che è stato preso sul serio, non potendosi lamentare che uno scrittore quarantunenne non lo abbia minimamente badato. E, forse, ma sinceramente non credo, potrà avvalersi della medesima conflittualità emotiva per entrare in dialettica non dico con un testo complesso e artatamente viscerale come quello di Bertante, bensì con concetti come quello di “descrizione”, “rappresentazione”, “cliché”. Saprà, una volta studiatili per davvero e non per seminario universitario di comunicazione (nella cui dicitura si includano tutte le attuali facoltà umanistiche, dove si preparano testi per un volume di 1/100 rispetto al passato), saprà dico affrontare con sentimento della lingua e con sentimento tout court una griglia testuale, ma anche un quadro, anche un serial americano, un rapporto, il mondo intero.

    • Caro Giuseppe,
      mi fa molto sorridere il tuo commento. E mi lusinga il fatto che tu abbia voluto prenderti la briga di rispondermi in modo così piccato e, per di più, sostanzialmente reazionario. Con uno, stattene al tuo posto, ignorante (esempio lampante, questo, di insegnamento socratico), sappiamo tutti che a Carmilla Online la ‘democrazia della blogosfera’ non piace, ma questo nel quale ci troviamo a discorrere è un altro nodo, ne sono dispiaciuto.
      Per quanto concerne il mio strampalato commento precedente, è motivato sì.
      E credo ci sia una sterminata bibliografia a riguardo dello “show don’t tell”.
      Questo tuo, caro Genna, – unica cosa che mi ferisce – è il solito atteggiamento intellettualoide di chi adotta, esprimendosi, un codice specifico, e marcato verso l’alto dal punto di vista diastratico, non perché voglia di fatto trasmettere un messaggio di valore, al quale sì, è necessariamente legato un codice di valore ma, base questa delle dinamiche di persuasione, far valere la propria pressione di ‘autorità’. E nella tua stessa risposta non parli altro che di autorità, di quell’autorità sorda che trova la sua declinazione non nel fare poesia ma nell’essere iniziati alla poesia. Un padre che dice al figlio, ho ragione perché sono più vecchio, ai miei tempi le cose andavano meglio, i treni arrivavano in orario, non c’era tutta questa delinquenza, si scriveva vera poesia. Credi che dopo due anni trascorsi a registrare e ad appuntare espressioni raccolte dai non-luoghi del nostro presente, e avendo deciso di utilizzare quella specifica materia linguistica nel mio lavoro poetico, il primo Genna di passaggio possa con i suoi commenti stilistici di mengaldiana memoria farmi così male da “mettermi a cuccia?”… Il tuo è un parere e, nella stessa redazione di Poesia, ci sono persone che a riguardo del mio lavoro la pensano ben diversamente da te. E poi, per piacere, proprio Magrelli e Angelis dovevi tirarmi fuori? Se in questo paese siamo rimasti in pochissimi a leggere versi è anche e soprattutto merito loro, la polemica sul Sole è un’altra sfaccettatura del sistema poetico italiano, e ho condiviso lo scritto di Azzurra, anche se ha di fatto lasciato il fianco esposto al pugnare di chi sappiamo bene.

      Sai, a me indigna che un uomo di 41 anni giudichi un altro signore di 24 in base a una ricerchina fatta su google e alla lettura esclusiva (se ne sei arrivato alla fine) di due poemetti. Io non sono dottore, perché me ne sono uscito di casa a 18 anni, vivo con meno di 400 euro al mese, studio lavoro e scrivo. Hai mai provato a lavorare in un parco divertimenti, 5000 coperti al giorno, agosto, niente aria condizionata, divisa cow-boy: vestiti che non puoi lavare perché perderebbero il loro valore ignifugo?

      […] I talenti d’un neonato
      si rispettino dal primo vagito,
      Ma un cinquantenne ignorante
      non merita rispetto alcuno[…].

      Bene, ora io sono stato superficiale con te quanto tu lo sei stato con me. E mi sembrerebbe triste che due persone, che nemmeno si conoscono, dimostrino vicendevolmente tutta questa acredine, se vorrai potremo sentirci via mail: francesco.terzago@gmail.com

  6. Teresa says:

    Il pezzo è bellissimo. Perfetto. Per fortuna che si tratta di un autore importante. Fosse stato uno sconosciuto, un esordiente, l’intervento minchione di editing (a cazzo) avrebbe potuto fare dei danni.

