Sono io che me ne vado

Sono io che me ne vado (Mondadori, 2009)

di Violetta Bellocchio

 

In un branco, se non diventi molto bravo a fare qualcosa, sei inutile e ti mangiano. Questo è il motivo per cui anche noi che stiamo in cima alla catena alimentare abbiamo un talento. Una vocazione, se vuoi. Un’abilità magari piccola, ma specifica, che ci distingue dagli altri e ci assegna un posto nel mondo.

Il mio talento è fare del male alla gente.

 

 

Sono io che me ne vado è l’esordio letterario di Violetta Bellocchio, un esordio folgorante, brillante, un romanzo di luci accecanti e di profonde oscurità, di lucciole sognate durante una quieta sera d’estate quando il tempo sembra immobile. Un’opera che incanta, che fa sorridere e che fa male allo stesso tempo, uno di quei dolori necessari ma che non hanno bisogno di essere condivisi o compatiti. Non c’è pietas. Niente lacrime per favore, non si deve sprecare così la sofferenza, avrebbe tranquillamente potuto pronunciare la protagonista.

Il romanzo potrebbe essere annoverato tra i “romanzi di formazione”, eppure Sono io che me ne vado è molto di più di questo e ne cambia completamente i canoni. Violetta Bellocchio ci sorprende più e più volte ribaltando completamente gli schemi classici, costringendoci sempre ad inseguirla lungo sentieri sempre più impervi.

«Mi chiamo Layla Nistri» dico. Non so perché sto usando il mio vero nome. Potevo dire che mi chiamo Evangelina Tortora de Falco, e avrei comunque avuto il nome meno improbabile della giornata.

Ecco la nostra protagonista: una giovane donna che decide di aprire nel cuore della Toscana un B&B, in un luogo non propriamente turistico, in un punto imprecisato che sembra essere stato scelto con uno scopo solo: sparire, cancellare le tracce del proprio passato, rendersi evanescenti. Layla ha preso questa decisione. Il perché non ci è noto. Ma non osare dispiacerti per lei, non è la compassione ciò che cerca.

Non ho un telefono. Non ho un indirizzo. Non dimentico niente al ristorante. In tasca ho solo i soldi per un taxi. Non esistono fotografie di me da bambina. Niente, niente di quello che dico è vero. Per essere meglio di così potrei solo smettere di avere un corpo.

Layla è pronta a fare il vuoto accanto a se. Probabilmente non ha un passato tragico alle sue spalle. Qualunque cosa sia, ha semplicemente deciso di cambiare vita. E il B&B “La Bambola” è un ottimo punto d’inizio. Nonostante mille ritrosie, Sean – un ragazzo dai capelli scuri e dalla pazienza quasi infinita – l’affiancherà nella gestione del lavoro, diverrà suo amico, suo confidente, suo punto di riferimento.

La scrittura è rapida, il dialogo è serrato, tagliente, acuminato come una lama. Più generi si mescolano: il linguaggio cinematografico, quello dei blogger, quello dei fumetti. Le citazioni sono nascoste ovunque. Tutto costituisce uno stile unico. Violetta Bellocchio gioca con le parole con maestria, con sapienza.

Layla ti rimane dentro. Vorresti incontrarla, da qualche parte. Parlarle.

Questo, però, posso dirtelo. Il minuto in cui sai di avere in mano la felicità di qualcuno – te la senti proprio sul palmo della mano, una cosa viva – e sai che hai tutto il potere di fare e disfare, quello è il secondo minuto più importante del mondo. Il minuto in cui fai il conto alla rovescia prima di cominciare a disfare, quello è il minuto più importante del mondo. Non ci sono altre notizie.

 

Serena Adesso

Atti impuri 2

Vi segnaliamo con molto piacere l’editoriale del secondo numero della rivista letteraria Atti impuri.

