Intervista a Joe Santangelo

Shoot me! (Chinaski edizioni, 2010)

di Joe Santangelo

 

Un Libro che mescola insieme thriller, saggio, indagine. Come nasce? Da quali esigenze?

Il fulcro di questo libro è un fatto vero realmente accaduto, che è passato alla Storia con la s maiuscola ed è già noto al grande pubblico. Avrei potuto scrivere un testo espositivo dei documenti raccolti nel corso nella mia ricerca, un dossier documentale. Ma la possibilità che avevo di fare qualcosa di nuovo e portare un originale spunto di riflessione era di utilizzare il racconto del crimine per scavare nella vita dei due protagonisti del delitto.

Tutto è partito dalla lettura accidentale dell’ultima intervista rilasciata a Rolling Stones il 5 dicembre 1980. «Niente è reale – dice John Lennon – la realtà in cui noi tutti viviamo è una illusione. La cosa più difficile è affrontare se stessi. Un tempo ero convinto che la colpa fosse degli altri e che il mondo mi dovesse qualcosa… ora ho scoperto che io sono personalmente responsabile di ciò che mi accade, che io e il mondo esterno siamo un tutt’uno… l’impresa più tosta è scovare la bugia che si annida dentro la tua vita». Ho trovato interessante che una delle motivazioni principali portate da Chapman per spiegare la genesi del delitto nella sua testa fosse la phoniness di John Lennon.

Dunque dalla storia vera ho estratto una traccia, e ho organizzato le prove a sostegno in una trama particolare, che mette Lennon e Chapman allo specchio. Ho fatto in modo che il delitto emergesse nel racconto come il risultato di un lungo periodo di preparazione e per questo l’ho collocato al centro del romanzo come il punto di incontro delle due biografie, creando la suspense con l’altalena delle emozioni e degli stati mentali di Lennon e Chapman. I due sono quindi sempre sul punto di non incontrarsi e di trasformare l’esito degli eventi. La mescolanza dei generi è quindi il risultato dello sforzo di affrontare il tema del delitto Lennon in maniera nuova, senza perdere di vista la fedeltà ai fatti e il tributo del giusto rispetto a un uomo che ha pagato un prezzo altissimo per aver voluto intraprendere una ricerca spirituale così importante, pur essendo costantemente sotto i riflettori, esposto al giudizio della moltitudine.

Ribadisci spesso che i due avessero un appuntamento. Puoi spiegarci meglio?

Entrambi – per le motivazioni che ho esposto – sia pure procedendo su rette parallele che si sono incontrate – per una convergenza di fatti, azioni e stati mentali – solo l’8 dicembre, hanno preparato questo incontro nel tempo. C’è stato tra di loro come uno scambio di dati e di flussi di pensiero. Se a quei tempi ci fosse stato Internet – e Lennon sarebbe stato sicuramente un internauta dipendente – è come se un bug sia sfuggito all’attenzione dei suoi programmatori, si sia insinuato nei pc di Lennon e Chapman, e abbia aggiornato l’agenda dei due a loro stessa insaputa. Sono convinto che le emozioni e quello che pensiamo hanno un peso specifico tangibile sulla nostra vita, che siano una materia solida che può realmente condizionare le nostre esistenze.

Shoot me! Perché questo titolo?

È stato John Lennon a suggerirmi questo titolo. Nel 1969 Timothy Leary – allora candidato alla funzione di Governatore dello stato della California – si ritrovò con sua moglie Pamela presso uno dei famosi “Bed-In” di John & Yoko, a Montreal. Leary, psicologo comportamentale, suggeriva provocatoriamente l’assunzione di LSD e di altre sostanze psichedeliche come strumento di apertura mentale, una specie di Aldous Huxley di fine decennio. I contenuti dei suoi interventi durante la campagna elettorale piacquero a John Lennon, che accettò di comporre un pezzo sulla base dello slogan che gli era stato sottoposto da Pamela: «Come together and join the Party». La composizione era quasi completa quando Leary fu arrestato per possesso di marijuana e Lennon si ritrovò questo pezzo (Come together) che si assommò ad altre demo. Durante le ultime session di Abbey Road – ultimo Album dei Beatles – Lennon sottopose il pezzo ai compagni. Paul McCartney suggerì di imporre un giro di basso profondo e potente, così da rendere il pezzo più “cupo”, mentre Lennon inserì un contrappunto iniziale altrettanto forte e provocatorio: «SHOOT ME!». Lennon ha fatto della provocazione un’arma di comunicazione, anche se nella mia analisi emerge una difficoltà a gestirne gli effetti nel lungo periodo. «SHOOT ME!» è il messaggio che arriva a Mark David Chapman attraverso la musica, le radio, le riviste patinate di gossip e la televisione (non dimentichiamo che Chapman ha passato gli ultimi giorni con la televisione sempre accesa e il silenziatore, convinto che dalla televisione gli sarebbe arrivato “il segnale”, il via alla partenza).
«I was drunk, so shoot me!» dice John a Rundgren, nell’alterco che è passato agli annali come “il litigio dell’assorbente”, nel periodo del lost week-end.
Sono il Walrus, il buffone di corte, un ipocrita, uno stronzo, un violento, un alcolizzato, sotto i riflettori del mondo… quindi sparami pure se ne hai piene le scatole perché tanto la verità non muore.