  7. Be’, è una questione di stile. Perché un racconto non si limiti a essere una didascalia bisogna evitare di ‘dire ogni cosa’, bisogna fare sì che sia il lettore a dedurre, da quanto facciamo trasparire esteriormente del personaggio, quelli che sono i suoi stati emotivi. Se questo fosse stato cinema come sarebbe stato il muoversi e l’interagire tra i personaggi? Esempio: Il Dodo esce dalla Berni s.p.a. ogni sera alle otto e quarantacinque, percorre i 8 km virgola sei che lo separano da casa su una berlina grigia. Ora abbiamo delle scelte da fare: prende l’autostrada quando potrebbe benissimo percorrere una strada di campagna? Mettiamo un bel bivio dove questo si fa intendere al lettore. Il Dodo non è altro che il dottor Berni, ottimo, facciamo sì che quando si ferma al wine-bar a prendere una bottiglia da portare a casa alla moglie qualcuno di quelli che lavora per lui lo riconosce e lo chiama per cognome “Dottor Berni, buona sera!” e qui puoi inserire degli elementi visivi che facciano comprendere lo stato di subordinazione del dipendente nei confronti di questo ‘padrone’ (sempre che ce ne siano) e poi, per far capire quanto sia squallido questo personaggio, puoi fare sì che una volta ripresa la macchina chiami un fioraio dicendogli che sarà da lui entro pochi minuti, “il solito mazzo, con i tulipani, mi raccomando!”, subito dopo gli fai chiamare la moglie, e gli fai dire che è in ritardo ma che c’è una sorpresa. A quel punto subentra il pistolotto sulla prostituzione minorile, ma devi tenere alta la tensione, e allora quando lui si fermerà in periferia davanti a ‘un offeso palazzotto’ devi trovare il modo di non far capire al lettore, fino all’atto sessuale, che cosa stia succedendo. E allora tu lo puoi far salire fino all’appartamento, lo fai entrare con un mazzo di chiavi sue, e gli puoi far lasciare sul tavolo della cucina dei soldi e un biglietto con su scritto [auguri, si è giovani una sola volta nella vita, il babbo] e magari anche delle medicine (prese nella farmacia di turno) e quando sopraggiunge il giovane ‘brasiliano’ (avanti di cliché) fai che questo chiami il nostro Berni ‘babbo’, così un primo scambio di tenerezza tra i due, un abbraccio per dire, apparirebbe ‘naturale’ (a questo punto il lettore penserebbe subito a un figlio illegittimo del Berni – e si possono aggiungere altri elementi perché questa ‘trappola funzioni’) poi però il giovane brasiliano si inginocchia e sbottona i pantaloni al Berni ecc. ecc.

    Se invece si sceglie la forma del stream of consciousness, che stream of consciousness sia. Ovvero, una voce interiore che dia l’impressione a chi legge di essere, per l’appunto una voce interiore. Di questo racconto si potrebbe tagliare il 40% senza che con ciò il senso ne venga intaccato. E poi, va bene l’idea della scrittura civile ma il ‘padrone’ di questo racconto è uno stereotipo su due gambe.

  8. Teresa says:

    Oddio, per un attimo ho pensato che Francesco Terzago esistesse davvero. Scherzo riuscito: ci sono cascata. Credo che l’intento fosse quello di dimostrare i danni che possono fare certi corsi di scrittura, giusto? L’identità del ragazzino stupido che pensa però di avere gli strumenti critici è geniale.

    • Fa male parlare di strumenti, nevvero? Ci vorrebbe un po’ di sano studio di linguistica testuale, altro che panzane. Si trovano, anche in italiano, dei manuali di scrittura creativa più che dignitosi. Eh, Teresa, per fortuna ci sei tu a spiegarci come si fa ‘grande letteratura’, ora devo solo capire: fai parte della schiera: cioè, la scrittura è un dono che uno ce lo ha o non ce lo ha, cioè, è come un demone, hai presente Sciacchespear? O di quella, tutto questo parlare di manualistica di scrittura e linguistica mi è insensato, l’unico sapere concepibile è quello aristotelo-tolemaico, lunga vita a Bloom!, e allora prima di poter scrivere un racconto devo conoscere a memoria tutta una letteratura nazionale di canone.
      Ah, grazie di avermi dato dello stupido.

  9. scrittoriprecari says:

    @Francesco:
    Intanto non si tratta di un racconto, ma di un estratto di un romanzo inedito che l’autore ci ha gentilmente concesso. E non si tratta di cinema, tanto meno di un cinema come l’intendi tu (mi pare di capire).
    I toni che usi sembrano davvero quelli di un manualetto di cattiva sceneggiatura. Davvero, sarebbe il caso di leggere molto, ma molto di più (magari qualcosa dello stesso Bertante, prima di giudicare). Un ultimo appunto: un cliché non è un immagine in sé… è come la si vede o raffigura: ovvero, uno stereotipo.