 

Pochi mesi fa, nell’inaugurare il primo numero di Atti impuri, il miglior auspicio che avevamo immaginato per il futuro di questa desideratissima follia era di poter assistere, nei giorni a venire, alla sua crescita, al suo prolifico mutare, soprattutto alla sua volontà di trasformarsi in un catalizzatore di contagiosi atti creativi. La nostra più presuntuosa ambizione era insomma quella di modellare a dita nude un luogo a tal punto confortevole da convincere moltitudini di voci combattenti a trasferirsi presto in stanze nuove tutte da arredare. È ancora presto per azzardare bilanci, il mostro ha appena iniziato a camminare, e prima di vederlo correre a perdifiato ci vorrà del tempo, mesi, forse anni; nondimeno, alla stregua di fratelli illegittimi e gelosi, non possiamo fare a meno di contemplare con una punta d’orgoglio i suoi primordiali vagiti, curiosi e felici nell’assistere alla graduale espansione del nostro maleducato compagno di giochi. Dal suo corpo impuro sono già spuntati timidi lacerti di mani, abbozzi di piedi, cenni di iridi multifocali proiettate verso orizzonti lontani. Sulle sue spalle hanno cominciato a trasferirsi i primi inquilini, una fluida e quanto mai eterogenea colonia di parolieri provenienti da ognidove. Per favorire il continuo viavai di gente, le camerette sono state volutamente sprovviste di porte, e al silenzio del pre-bigbang si è pian piano sostituito un composto brusio che a breve verrà spazzato dalle feste del chiasso.

Eccoci dunque al numero due, ovvero la rizomatica geografia di ambienti che state sfogliando, e in cui siete invitati a fare i conti con testi inediti e autori tutti da scoprire. Alcuni di loro hanno già pubblicato svariati libri o addirittura scalato classifiche, altri si sono affacciati sul mondo editoriale da pochissimo, altri ancora lo fanno adesso per la prima volta in assoluto. Tutti, però, sono accomunati dalla stessa necessità, dall’identica urgenza di parolificare, di costruire mondi probabili, linguaggi possibili. E, naturalmente, dal talento nel farlo.

Alla consueta e voluta prevalenza di scrittori italiani, abbiamo deciso per questo numero di selezionare una folta schiera di voci straniere, scegliendo di andarle a scovare nel suolo fertile della lingua russa. Gli autori proposti abitano l’universo letterario in forma di monadi, di nuclei autonomi capaci di innescare resistenze all’usura dell’immaginario, occupando i luoghi della dismisura e dell’eccesso. Luoghi che, come in passato, rivelano i misteriosi intrecci tra il presente e la sua ombra, in Russia in modo particolare. A popolare la sezione Il prossimo tuo, dunque, scrittori pressocché sconosciuti al pubblico italiano – eccetto Alexandra Petrova, che vive a Roma da diversi anni – sebbene tutti e quattro godano in patria e in altri paesi (più attenti per tradizione ai suoni e ai sogni slavi) della curiosità e dell’affetto corrispondente al loro enorme valore.

La sezione poetica, All’infuori di me, è invece dedicata a Fabrizio Bajec, il cui lavoro seguiamo e apprezziamo da tempo, per la non comune capacità di scovare parole e immagini così immanenti da farsi remote.

Altra particolarità di questa uscita è l’avvio di una collaborazione con il Premio Calvino, grazie al quale pubblichiamo volentieri La perla delle Dolomiti di Antonio G. Bortoluzzi, uno degli autori finalisti dell’edizione 2009. Considerando come sia oggidì davvero eccezionale la pazienza con cui il Comitato di Lettura del Calvino esamina e commenta tutti i testi che riceve, Atti impuri seguirà con attenzione anche l’edizione 2010 del Premio, sperando di potere così aiutare a fare conoscere nuove opere ancora inedite di altri esordienti di qualità.

Infine, tanto per non farci mancare nulla, un’ultima chicca per la sezione Nelle acque sotto la terra, che dopo aver ospitato l’Estridentismo Messicano viene oggi impreziosita con un epistolario disperso firmato addirittura dal più immortale fra i draghi della letteratura universale: François Rabelais.

Potevamo forse sperare in compagni di viaggio migliori?

sparajurij

FACEBOOK, UN LIBRO DI FACCE /3

Facebook ha rappresentato il punto di arrivo di un lungo percorso.
Dopo il cellulare – dove le chiacchiere si sprecavano e le parole reiterate si svuotavano di senso – è arrivato l’sms, che ha dato la possibilità di rispondere in differita ponderando la cosa da dire.

