L’uomo che non aveva nulla da dire (parte seconda)

Mentre i due parlavano, la giovane vestita da cavallerizza li guardava intensamente, smaniosa di voler intervenire per attirare l’attenzione su di sé.

«Oh ma che maleducati che siamo stati, dottor Furbetti,» fece Alfredo che si era accorto della ragazza, «non abbiamo coinvolto nel discorso anche gli altri passeggeri».

«Già! che sbadati,» rispose il vecchio.

Senza attendere oltre la giovane si sporse col busto tendendo la mano ai due uomini e disse:

«Salve, mi chiamo Anna Talenti e sono una cavallerizza!»

«Non per vantarmi, ma riconosco che lo avevo intuito dal suo abbigliamento,» fece Cosimo.

«Sì, in effetti sono in tenuta da gara».

«Bello! Deve essere entusiasmante il suo mestiere!» intervenne Alfredo: «Correre con il capo chino sulla criniera dell’animale col vento che sconvolge i capelli…»

«Beh, veramente io non faccio gare di velocità,» rispose Anna.

«Ah, gare a ostacoli su percorsi olimpici? Che meraviglia!» esclamò Cosimo, «Uno sport così tecnico, elegante, elitario… ideale per noi gente dell’alta borghesia, con rispetto parlando».

«E ci dica,» si inserì Alfredo, «come si chiama il suo cavallo? È un maschio o una femmina?»

«Ma veramente io non ho un cavallo. Sì, insomma, sono una cavallerizza senza cavallo!» ribatté la ragazza.

«Ma certo!» fece Cosimo dissimulando dimestichezza per non sembrar inesperto.

«Non pensavo fosse una disciplina praticabile anche senza cavallo,» disse Alfredo.

«In effetti non si può,» rispose la giovane: «Io, infatti non pratico nessuno sport».

«Benissimo!» proseguì l’imprenditore in un crescendo di ingiustificato entusiasmo.

 

«E lei?» disse il conversatore professionista voltandosi verso il quarto passeggero dello scompartimento che non aveva ancora proferito parola: «Come si chiama? Perché non conversa un po’ con noi?»

«Io?» rispose incerto il ragazzo: «Veramente io non ho nulla da dire, se non vi dispiace».

A questo punto, pensando al titolo di questo racconto, vi sarete perfettamente accorti che il protagonista della storia non è Alfredo ma il misterioso tizio finora rimasto in silenzio; l’Autore si è preso il gusto di divagare un pochino per abituare il Lettore ad avere pazienza e a non pretendere di andare “dritti al sodo”. Siete, perciò, invitati a dismettere l’eventuale empatia accumulata nei confronti dell’abile conversatore, in quanto egli è solo un comprimario. Ma andiamo avanti.

«Non ci credo!» affermò con aria di sfida Alfredo, «Lei, con quella barba lunga e i capelli spettinati, deve essere un idealista… sicuramente avrà qualcosa da dire sulla politica!»

«Ma,» fece il giovane stringendo le spalle, «in realtà, i politici sono un po’ tutti uguali, e i discorsi sull’argomento terminano tutti col riaffermare che i partiti fanno i loro interessi privati piuttosto che quelli della nazione; quindi mi sembra inutile parlarne».

«È vero. Ha ragione!» disse Cosimo ad Alfredo: «Provi con il tempo, la meteorologia… è sempre un buon argomento per rompere il ghiaccio».

«La prego,» rispose il conversatore stizzito, «di non pretendere di insegnarmi il mestiere, dato che lo pratico da molto più tempo di lei». Si rivolse allora al ragazzo e disse: «Che ne pensa di questo tempo ballerino? Non si sa se vuole piovere o meno!»

«Mi sembra un tema su cui non vale la pena soffermarsi,» affermò il ragazzo, «dato che è marzo e, come insegna anche la filastrocca, è del tutto normale che sia così».

«Ma allora ci parli di lei! Della sua famiglia, del suo lavoro!» lo spronò Alfredo.

«Preferirei non parlare in pubblico delle mie cose personali, anche perché in realtà non c’è molto da dire in proposito».