    Simone

    • Mi riferivo a racconto nei termini di raccontare. Senza contare che questo stralcio ha una sua autonomia.
      Abbiamo pareri differenti su come si debba scrivere qualcosa, evidentemente. Le mie considerazioni nascono sempre dallo studio, dallo studio di scritti differenti, mi sembra evidente.
      Comunque credo che questo sia solo un bene. Senza un altro con cui confrontarsi non può esistere crescita alcuna. A presto.

  10. scrittoriprecari says:

    @Francesco:
    il confronto è sempre un bene, ma permettimi di dirti che i toni da te usati nel primo commento non erano proprio dei migliori. Insomma, il primo a comportarsi da “maestro” sei stato tu. Sono sicuro che i tuoi commenti nasconsano da una tua passione e da un tuo percorso di studi, così come di chiunque altro intervenga qua dentro, per primo l’autore, ovvero uno scrittore che su quelle righe ci ha lavorato (questo non sinifica che non siano criticabili, quelle righe: intendo solo dire che c’è tono e tono).

    Simone

  11. Nel mio primo commento non mi comportavo da maestro ma da lettore (ne secondo semmai, è in modo giocoso, mi si può iscrivere nella lista delle ‘maestrine’). Credo sia giusto essere sinceri, anche se questo può comportare dei dissapori. Ma questo ad alcuni non piace, chi non è omologato deve tacere. E non mi riferisco certamente a te.

  12. Disputa fra letterati analoga al dimostrare, negli spogliatoi, chi ha il cazzo più lungo.

  13. Teresa says:

    Roberto: ovvero l’approccio adolescenziale competitivo del piccolo Francesco.
    (Questo fa male alla letteratura).

  14. quoto discretamente Mandracchia, uso un termine tinegier e mutuato dall’internètte come “quoto” e, come insegna il motto dell’Azienda che orgogliosamente porta il mio nome, me ne lavo le mani.

  15. Federico says:

    Qualcuno saprebbe spiegarmi come e perché una poesia che a detta di qualcuno è malriuscita comporterebbe il divieto per il signor Terzago di giudicare un estratto di un romanzo?

  16. scrittoriprecari says:

    @Federico:
    qui nessuno ha vietato niente. Giuseppe portava un suo esempio di come analizzare un testo, mi pare.

    Simone

  17. Federico says:

    @Simone: evidentemente il mio è stato sarcasmo…. malriuscito!
    Eh eh, non importa: volevo solo dire che l’intervento del signor Genna ha una struttura che si avvicina pericolosamente a quella della fallacia “ad hominem tu quoque”.

    Scrivere una brutta poesia può squalificarti al punto da renderti inabile di giudicare un romanzo?

  18. scrittoriprecari says:

    @Federico:
    io non credo, come non credo altresì che ci si possa permettere di fare un editing di un testo altrui in un luogo pubblico come un blog (perché di questo si è trattato, più che di una critica).

    Simone

    • Forse è improprio e limitante tentare di editare un estratto di un romanzo, che di per sè è un’opera complessa, costruita spesso su richiami, strutturata in altre pagine probabilmente non indipendenti da quella sopra pubblicata. Un testo è difficilmente giudicabile senza il contesto globale. Sarebbe come guardare “Il fantasma di Vermeer” di Dalì focalizzando solo il particolare di quel disarmonico piede staccato.

  19. Francesco a me mi stai simpatico. Fai il professorino del cazzo adeguandoti ai clichè del letterato italiano che ha sempre da insegnare qualcosa all’altro scribacchino al suo fianco. Farai strada, pubblicherai con Albratross prima o poi o con Bompiani e ti vedremo al funerale di Maurizio Costanzo a grattare il culo della De Filippi. E’ stato molto bello il tuo commento, io l’ho apprezzato, non hai paura di dire, dall’alto della tua cultura, che quello che hai letto ha dei difetti e l’Autore dovrebbe solo ringraziarti. Avere un punto di vista differente dal proprio è cosa buona e giusta. Ma detto ciò, mi stai sul cazzo. Sempre “commenticamente” parlando eh! Bacio.

  20. lupofarm says:

    eh questo è parlar chiaro

  21. Federico says:

    @Simone:

    Immagino che su questo blog si potrebbe discutere all’infinito su cosa significhi “critica” e “editing”.

    Mi limito ad osservare che un significato minimale di “critica” è quello per cui il testo criticato “non è come DOVREBBE essere” – senza imbarcarmi su come vada inteso in questa frase il verbo “dovere”, a seconda del concetto che si ha della critica.

    Da qui a pensare che il testo potrebbe essere DIVERSO, dunque possa essere CAMBIATO, il passo è breve… aggiungiamoci la stringatezza e la schiettezza del primo commento del sign. Terzago, ed ecco che l’idea di “editing” può affacciarsi nella mente.