All’sms, però, bisognava rispondere comunque entro un certo tempo per non perdere il filo del discorso. Quindi, comunque, questa possibilità di riflessione, era contingentata. Il problema viene aggirato da msn: il discorso rimane scritto e c’è la possibilità di rispondere anche dopo ore senza che il bottaerisposta si sia incrinato.
Anche in questo caso, però, c’è un limite di tempo, benché molto elastico: si deve rispondere prima che il computer sia spento. Cosa permette di allungare ulteriormente i tempi di risposta? Ovviamente FB.

FB rappresenta la possibilità di scrivere qualcosa senza porre limiti di tempo alla risposta e senza consumare troppe parole inutili: è un messaggio coinciso che ti lascia tutto il tempo di riflette.

Da un certo punto di vista ricorda molto il protagonista di uno dei fenomeni recenti dell’arte, cioè il graffito. Con l’ingresso delle pitture murali urbane nei musei l’establishment della critica ha sancito la legittimità espressiva di questo modo di comunicare: quello che conta è la brevità (cioè l’assenza di chiacchiere inutili) e la differita (cioè il tempo di riflessione prima della risposta).
Anche FB oblitera l’inutilità (non devo più contattare il mio interlocutore con la classica frase«Come va?»: so già come gli va perché leggo il suo status. Non devo sapere chi è il mio interlocutore perché lo vedo) e lascia decantare la risposta (c’è sempre tempo per scrivere sulla “Bacheca” o, come recita la versione inglese di FB, sul “Wall”).

FB, così come il graffito e il crescente interesse per le materie filosofiche, è il tentativo di restituire un brandello di “necessità” alle nostre esternazioni. Per troppo tempo i discorsi si sono annullati nell’eterna reperibilità del cellulare, nel chiacchiericcio delle ciance da telefonata; per troppo tempo le parole sono state esposte all’eterna reiterazione della comunicazione “pornografica” dei mass-media.
Libertà, democrazia, amore, felicità: la ripetizione non ha fatto altro che uccidere il valore di queste parole, ma come ogni cosa, alla lunga, anche le parole stancano. Bisogna, quindi, astenersene per un po’: bisogna che si lasci loro il tempo di fiorire, di recuperare il loro spessore.

Il prossimo passo è, come già accade in Giappone, l’invio di mail attraverso il cellulare al posto dei canonici sms: mi basta un quarto d’ora per scrivere una mail, magari mentre sto andando a lavoro sui mezzi pubblici o mentre sono in pausa pranzo. Cerco di articolare il mio pensiero affinché le mie parole non diventino, come ogni cosa nel consumismo, spazzatura.

E quello dopo ancora quale sarà? Perché non il ritorno alla scrittura manuale?

Pensiamo alla diffusione dei moleskine, simbolo della necessità di avere con sé una sorta di diario in cui sia la propria grafia e non l’aridità di un font a scandire il ritmo delle emozioni.

I modelli di penne si moltiplicano e se ne trovano di ogni colore, perché oltre alla mia grafia anche il suo colore deve gridare il mio stato d’animo.

In questo modo ogni cosa che scriviamo diventa più personale, autentica dichiarazione dell’Io, della soggettività, tutt’altra cosa rispetto al template preconfezionato di una piattaforma.

FB è, in un certo senso, l’artefice di questo. Se prima costruire il proprio blog in Internet era un modo per parlare con tutti delle proprie emozioni, ora è FB a farlo a mio nome in modo efficace: il mio volto e il mio status si offrono al mondo, io sono in Rete, ma a cosa se non al mio taccuino dovrei consegnare la ricchezza della mia interiorità?

Antonio Romano

I LIBRI ALL’INDICE

Che questi anni verranno ricordati come decadenti e oscurantisti non è certo una novità. A preoccupare, piuttosto, è il pericolo che ci si abitui al peggio, che si abbandoni lo spirito critico nel nome di un vecchio adagio: tanto non cambia niente, a che scopo indignarsi!