C’è una sorta di fatalismo, di strano misticismo che si legge tra le righe del tuo libro. È un impressione?

Il fato indica la decisione irrevocabile di un dio che pesa sull’esistenza di tutti gli uomini. Io invece credo che ciascuno sia artefice della propria esistenza e che la realtà non sia governata dalla casualità, ma neanche dalla causalità lineare, ossia da un nesso incontrovertibile tra causa ed effetto. Penso invece che ciascuno con un salto nella propria coscienza e nel proprio modo di pensare possa trasformare l’ordine delle cose e che a tutti è concessa l’opportunità di creare la propria vita.

Chi era Chapman e chi Lennon?

Chapman era un signor nessuno alla ricerca del proprio posto nel mondo e di una identità. Un contenitore vuoto che questo ragazzo ha cercato di riempire di contenuti. Il prodotto tipico di una nevrosi dell’uomo contemporaneo legata alla frenesia del fare e del successo, senza il quale si è niente e che incoraggia il gioco delle identità, come un guardaroba di vestiti da indossare a seconda dei luoghi e delle occasioni, con il solo obiettivo dell’affermazione sociale o economica. Lennon era un uomo con una identità fortissima. Così forte che tuttora è un brand a cui attingono individui e imprese. Un uomo e un artista impegnato in una ricerca costante, e spesso estenuante, di nuove direzioni e idee. Una vita in viaggio, in cui non ha esitato a contraddire o scartare convinzioni e teorie precedentemente abbracciate con entusiasmo e a mettersi a nudo sotto gli occhi del mondo. Solo un uomo coraggioso batte questo tipo di strada perché il rischio di perdere la popolarità, di perdere una porzione di mercato e il potere stesso, insomma il rischio di perdere, anche la vita, è connaturato allo sforzo di dire la verità. L’idea più potente è quella di Imagine, che vuol dire nel significato più blando fantasticare su un mondo che non c’è, ma sulla bocca di Lennon è l’invito a creare e proiettare il mondo che si vuole, il mondo migliore di tutti i mondi possibili.

C’è davvero un colpevole e una vittima?

L’essere colpevoli o vittime sono gradazioni sulla scala della responsabilità personale.

Leggendo Chapman c’è una forma di sindrome di Stoccolma. Alla fine si prova una pena empatica per questo personaggio. Ma cosa si prova a entrare nella sua mente?

Ho sentito la sua confusione, la paura del fallimento, il dolore di chi smarrisce la strada. Un ibrido nella terra di nessuno. E ho provato pena e orrore per la sua solitudine, per il deserto di affetti familiari in cui è cresciuto, per la sua incapacità di trovare una guida positiva e uno scopo. Questa cosa mi ha fatto pensare che anche Lennon è partito dalle stesse premesse, da una fanciullezza difficile e solitaria, senza l’amore e la protezione di una famiglia vera. Questo tema è per me centrale nella storia di entrambi. John è riuscito a trasformare questi contenuti, a convertire lo svantaggio della partenza in un vantaggio. Ha percorso una strada tutta in salita… perché aveva una direzione, un sogno! Questo scompenso però lo ha accompagnato per tutta la sua esistenza. Vale la pena di ricordare che all’inizio di Starting over in cui John dice: «It’s time to spread our wings and fly», c’è una campanellina dei desideri che richiama – come John stesso ricorda nell’ultima intervista a Rolling Stones – la campana a morte all’inizio di Mother, la canzone del bisogno, del distacco e della solitudine. Dunque ho usato la biografia di Chapman per riflettere ancora una volta sulla distanza che c’è tra un uomo senza identità e un uomo capace di grandi cose, ma anche sui punti in comune che legano queste due tipologie di uomo quando si incontrano in una situazione così rovinosa. Il libro non a caso inizia con una scena dell’infanzia di Chapman e si conclude con una scena della primissima infanzia di John.

Lennon era un uomo libero come diceva di essere?