    Se non siamo d’accordo con quel che dice abbiamo tutto il diritto di controbattere, senza per questo “giocare sporco”, senza cioè bollare una critica – più o meno giustificata o corretta – come un “editing”, il che ci permette, stando a come sembra ragionare qualcuno, di non considerarne il contenuto.

    Chi pubblica qualcosa in un blog pubblico, si espone alle critiche di chiunque, che siano competenti o meno.

    Critica ed editing sono certamente cose diverse.
    Ma come è fatta una critica che non somiglia ad un editing? O meglio: come deve essere fatta una critica perché chi è criticato non possa rovesciare, con una mossa del tutto retorica, il discorso critico dicendo che è un tentativo di editing, dunque qualcosa a cui non è tenuto a rispondere? Si spera che l’editing sia la conseguenza naturale di una buona critica, non qualcosa di completamente estraneo ad essa!

    Anche se il commento del sig. Terzago fosse classificabile come “editing” e non come “critica” – non che mi interessi molto come classificarlo – che male ci sarebbe nel fatto che è pubblico? Una mossa impudica? Bah…

    • Concordo. Ognuno può esporsi come vuole. Certo, se i giudizi sono così poco argomentati e lapidari, è facile che si scatenino le susseguenti reazioni… ma qui si è forse andati un po’ oltre. Si dovrebbe discutere (e rimarco il “discutere”) dell’estratto di Bertante, e non del diritto o meno a criticare o della presunzione con cui lo fa qualcuno.
      Sarebbe più adeguato farlo in uno spazio chiamato ad hoc “cortile letterario”.

      • Federico says:

        Sono d’accordo. La “meta-critica” è off-topic, anche se è fisiologico che emerga a tratti.

  22. scrittoriprecari says:

    @Federico:

    prendiamo questo passaggio dal commento:
    “Esempio: Il Dodo esce dalla Berni s.p.a. ogni sera alle otto e quarantacinque, percorre i 8 km virgola sei che lo separano da casa su una berlina grigia. Ora abbiamo delle scelte da fare: prende l’autostrada quando potrebbe benissimo percorrere una strada di campagna? Mettiamo un bel bivio dove questo si fa intendere al lettore”.

    Questo è fare editing, tutt’al più, ma non certo critica.

    Simone

  23. ToniBruno says:

    @Francesco
    @ffanculo

    Parto da un presupposto, stamani ho fatto una cacca assai soddisfacente, di quella che scivola piano, silente, senza troppe storie. E nel frattempo leggevo la mia solita rivista, di quelle da cesso e riflettevo su una cosa, che ho trovato molto bizzarra. La “letteratura da cesso” è limitata, non che non ci siano abbastanza titoli che ricoprano la categoria, è che altri, ben meno noti, trovano spazio solo sul web o rifiutano la carta stampata e mi duole non poter leggere tali webzine al cesso, perché da che mondo è mondo il posto di un portatile e sulla scrivania e non al cesso come ci insegnano le pubblicità. E per chi non l’avesse capito, per letteratura da cesso non intendo roba scadente. Non va confusa con la letteratura da bar o da barbiere. Io al cesso, oltre a farmi le migliori cacate, mi sono fatto letture altrettanto stimolanti, di quelle che ti cambiano la giornata da così a così. Poi accendo il computer, visito il blog di scrittori precari (che mi piacerebbe leggere assieme ad altri al cesso per i motivi di cui sopra) e trovo questa bella torta da lanciare in faccia. E ne deduco, che Francesco, forse stamani, non ha avuto la fortuna di sciogliere lo sfintere come si deve, di diventare un tutt’uno con il suo corpo e i rifiuti che secerna. E lo noto da questo:

    «Io non sono dottore, perché me ne sono uscito di casa a 18 anni, vivo con meno di 400 euro al mese, studio lavoro e scrivo. Hai mai provato a lavorare in un parco divertimenti, 5000 coperti al giorno, agosto, niente aria condizionata, divisa cow-boy: vestiti che non puoi lavare perché perderebbero il loro valore ignifugo?»

    Francesco, piccolo cucciolo, tenerello, picciu picciu, io non è che ti voglio portare sulla coscienza però cazzo, mi sembri l’opinionista della domenica, mi sembri parente di Del Debbio, mi sembri troppe cose e questo non va bene perché è sempre meglio sembrarne una che sfaccettarne cento. Salva il mondo e torna mio prode, ma fino ad allora non approfittare di un luogo pubblico per le tue angoscie private, please.
    È tutto, dimenticavo…bel pezzo. E in risposta a mandracchia quoto Coffami, Rocco vince sempre.