L’Italia, da questo punto di vista, è un laboratorio perfetto: paese crivellato di scempiaggini dalla mattina alla sera, popolo assuefatto alla moda delle barzellette apparenti, benché non certo inoffensive. Ad abituarsi alle sparate, infatti, si finisce col rimanerci impallinati.

L’ultima, ma solo in ordine di tempo, è quella di Raffaele Speranzon: l’assessore alla provincia di Venezia ha infatti proposto alle biblioteche di Venezia (ma estendendo l’invito anche alle altre province venete) di mettere all’indice tutti quegli autori che nel 2004 firmarono l’appello per la scarcerazione di Cesare Battisti.

Quest’ultimo, come sottolineato sul sito di Giap, è soltanto un pretesto: e rischia di diventare un pericoloso precedente (nella storia recente, s’intende), che consentirà in futuro di compilare altri elenchi di proscritti.

Difatti, qui non stiamo parlando di un “semplice” invito a non leggere certi autori, ma dell’intimazione a eliminarne i titoli in luoghi pubblici come le biblioteche, fondamentali per tutte quelle persone che si ritrovano nell’impossibilità di acquistare libri. Stiamo quindi parlando di una grave limitazione della nostra libertà (l’ennesima, in un paese che si spertica quotidianamente nel lodare un termine che sembra ormai svuotato di ogni significato), di un proposito autoritario che è figlio di un pensiero violento: quello  di chi si arroga il diritto di scegliere per noi cosa sia giusto leggere e cosa no.

Invitiamo quindi chiunque voglia prendere le distanze dall’iniziativa dell’assessore a scrivere direttamente al suo indirizzo di posta elettronica: raffaele.speranzon@comune.venezia.it

Scrittori precari

QUESTIONE DI GENETICA

Dall’altra parte dell’Enza son cattivi, mica è colpa loro, questione di genetica.

Al liceo un giorno c’è stato uno che s’è messo a dire che noialtri reggiani c’abbiamo la testa quadrata. Era lì che faceva un mezzo comizio, lo sosteneva anche Cesare Lombroso, diceva, in un libro del millenovecentosedici, s’infervorava, non aveva fatto altro che attualizzare gli studi di Mendel, e sottolineava Mendel, sì, quello dei legumi: sapete che Mendel, e buttava l’occhio qua e là su chi lo seguiva attentamente, ha teorizzato la somiglianza tra le teste quadrate dei reggiani e i fagioli borlotti? Risolii sommessi. Era un vantaggio evolutivo mica da poco, continuava, con quella testa quadrata là potevano confondersi coi maiali della macchia, anche loro quadrati. E mica rosa, quei maiali: rossi. Maiali. Non capivano, quelli, eppure ridevano.

Ma che vi riderete.

Dall’altra parte dell’Enza son cattivi, mica come noi, votano la Democrazia Cristiana e sotto sotto ci invidiano, noialtri reggiani che siamo così coerenti, e così coesi, e rossi da sempre, sì, ditelo pure che rossi sono i maiali: noi ce la sventoliamo forte, la nostra rossitudine. L’abbiamo mai mandati su, quegl’altri, lo sappiamo mica, com’è che si deve diventare. Forse così, stronzi, come quello al liceo: di Parma, sicuro.

La maglia di Michele Zanutta li fa ridere, i ragazzini del campetto, tutti Gullit, qualche Asprilla, svariati Baggio, solo una di Zanutta: poi cominciamo e c’è il sudore, i dribbling e le teste che girano, gli interventi a vuoto, i Se ne va!, i calci d’angolo spioventi al centro dell’area. Occhio! uomo! gridano, con un po’ d’imbarazzo, di sussiego, di te la dico come mi viene, senza stare a sottilizzare.

Finché non arrivo io con la maglia di Zanutta e pèm, la colpisco di testa, la butto nel sette. Fanno sempre la stessa faccia stupita, un po’ stupida, parmigiana. Non esulto mai: raccolgo il pallone e trotterello verso il centro del campo.