Libertà è la capacità di discernere tra bene e male congiunta alla forza personale e alla volontà dell’individuo di fare il bene per se e per gli altri. È uno stato difficile che si guadagna prima raggiungendo uno stato di integrità personale, di unità con se stessi, idee, valori e vita. Se sei unito dentro poi non puoi fare a meno di essere unito con il mondo fuori e quindi di essere libero. John Lennon diceva di se stesso: «Una parte di me pensa che io non valga nulla, l’altra è convinta che io sia Dio». Testi, parole e inviti tuttora vibranti come Serve Yourself e «Don’t follow leaders, watch the parking meters», mi fanno pensare che Lennon fosse sicuramente alla ricerca di questo stato ideale, direi “divino”, ossia proprio della divinità, di unità interiore. Negli ultimi cinque anni della sua vita John si è addirittura fermato per capire il proprio rapporto con il mondo e il mercato e cercare una chiave di volta. «Life begins at forty», aveva detto a chiudere l’ultima intervista. Chissà che cosa avrebbe potuto ancora regalarci se avesse proseguito questo percorso di ricerca della libertà.

Perché così tanta attenzione per Lennon, era davvero così pericoloso? Eppure a un certo punto “rinnegò” in un certo senso il suo passato da manifestante…

Chiunque goda di una grande visibilità è potenzialmente molto pericoloso sia per sé che per il sistema. È un fatto vero oggi ed era ancora più vero trent’anni fa, quando i media disponevano di strumenti tradizionali rispetto a quelli dei giorni nostri. Lennon aveva un problema con l’autorità, che gli arrivava dai primi anni della sua esistenza: lui osservava il mondo e le sue contraddizioni, poi decideva di farci un pezzo sopra o di rivolgersi direttamente alla gente per raccontargli i motivi del disagio dell’uomo comune. Senza veli, senza preamboli, con uno slogan, la capacità di giocare con le parole e le idee, e il suo talento teatrale metteva tutti a tacere: «All we are saying is ‘Give Peace a Chance’ – War is over, if you want it».

Quando decise di tornare sulle scene aveva maturato un’altra e più matura consapevolezza di questo suo potere e al tempo stesso aveva imboccato una strada diversa, più incentrata sul valore della ricerca personale e sui valori familiari; e sulla necessità di raggiungere un equilibrio personale prima di indicare al mondo la propria visione delle cose. Dunque scelse una via più morbida, una strategia di basso profilo. In realtà Lennon non rinnegò mai il suo dovere come artista di portare un contributo alla comprensione del mondo e delle sue dinamiche: «My role in society, or any artist’s or poet’s role, is to try and express what we all feel. Not to tell people how to feel. Not as a preacher, not as a leader, but as a reflection of us all», ma lo spirito naïve con cui – in passato – aveva guidato gli animi dei suoi followers, e l’ingenuità con cui, piegandosi alle logiche di comunicazione di massa, lui e Yoko si erano prestati al ruolo di giullari di corte del movimento giovanile.

Cosa hai trovato di oscuro negli animi e nelle menti dei due protagonisti?

La credibilità di una storia e di uno scrittore passa attraverso l’impegno dell’onestà e della sincerità della pagina. Questa scommessa ti costringe a “essere” il personaggio che vuoi rappresentare, volta per volta. Se racconti un dolore, allora sei chiamato a “provare dolore”, e per far ciò devi conoscere le circostanze emotive, gli scenari, la memoria, il passato dei tuoi protagonisti. Così mi sono dovuto immergere nella vita travagliata di Chapman e in quella straordinaria di Lennon. È stato un percorso duro, doloroso e avvincente. Di oscuro ho trovato in Chapman la forza della fissazione. Una forza malvagia che lo ha trascinato nel baratro, che gli ha chiuso le orecchie, che lo ha isolato dal mondo. Ha parlato per anni con un popolo immaginario e ha seguito una voce interiore – il Demonio, lo chiamava lui – in un contraddittorio che ha destabilizzato completamente la sua già fragile psiche e lo ha lasciato solo allo specchio. L’oscurità di Lennon – se proprio dev’essere stigmatizzata – rimanda alle ferite ancora aperte dopo anni di ricerca e terapia: il senso di colpa per essere stato abbandonato dai genitori e per aver perso la madre, il suo bisogno costante di dimostrare al mondo il proprio valore.

Cosa farai questo 8 dicembre a 30 anni dalla morte di Lennon?

Ho delle interviste radiofoniche, parlerò di lui e del fatto che è vivo tra noi, che la sua storia è concime per nuove imprese. Poi ascolterò la sua musica con mia figlia. A lei ho parlato molto di John. Se chiedi ad Eva che cosa è Shoot Me! ti risponde: «È un libro che parla di un padre e di un bambino…»

Chi è diventato realmente immortale tra Chapman e Lennon?

Lennon. Chapman ha solo preso un treno senza ritorno per l’inferno.

Alex Pietrogiacomi

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