    • Io ne deduco che a certe persone il pensiero dissonante faccia tanta tanta paura, non lo riescono proprio ad accettare: tutta questa aggressività, questo attaccare una persona sul piano personale perché non si è in grado di opporsi in altro modo alle tesi che esprime. Se avessi scritto “ehi wow!, il pezzo del tuo romanzo è bellissimo” nessuno mi avrebbe rotto il cazzo, anzi. Invece mi sono permesso di dire quello che penso (e che pensano del resto molte persone), in modo coinciso e chiaro – aiuto, si salvi chi può. E allora mi omologo, “cioè ha scritto una cosa impegnata e cioè, spacca! Perché cioè, la vita vera di provincia ci sta tutta in quel racconto, perché cazzo – si deve parlare chiaro di certe cose.”
      Chissà. Ad ogni modo le chiacchiere stanno a 0, io non ho insultato nessuno, i miei commenti al testo sono stati costruttivi, per il resto mi sono limitato a rispondere a questo vespaio di gente che si dice tanto di sinistra ma che nella prassi, invece… Senza contare che voi portate avanti l’idea che l’utilizzatore di un libro debba per forza essere addestrato a quello che secondo voi è ‘giusto’ è ‘bello’.
      Addio.

  24. scrittoriprecari says:

    @Francesco:
    Noi, in quanto blog, proponiamo ciò che ci piace e interessa. Quanto all’addestramento, potrai vedere da te che un sacco di commenti provengono da utenti esterni alla redazione.

    Simone

  25. enpi says:

    oh, a me è venuta voglia di chiedere ai precari di mettere qui uno stralcio di un libro mio. per farmi fare la critica e l’editing. a me piacerebbe tantissimo : )
    e-

  26. dimitrichimenti says:

    Caro Francesco Terzago,
    credo che la postura della “vittima” in un qualsiasi confronto dialettico sia sempre degradante per chi la assume. Se hai argomenti e strumenti per controbattere chi ti critica (anche in modo aggressivo) tirali fuori, avremo tutti da guadagnarne.

    Venendo alla tua lettura del pezzo di Bertante: anche io la trovo superficiale, e ti dico il perché.
    Se il lavoro di critica letteraria adottasse lo “show, don’t tell” come regola universale del buon scrivere, un romanzo mediocre come “Maigret va dal coroner” di Simenon sarebbe da considerarsi meglio riuscito di “Petrolio” di Pasolini. Una posizione accettabile, ma discutibile.

    Le opere costituiscono un insieme interrogabile solo a patto di metterle in relazione con un sistema di concetti. Questo non significa che vi sia un unico sistema di concetti, né che ve ne sia uno intrinsecamente migliore di un altro. Si tratta piuttosto di costruirne uno e metterlo al lavoro.

    Dunque, buon lavoro Francesco.

  27. LaborTavor says:

    quanto piace, nel convivio, rarlar tra i putti. Ringraziate chi tiene in piedi il vostro orgoglio; nessuno escluso.
    Il pezzo postato non mi piace.
    L’analisi della poesia di terzago nemmeno. Essendo in perfetta par condicio, mi chiedo infine chi, sotto la doccia, l’ha più lungo?

  28. matteoplatone says:

    oh, io mi sa che sono l’unico scemo qui in mezzo, perché per valutare un racconto come quello di Bertante, al di là dell’impressione a pelle “mi è piaciuto/non mi è piaciuto”, ci devo riflettere almeno una buona ora, e lasciar sedimentare le impressioni, lasciare che ciò che so di “teorico” vada incontro a queste impressioni senza dominarle a priori, ma cercando piuttosto di organizzarle o di favorire il processo di sedimentazione, e trattare poi ciò che resta come il seme di una pianta da cui potrà, al limite, volendo dedicarci del tempo, ma soprattutto della cura, dell’attenzione, un giudizio compiuto ed esaustivo.
    Comunque l’estratto mi è piaciuto, ecco.

  29. Olga Mascolo says:

    Io sono allibita da quanto letto in questo forum (o come si dice non so, non pratico la critica della blogosfera). Premetto che conosco di persona Francesco e sicuramente non condivido il suo commento. Lo trovo oltre che privo di fondamento, un po’ troppo d’accademia di bassa leva, direi proprio pedante. Un po’ da professorino di Attimo fuggente che infligge ai suoi studenti il suo stile.
    Però sono stupita dalla risposta di Genna, non privo, onestamente, della stessa presunzione. Cosa significa prendere un’intera generazione e tacciarla di essere affetta del medesimo male? Quanto ne può sapere lei Genna delle nuove generazioni? Si può criticare qualcuno solo perché non legge quello che leggo? ma dove siamo? E poi, al di là del merito, lo scanner metrico ha validità fino a un certo punto. Potrei in questo momento scrivere una poesiola in endecasillabo, misurandone giustamente gli accenti e avrei, forse, solo maniera.