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In perfetto orario

In perfetto orario (Robin, 2009)

di Luca Rinarelli

Una ragazza su un treno, un uomo con una missione, entrambi stranieri in una Torino umida, notturna, scarna. Così inizia questa piccola opera di Luca Rinarelli, già autore di volumi dedicati alla fotografia ed esordiente nel noir.

Pur mantenendo alcune delle caratteristiche formali del genere, In perfetto orario si configura come un romanzo della disperazione. Non vi è un solo personaggio che animi questa storia che non sia l’immagine della miseria, vittima di catastrofi legate nei modi più svariati al tema del lavoro, dal padre che perde la figlia bambina, alla ragazza russa scivolata nell’abuso, alla giovane votata al precariato economico ed esistenziale. Tutti aspirano a una forma di redenzione, e l’omicidio sembrerebbe il mezzo per la realizzazione di un riscatto sociale, senonché l’impossibilità del riscatto lo trasforma in atto di pura rivalsa sull’umano. Per fare un noir servirebbe la suspense, qualcosa che mantenga appesi al finale. Qui si rimane invece incollati all’ambientazione e a un vuoto post-industriale, in cui il killer non corrisponde al personaggio tipico se non per alcuni tratti derivati dalla lunga e nobile tradizione del genere. In realtà, anche lui tenta il suo riscatto, come gli immigrati afflitti da una vita senza radici né appartenenza, persi nella Torino reduce da una crisi industriale senza precedenti. Immigrati che giungono da varie parti di Europa per rimanere in questo luogo inospitale attratti da null’altro se non la pura sopravvivenza. Accanto a loro, giovani italiani le cui storie si intersecano con quelle degli immigrati in rotte casuali o determinate dalla necessità. Poco differenzia la ventenne torinese che stringe una relazione con Werner dalla prostituta russa sottratta a forza dal paese natale sul Volga e trasferita in una città a lei aliena. Solitudine, disgregazione, povertà, precariato estremo costituiscono i comuni denominatori delle vite che popolano questo piccolo romanzo anticapitalista. La lingua breve ricalca le strutture metalliche della periferia industriale e le pareti spoglie delle associazioni di supporto ai senza fissa dimora, scenari del romanzo insieme a piazze notturne vuote eccetto per bar affollati, luoghi di incontri causali, in una poetica dell’anonimato in cui a stento prendono vita dialoghi scarni, al netto di qualsiasi eccedenza di umano, fra i cristi spogli che Rinarelli ritrae trafitti dalla vita. Priva di elementi consolatori, questa piccola opera è una forte denuncia di una condizione umana intollerabile, e un auspicabile fire-starter di una narrativa dell’esclusione sociale di cui da tempo si avverte la mancanza.

Il finale è accattivante, anche se la raccomandazione è di non soffermarsi unicamente sull’intreccio e lasciarsi piuttosto sprofondare nell’atmosfera malinconica e notturna, veracemente padana, di un’Italia che non lascia più spazio all’ottimismo della volontà.

 

Claudia Boscolo

 

 

Sono qui, non è per caso…

Riportiamo un breve estratto del romanzo Sono qui, non è per caso (Edizioni Fortepiano, 2010), ambientato tra nel biennio 1976-77, negli anni della contestazione studentesca.

 

Sì, forse sì, forse non tutto è completamente perduto, come dice Carlo, ma intanto un altro colpo è stato messo a segno contro di noi, con la foto del giovane-autonomo-mascherato-con-la-pistola. E più guardo la foto e più non mi riconosco. Più guardo questa dannata foto del giovane-autonomo-mascherato-con-la-pistola e più mi sento come l’uomo invisibile. Non mi ci trovo. E non trovo gli altri. Non trovo Carlo né Alfonso né Betta né Enrico né Diego né Sergio né Irene e, nemmeno Giulia, se è per questo.

