Nel bianco

Nel bianco (Rizzoli, 2009)

di Simona Vinci

Eppure io odiavo viaggiare, forse una parte di me lo odia ancora adesso: viaggiare, intendo farlo sul serio, è faticoso. Faticoso da subito, ancora prima di partire davvero. […] Poi è cambiato qualcosa, anche se non so cosa, perché l’idea del viaggio come obbligo culturale e sociale, l’ossessione dei piantatori di bandierine sul mappamondo continuo a detestarla e sono consapevole che i viaggi sono diventati una banalità, un’ovvietà: tutti lo fanno, ma cos’è che vedono davvero? Cos’è che gli resta dei posti che hanno visto? Cos’hanno capito, quando tornano? E soprattutto, sono cambiati? […] A me interessa soprattutto l’abitudine: riuscire a restare in un posto abbastanza a lungo da annoiarmici, perché sono convinta che è solo nella noia che di colpo le cose si svelano nella loro luce più vera.

 

All’inizio del 2008 Simona Vinci, messe da parte le sue paure, parte per l’Africa, Sierra Leone, uno dei paesi più poveri del mondo con il più alto tasso di mortalità infantile. È come se avesse cominciato una nuova fase del suo percorso. Quando mesi dopo decide di partire per un mese in Groenlandia il più è fatto, i suoi timori sono ormai superati. Le resta da sistemare le cose da portare con sé, preparare un minimo di attrezzature per affrontare il freddo, quello vero, quello che non siamo abituati a conoscere.

Si fermerà una settimana in Islanda – stregata da quella terra magica di ghiaccio e di fuoco, di mare e di monti altissimi – per poi dirigersi a Tasiilaq, in Groenlandia, che in inuit significa «come un lago immobile». Simona Vinci resta per un mese Nel bianco e ci regala uno dei reportage – sebbene costringere quest’opera nella categoria del reportage sia quasi comprimerla in una definizione troppo ristretta – più interessanti su quella terra ricca di fascino e di mistero, dove si cerca di non restare mai soli. La solitudine è l’incipit della fine. La vita è vissuta a stretto contatto con la comunità – ristrettissima – con cui si divide la quotidianità. Live together, die alone.

Gli inuit sono i protagonisti silenziosi, un popolo emarginato che sembra incarnare tutto ciò di cui non ci curiamo, quello che non è sufficientemente importante per essere da noi conosciuto e studiato. Un popolo che sta subendo la devastazione delle propria terra in nome del dio petrolio. Simona Vinci cerca di entrare nella loro comunità, pone domande, si relaziona a loro. Entra nell’ospedale della città, parla con gli adolescenti della cittadina, visita il cimitero. Si immerge nei luoghi che la circondano, fa in modo che tutte le barriere che ci portiamo dentro cadano, tenta di non avere filtri nei loro confronti. Si lascia andare all’imprevisto, al viaggio, all’accidentale. Al caso. Alle storie in cui inciampa e che racconta. È stregata dal bianco abbagliante, quasi mistico, che tutto circonda e avvolge. Il bianco che le porta alla mente Melville che, riflettendo sulla bianchezza della balena in Moby Dick scrive che «c’era un vago orrore senza nome… una cosa così mistica e pressoché ineffabile, che io quasi dispero di renderla in forma comprensibile. Era la bianchezza della balena che sopra ogni cosa mi sgomentava». La balena bianca è ciò che non conosciamo, il mistero della vita. Il bianco contiene l’intero spettro cromatico della luce, ma nasconde i colori ai nostri occhi.

Che cosa resta alla fine di un viaggio?

Cosa rimane impresso, indelebile, nell’iride dei nostri occhi? Quali saranno gli odori, i sapori, che riusciremo a portare con noi per il resto della nostra vita?

I viaggi sono i viaggiatori. Tocca metterci in marcia. Partire. Tornare. E partire ancora. Senza stancarsi. Mai.

Si dice sempre che prima o poi, nella vita, arriva il giorno in cui sai qual è il tuo posto nel mondo. Per me, penso mentre sto seduta su un muretto davanti all’ufficio postale di uno sperduto paesino della Groenlandia orientale, quel giorno non è ancora arrivato. Ho trentotto anni e ancora non lo so qual è il mio posto nel mondo. […] Forse, penso, essere uno scrittore vuol dire proprio non avere un posto nel mondo. E quindi vuol dire anche averne tanti quante sono le storie che ti si agganciano addosso mentre vai senza sapere di preciso dove.

 

Serena Adesso

 

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