    Mah, grande sconsolatezza.

    Vi prego non scannerizzate le mie cose che non hanno nessuna velleità letteraria.

  30. Vincenzo says:

    Qui esprimo sentite grazie a Gianluca Liguori che mi ha permesso di venire a conoscenza di questi splendidi post!

    Proprio stasera con il’autore sopra citato autore abbiamo avuto il solito diverbio dello scrittore “scrive per te o scrivi per chi lo vuole?” e mi ha consigliato vivamente la lettura di tutto questo. Scrivo a Terzago con la speranza che legga il mio post.

    Studio al DAMS di Tor Vergata, penso di diventare uno sceneggiatore o qualunque altra cosa che si avvicini al mestiere, di manualistica ne ho letta e di laboratori frequentati alcuni, non sono un gran conoscitore della letteratura ma qualcosa ogni tanto la leggo anche io.

    Gli sceneggiatori, tranne quelli con il culo rotto a forza di calci, purtroppo credo che siano quasi obbligati a scrivere ciò che gli altri vogliano per buona parte della loro vita, in Italia più che altrove; tuttavia non credo sia una norma applicabile ad ogni caso quella del seguire necessariamente le regole dettate dai grandi della manualistica, in fondo anche loro per creare delle innovazioni hanno dovuto inventare qualcosa che a qualcun altro prima di loro non è piaciuto.

    Se i grandi scrittori del ‘900 avessero avuto modo di dar ascolto alle parole di mia zia (insegnante di italiano qualificata delle scuole medie) tutti avrebbero scritto non molto diversamente da Alessandro Manzoni.

    Probabilmente, Francesco, hai ragione, ma sempre e solo dal tuo punto di vista e sarebbe doveroso imparare a rivolgersi alle persone sempre in maniera garbata, le chiacchiere non stanno a zero e le parole vanno sempre e dovunque pesate.

    La cosa che mi rammarica è che a quanto pare il modello di carattere che hai efficacemente portato alla luce è quello nuovo, immediato e futurista che si sta affermando negli ultimi tempi, assassino nelle prime parole e pronto a scattare sulla difensiva per acquistare la ragione alla prima controffensiva.

    Che mai tu possa sentirti sminuito dalle parole degli altri, che mai tu possa prendere consigli da chi reputi peggiore di te, che mai tu possa incrociare la mia strada mentre io sono di qualche passo avanti a te.

    Saluti ai precari e agli accaniti sostenitori del blog.

    Vincenzo.

    PS (Per fortuna che si tratta di un autore importante. Fosse stato uno sconosciuto, un esordiente, l’intervento minchione di editing (a cazzo) avrebbe potuto fare dei danni.-Teresa) Parole sagge!

    • Vincenzo says:

      *tastiera, schermo e vino nuovi. Perdonate la pessima forma! 😉

    • Sì, ho letto la tua replica. E replico. Io ho parlato di tecnica e per essere accessibile a tutti ho portato degli esempi spicci di come a mio avviso un testo potesse essere migliorato – ma il culturame non accetta critica, gli basta risiedere in una torre d’avorio e sentire in lontananza il salmodiare dei mendicanti: la gente mi ha attaccato sul piano personale. Dicendo in sostanza, lui è uno scrittore, tu non lo sei, taci a cuccia (di un mio poemetto si può dire ogni cosa, che sia bello o brutto, dipende quali strumenti vengono adottati nell’analisi): come se uno andasse al cinema e all’uscita della sala non potesse dire: questo film non mi è piaciuto, e per spiegare a un amico in che termini, gli dicesse: io metterei questo e questo, cambierei la fotografia, lavorerei sul montaggio, il personaggio era ‘già visto’ ecc.. Io credo che una persona debba essere libera di giudicare un testo (da Bruno in poi alcuni lo sostengono), come del resto un film. Che lo faccia in base a quello che è il suo trascorso, la sua sensibilità filosofica, il suo percorso umano e di studio (Averroè non aveva nessuno che gli spiegasse che cosa volesse dire Aristotele, e Aristotele non serve a spiegare la modernità – una provocazione di wittgensteiniana memoria). Ma nella palude rappresentata da una certa critica il concetto di forma è molto relativo, conta esclusivamente la chiesa da cui un autore proviene, o il contenuto della preghiera che ha scritto. E allora per capire se un lavoro è buono non ci passa, per dire, nemmeno per l’anticamera del cervello di tenere conto se è stato steso con una buona paratassi: i testi paratattici, è dimostrato, si memorizzano più velocemente e sono più efficaci dal punto di vista comunicativo. Il mostrare è più efficace del raccontare, perché suscita dentro di noi dei processi di riflessione sul senso ben precisi. Io credo che si debba scrivere per gli altri, e non per se stessi, che scrivere sia pragmatica della comunicazione, che tutti quelli che scrivono vogliono essere letti (altrimenti non saremmo qui a discutere di tutto questo) le grandi tematiche non valgono niente se non le si comunica efficacemente, se non possono fare immaginario, a questi nostri giorni sciagurati mancano i romanzi d’appendice, mancano gli Oliver Twist, e mancano gli Stevenson. Sono convinto che per interpretare un testo ben fatto non serva esegesi, (questo vale per i testi biblici – nel mondo cattolico) nel mondo protestante il testo è tradotto, ogni persona può interpretare in autonomia la ‘parola di Dio’. Guardo alla figura dello ‘scrittore totale’ non certo a quella di ‘scribacchino’ come la nostra tradizione ci trasmette. Tu sei liberissimo di scrivere e di fare il film che vuoi, essere criptico quanto desideri, essere impegnato nel modo che riterrai opportuno, ma se non mostrerai una grande storia la gente non comprerà il tuo libro e diserterà le sale in cui si proietta il tuo film. Il problema è che in questo paese il lettore, addestrato a ciò che dovrebbe essere bello, casca nelle innumerevoli trappole che l’editoria pone sulla sua strada, e tra queste anche l’introduzione di critico prestigioso (oggetto di iniziazione al testo, atto religioso, che spesso non ha niente a che spartire con la scienza: glossematica, semiologia, linguistica testuale, sono parole che ricorrono molto di rado in queste forme testuali). Ma tanto uno dei paesi dove si leggono meno libri in assoluto è l’Italia, e allora continuiamo a evitare di parlare di qualità del prodotto, forse se ci avvicinassimo di più alla domanda avremmo tutti da guadagnarci qualcosa (e questo lo si può fare con responsabilità – proponendo un prodotto dignitoso, non le Licia Troisi di turno).

  31. matteoplatone says:

    Si insegnava a non sopravvalutare la tecnica fin dai tempi dello pseudo Longino (ma anche un po’ prima, in verità).

    “i testi paratattici, è dimostrato, si memorizzano più velocemente e sono più efficaci dal punto di vista comunicativo”.
    Cioè quindi una qualunque filastrocca dell’infanzia è più “comunicativa” de “l’infinito”? Te l’hanno spiegato, per dire, che roba è il sublime, o l’hai archiviato come sottocoppa per il sorbetto?
    Scusa, ma le opinioni sono una cosa, e dovrebbero essere argomentate partendo dai fatti (se le opinioni si alimentano di opinioni, in linea di massima l’atteggiamento non è tecnico, ma nichilista), la sicumera un’altra.
    Senza offesa, ma capisco più la modernità da un Aristotele che da un Terzago, e sia chiaro, più per meriti del primo che per demeriti del secondo. Tu quando scrivi usi concetti attuati e teorizzati a partire dal V secolo a.c., e nemmeno te ne rendi conto. Hai mai letto un libro di retorica classica? Hai mai letto un trattato moderno di retorica (del ‘900, eh!), tipo il Lausberg? hai mai notato tutti quei caratteri incomprensibili che usa? non dico il latino, dico quell’altra lingua… ecco, è greco!

    Taccio sull’equazione “tecnica = qualità = vendite”. Non mi risulta che Leopardi fosse un best sellers. Ma forse è per colpa dell’ipotassi.

    • Be’ non dimentichiamoci di Michelstaedter, mentre, andando sull’agile manualistica la Bice Mortara Gravelli. O in ambito psicologico, alcuni lavori, editi anche in Italia, di Pratkanis e Aronson. Bisogna tenere conto sì degli strumenti ma relativizzare l’importanza delle fonti (gli strumenti del linguaggio, nel loro aspetto rudimentale, sono distintivi della nostra specie, come del resto il linguaggio stesso). Questo era il senso di quel passaggio. La natura umana è sempre la stessa, dacché è comparso su questo pianeta l’homo sapiens sapiens. Le potenzialità non cambiano. Il contesto tecnologico, quello sì, come diceva il povero Popper in “Le miserie dello storicismo”.
      Comunque stiamo andando OT. A presto.

  32. Vincenzo says:

    In tutta onestà, il mio pensiero nel modo di vedere la scrittura (in basa anche a ciò che mi hanno insegnato), è molto simile al tuo e su molti punti la vedo esattamente come te.

    Tuttavia la mia critica è un altra.