E non serve che aguzzi la vista. Mi sfreghi gli occhi. L’ho capito alla prima rapida occhiata: io non ci sono. C’è solo lui: il giovane-autonomo-mascherato-con-la-pistola. Destinato a inghiottire il resto. Ad azzerare le differenze. A semplificare la complessità. È stato definito alla perfezione. Netto. Incorniciato con abilità nella luce spettrale di un pomeriggio riempito dal fumo. Quello di ieri, a Milano, quando i compagni sono scesi in piazza per protestare contro l’assassinio di Giorgiana. Insieme ai diecimila di Bologna, ai cinquemila di Firenze, ai quattromila di Napoli e ai duemila di Palermo. Solo che nella città meneghina le cose non sono filate lisce come altrove. La città è stata messa a ferro e fuoco. E nel putiferio qualcuno ha fatto partire un colpo e con quel colpo è morto il brigadiere Antonino Custra. E un altro deve averlo notato, il gesto di quello là che sparava. Clic. E ha scattato la foto. E la foto, il giorno dopo, è comparsa sulle pagine del Corriere dell’Informazione. E ora eccola qui, la foto: una figura solitaria, curva sulle gambe, di profilo, a volto coperto, le braccia protese in avanti nel gesto di prendere la mira con la P38 impugnata tra le mani. Clic. È perfetta. Clic. Vale più di mille discorsi messi assieme. Clic. Era proprio quello che ci voleva: il giovane-autonomo-mascherato-con-la-pistola. Clic. Per dire che siamo proprio tutti così. Clic. Clic. Clic. In men che non si dica la foto ha fatto il giro del mondo. Ha occupato l’intero spazio mediatico. Bene in vista dietro i mezzi busti dei giornalisti alla televisione. In prima pagina sui quotidiani. Clic. Ecco finalmente la rappresentazione perfetta di ciò che dovremmo essere. Clic.

Il barista di Malagrotta *

Malagrotta regno animale, Malagrotta regno di zanzare, di topi e di gabbiani, di esseri umani. Malagrotta Via degli oleodotti e Via degli idrocarburi, Malagrotta Bosco di Massimina, Malagrotta Testa di Cane, Malagrotta gassificatore, Malagrotta pecore e vacche, Malagrotta raffineria, Malagrotta Ponte Galeria, Boccea. Malagrotta 1 e Malagrotta 2, Malagrotta lavoro, malattia. Malagrotta gola, sapore, odore, un uomo che guida e intanto si distrae, osserva chilometri di recinti, le palme appena piantate sulle colline, un pastore slavo ai piedi di un noce, una prostituta con minigonna di lamé, le cosce nude e tozze, le scarpe di vernice che toccano l’asfalto e fanno un ritmo quando il traffico è fermo per il semaforo provvisorio dei lavori in corso.

Poi scatta il verde e i rumori sono altri, più solidi scarti di ridotte dei camion all’ingresso della discarica di Roma e macchine cavacantiere inerpicate sui tornanti.
Dalla Portuense, via rurale, tra campi di erba medica di cardi, tra casali in via di ristrutturazione – e in mezzo Corviale – si arriva alla strada che costeggia la Cittadella, la chiamano proprio così, definizione ufficiale. Archi di acqua bianca si innalzano sulla distesa di fiori grassi, gialli, da un lato, dall’altra la palizzata e poggi glabri, appena toccati da una barba verdastra. In mezzo le architetture di tubi colorati e minareti fiammanti, di capannoni e balle impilate.

A due cose si fa caso, due elementi di solito tralasciati. Primo, l’odore. L’olfatto nella città civile è un senso occasionale, ha il valore di una memoria o di un’epifania, poiché non ha profumo il progresso se non una sottile consistenza di fumo, che è la normalità dell’aria. Campioncini di colonia, cassonetti, sesso, vapori di ristoranti, barboni questuanti in un vagone affollato della metro. Nulla di stabile. Non ci sono pollai o concerie, non ci sono carbonai, né macelli a vista. Qui invece il rapporto con l’olfatto coinvolge il corpo intero, un gas che irrita le parti molli – gli occhi, la lingua – a cui ci si abitua con lentezza ed è sempre un piacere liberarsene. Sterco, ammoniaca, carne, benzina, detersivo, frutta, subito tutto. Poi una presa acidula complessiva, un sapore nella deglutizione.

Il secondo è il vento, che non è questione per metropoli e le cui specie sono ormai assorbite dal genere: non molti ma uno, non un vento ma il vento. Invece qui è diverso. Anzitutto perché a questa zona, e in particolare alla barriera di Corviale, viene attribuita la responsabilità dell’estinzione di quel soffio di frescura che illanguidiva Roma nel rosso tramonto d’estate: il ponentino che ebbe già glorie barocche e papaline, umbertine e neorealiste e che non esiste più. O meglio, batte sul chilometro di cemento armato, arriva che è una volontà, colpisce il palazzo ed è appena una conseguenza di scontri tra nuvole lontane, tra l’agro e il mare. E poi perché al peso di salsedine da Fiumicino, si contrappone il passo artificiale di uno zefiro ammorbato: discarica, smaltimento. Malagrotta vento. E lo sanno nei quartieri e nelle borgate, lo sanno a Casal Lumbroso e lo sanno fino a Ottavia, lo sanno a Casalotti e a Castel di Guido, a chi tocca respirare un male collettivo, un rischio, un mistero che pure ha un nome ed è proprio questo qua.

Attorno al perimetro della discarica, appresso alla fugace orografia di questa valle, si cerca il punto esatto in cui dominarla tutta, ma questo punto non esiste. C’è sempre un cumulo di troppo o un gomito di curva che impedisce una visuale completa. Allora si prova ad entrare, ma è vietato. Per richiedere un permesso si fa una telefonata, poi un’altra, poi un’altra ancora, poi si deve spedire un fax, poi si deve richiamare per verificare che il fax sia arrivato, ma è arrivato a un ufficio diverso di quello con cui si era parlato e allora occorre un altro numero, un’altra telefonata, il fax è arrivato, ma è in attesa di essere vagliato dal responsabile, che però non è in città. Alla fine il permesso non viene negato, ma neppure concesso.

Dunque non si può che stazionare sotto i piloni del grande cartello verde e bianco, Discarica, sbirciare le ruspe e i trattori, i cassoni ingombri dei camion, su cui troneggia il logo bianco di una casa costruttrice che ha fatto nuova ragione sociale del proprio merchandising. CAT è l’unico dato certo, in mezzo ad altre piccole certezze, bottiglie di Coca Cola e di acqua Lete, confezioni di Carefree di Pampers di Lines, buste Carrefour, Conad, Gs, Sma, Pim, Pam, Pewex, gli unici segni decrittabili da questa distanza. Potenza di colori aziendali e logotipi che luccicano nell’argenteo bagliore del nylon, riconosciuti senza nemmeno essere visti. Si tratta per lo più di involucri, di spoglie; del rifiuto solido della definizione non c’è nulla, se non una pappa, una colla senza colore che gonfia i rimorchi e le pale delle ruspe, nulla di sicuro in questa coatta miopia. I camion percorrono lo sterrato senza fatica, in ripida salita, poi spariscono sul pendio pronti al cratere, invisibile ovunque.

Si direbbe per celia, si direbbe che stare lì a guardare è solo un esercizio voyeuristico, la serratura di un cesso pubblico, la luce accesa in una stanza, dietro tende ricamate alla finestra di fronte. Si direbbe che il catino accogliente di packaging e sostanza informe sia la sede di un segreto, un club per scambisti, il ministero di un rito per iniziati. La puzza è un indizio, un citofono anonimo e dentro che cosa, se intorno solo veli di terra su montarozzi, solo monumenti alla memoria di un vizio, dossi, buche tappate da teli di plastica e pannelli solari, colline beige e sterpi senza radici, divieti. Solo animali spia, solo strepiti di gabbiani, a migliaia, resi volgari dalla ressa e dalla competizione. Vuol dire che lì sotto, celato alla vista, c’è nutrimento, c’è vita, c’è consumo. Gabbiani rapaci e obesi, senza grazia, topi in lotta con altri roditori, pasciuti in questa terra. Ai marchi di bottigliette e sporte ecco contrapposto l’emblema della discarica, il marchio di Malagrotta. Come fosse un villaggio turistico, un ristorante balneare, una pensione a due stelle, un night. I gabbiani. Non esiste altra firma che questa per un posto del genere, nessun altro stimolo al pensiero laterale, nessun altro plausibile luogo comune: se non questi uccelli cibati dal fermento, dalla decomposizione. Poesia d’accatto, immondizia, mare.
Su ciò che non è visto si fantastica e si ipotizza, si costruiscono dogmi di fede. Così è il cratere. L’unico fatto certo è che si fa del tutto affinché nessuno tocchi l’elemento principale della discarica, perché nessuno si avvicini al fatto più spiacevole, l’immondizia, la cui natura collettanea e complessa impedisce un’efficace visualizzazione simbolica; non è un’idea semplice, dunque è facile da contraddire, dunque non c’è.
Assomiglia alla violenza, tacitata dai proclami, categoricamente espulsa dalle rivendicazioni, la si direbbe perfino estranea a chi la produce e a chi la pratica. Eppure c’è, è da qualche parte, in un altrove fisico ma pur sempre negato. In una discarica.