    La mia posizione si avversa alla tua esclusivamente su un piano di “forma” ,su come impostare un dialogo. Se la tua intenzione fosse stata guidata da uno spirito critico costruttivo, fidati, credo avresti scritto in maniera molto diversa in primo luogo quando hai lasciato il commento.

    Sono pienamente d’accordo con Teresa in questo, se avessi scritto io il pezzo e ,ricevute le tue critiche, probabilmente non avrei avuto la stessa galanteria dell’autore nel risponderti e sicuramente avrei “ricevuto dei danni”.

    Secondo me, arrivati a questo punto, l’ideale sarebbe chiedere scusa all’autore, perché non ci credo che il pezzo non ti è piaciuto (tant’è che ne hai visto già un eventuale corto) e che la tua mente si sia fossilizzata solo su quei particolari. Ti rendi conto di quanto sarebbe cambiata tutta questa conversazione se solo tu avessi cominciato con “Premetto che il pezzo mi piace”.

    In risposta definitiva a quella che è la tua posizione più forte, si, una persona è sempre libera di giudicare ma deve possedere anche la maturità di rendersi conto del potentissimo ruolo che sta assumendo nel momento in cui si rivolge all’opera di altri.

  33. enpi says:

    con l’età mi sento sempre più questa volontà, addosso, di moderare/sedare i conflitti sanabili.
    e quindi ho voglia di scrivere qualche riga, qui.

    vedi, Francesco, io ti auguro, sul serio, di diventare editor, tra un po’, tra qualche anno, e di avere a che fare giornalmente con gente che scrive. e di doverla “aiutare” questa gente che scrive, a mettere su carta, correggere ecc.

    non è differente da altri accidenti/casi/fortune della vita.
    immagino che ti sarà capitato di accompagnare una fanciulla a fare compere. di vederla uscire dal camerino con qualcosa che le andava stretto o largo – che le stava male, insomma.
    che fare? non le si dovrebbe mai dire: stai male o malissimo. molto meglio: prova qualcos’altro/quel colore non ti dona.

    questo perché ognuno di noi si porta appresso paure, fobie, punti di forza e debolezze. quando si scrive, poi, e si scrive un libro intero, quel libro rappresenta tanto per chi l’ha scritto, è costato fatica ed è un tesoro, bello o brutto che sia.
    poi: l’estratto di qualsiasi libro fuorvia, il più delle volte. bisogna leggerlo tutto, il libro, per avere un’idea precisa di cosa ci sia dentro.
    a volte, quando il libro è “prezioso”, va persino riletto, una o più volte, per capirlo davvero.

    nella fretta – insensata? – della contemporeneità ci accontentiamo di fare zapping, di leggere poche righe per farci un’idea “completa”. mentre, credo io, poche righe non bastano, sono solo strumentali alla scelta di leggerlo tutto, quel libro lì, o meno. ma non possono servire a nient’altro. non è abbastanza per poter dare un giudizio. possiamo essere fulminati, ammaliati, sentire quindi la necessità di leggerne ancora, di leggere tutto. oppure, al contrario, non esserne attratti, non sentire il desiderio di aggiungere altre parole, altri capitoli, altre parti.

    per dare un consiglio di scrittura, o per consigliare qualcuno fuori da un camerino, dobbiamo godere della sua fiducia, essere, in qualche modo “compromessi” con lui o lei. il commesso, l’editor, il lettore fidato – per esempio: sono delegati a dare un giudizio. sono ruoli istituzionali, nel senso migliore del termine. poi, io so che il commesso tenderà a dirmi che sto bene, perché il suo lavoro è quello, convincermi a comprare quello che indosso, quello che sto provando. ma, il suo, è un ruolo preciso. io *so* qual è il suo fine, il suo mestiere. stessa cosa per l’editor, o per i lettori fidati, che chiunque scrive custodisce con cura. a loro è chiesto un giudizio. che non dovrebbe mai essere perentorio, ma sempre basato sul fatto che un autore serio ha messo un pezzetto di sé nel suo libro.

    questo “tatto” è condizione imprescindibile, secondo me, per lavorare con e sulle parole altrui.
    e credo sia altrettanto imprescindibile in tutte le questioni della vita. s’impara, ad aver tatto. è una conseguenza del vivere. non sempre ci si riesce, ma è importante non scalfire i sogni, i desideri e le passioni degli altri, di quelli con cui lavoriamo o che anche solo incrociamo.

    [sì, è un po’ una paternale, lo so. ma sono certo che non te ne avrai a male]
    e-

  34. Ecco, il Piscitelli è un esempio di rara saggezza.

  35. enpi says:

    guarda, Gianl, son famoso per questo, per la saggezza [eheheheh]

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