All’angolo della strada due giovani uomini si affrontano con mazza e cric per uno stop non rispettato, il traffico avanza; tra le mura di casa si consuma la violenza silenziosa, nel palazzo risuona la voce dei tg; un manovale si ferisce con un frullino, sanguina, magari lo scaricano ai bordi di una strada e intanto il cantiere prosegue i suoi lavori. La guerra. La guerra non fa male.

Ed è così per la morte, di cui si parla con difficoltà e per questo fa sempre più paura. È così per il dolore rappreso nella chance di una perenne anestesia.
Perciò quando in casa approda la minaccia di una bomba, la frustata di una cinghia, un lutto, un brutto male, l’impressione è sempre quella di un’ingiustizia senza cause né prodromi, di una realtà che le idee avrebbero dovuto plasmare e che invece hanno soltanto rabbonito. E per accorgersene deve essere proprio casa nostra, perché non basta la iattura del vicino a terrorizzarci; devono ondeggiare i lampadari, tremare le credenze, spalancarsi le finestre. Servisse almeno a guadagnare ottimismo, a campare felici. Invece è il contrario. Se la paura non è in un punto preciso allora è ovunque, la minaccia è costante, è nel prossimo. Tutto il mondo è appena fuori dalla porta, egualmente lontano.

Che i roghi di immondizia producano diossina in Campania o a Nuova Delhi è la stessa cosa. Che Malagrotta puzzi, che Malagrotta, tra le più grandi discariche d’Europa – forse – ammali, non è un problema italiano e non è un problema romano, e non è un problema di tutta Roma Sud. È un problema esclusivo delle zone limitrofe, dei comitati di quartiere che da vent’anni manifestano e picchettano, degli abitanti che stendono panni e allevano bimbi. Del barista oltre il recinto. Che dice «Tutti i giorni è normale. Arrivo presto, lavoro, faccio i caffè e i cappuccini. Ogni tanto entra qualcuno che conosco e penso: ora mi dice che si è ammalato. Va bene, capita. Poi metti che succede a un altro, a un altro ancora, tutte persone della zona, tutta gente che abita qui da anni. E poi se tocca a me? Non è ancora successo, ma chi me lo dice che non capiterà? Chi lo sa che cosa ci siamo respirati, cosa ci respiriamo?»
Continua a stare lì, ad alzarsi presto, a scaldare tazzine tra i cicalecci del videopoker, a mettere da parte qualche soldo per comprare il motorino al figlio o andarsene a Ferragosto al mare. Lui che si affaccia sui reticoli impigliati di strappi di plastica e cartacce, vive nell’angoscia. Tutti gli altri, nel rifiuto.

Forse può rassicurare la scritta sul cartello appena fuori dalla vicina raffineria. “Salute, Sicurezza, Ambiente. Le nostre priorità”. Forse la prossima – più volte rimandata – apertura di Malagrotta 2, del termogassificatore. Ma dicono che sarà ancora più nocivo. Di sicuro l’immondizia, compattata in balle, sarà espulsa in un fil di fumo. Di sicuro si vedrà ancor meno. Non ci si nutriranno i gabbiani. Sparirà.

Yari Selvetella

*[Precedentemente pubblicato su Nazione Indiana]