«Proviamo così!» intervenne Cosimo con l’intento di aiutare il conversatore a tirar fuori qualche parola dal giovane: «Le do un milione per parlare di un argomento qualsiasi, a piacere».

«In verità,» rispose il ragazzo, «non ho piacere a parlare di nulla in particolare».

«Oh che insolenza!» sobbalzò il vecchio, «Possibile che così tante persone disdegnino un milione?! Signorina lo do a lei, che ne dice?»

«Guardi,» affermò Anna, «io, in qualità di cavallerizza, non posso accettare altrimenti potrebbero dire che non metto passione nella mia attività e che lo faccio solo per soldi».

«Giusto!» arguì Cosimo, «Allora lo vado a dare al macchinista per corromperlo e far partire questo dannato treno, ché non ne posso più di conversare. Mi accompagna signorina?»

«Volentieri,» disse la cavallerizza alzandosi e uscendo sottobraccio col vecchio imprenditore.

 

«Ma almeno mi dica perché è su questo treno? Cosa va a fare a Napoli?» insisteva Alfredo col giovane per farlo parlare.

«Mi sembrava un posto accogliente, e in realtà io non sto andando né a Napoli né da nessun altra parte, considerando che questo treno è fermo da diverse ore».

«Insomma, lei mi vuole mandare fallito! Mi vuole far perdere il posto di lavoro! Parli, maledizione! Davvero lei vuole farmi credere che non ha nulla da dire?» disse Alfredo con una smania da paranoico.

«Capisco la sua incredulità ma è davvero così».

«E allora vada al diavolo!… ha capito?… vada al diavolo!» esclamò il conversatore alzandosi in piedi ormai al culmine dell’esasperazione, e uscì dallo scompartimento gridando istericamente.

«Va bene,» rispose il giovane, «sempre meglio che restare fermi in un treno a parlare di nulla!»

A quel punto, senza scomporsi minimamente per l’alterco appena sostenuto, il ragazzo aprì la borsa che aveva con sé, estrasse una pesante e arrugginita rivoltella che era riposta in una bellissima custodia di pelle prodotta dall’azienda del signor Furbetti, tirò il calcio, se la puntò con calma alla tempia e con un ghigno stranamente felice premette il grilletto.

 

Poco dopo la stazione fu invasa dai giornalisti, i quali batterono sul tempo perfino la polizia nell’intento di raccogliere i dettagli e le testimonianze più scabrose per i loro morbosi articoli di cronaca nera. Mentre il capotreno ripeteva attonito «Non capisco! Non capisco,» e gli altri passeggeri si rifiutavano di scendere dal treno per far rimuovere il cadavere opponendo al medico legale l’inossidabile argomento «Noi abbiamo pagato il biglietto e non ce ne andiamo!» vennero individuati i tre compagni di scompartimento del suicida, che furono subito circondati da teleobiettivi indagatori e minacciosi microfoni. Il giovane Alfredo sviava frettolosamente le domande dei cronisti con secchi «No comment!» temendo che la vicenda potesse mandare in fumo la sua affermata carriera di conversatore professionista. Il vecchio imprenditore Furbetti, contento di apparire sui media per pubblicizzare la sua azienda, si fece avanti per essere interrogato sui suoi rapporti col suicida e affermò:

«Il ragazzo era taciturno, pensate che non ha avuto neppure la buona creanza di presentarsi ai suoi compagni di scompartimento tanto era silente. Ma io avevo capito subito che era un aspirante suicida, dal momento in cui egli ha rifiutato la mia offerta di un milione di euro, tra l’altro da me offerti all’interno di questo meraviglioso contenitore per grosse somme di denaro realizzato dalla mia azienda».

Ma quando alcuni giornalisti gli chiesero perché non avesse segnalato al capotreno o alla polizia ferroviaria i suoi sospetti sul giovane, glissò velocemente con un tono impettito: «E cosa credete? Che sia una spia? Io sono un onesto imprenditore. Ritirate subito la domanda prima che vi quereli tutti!»

Anna, la cavallerizza, intervenne in ultimo: «Non è affatto vero che io e il suicida avevamo una relazione come alcuni giornali hanno scritto nei giorni scorsi,» e mentre la gran parte dei cronisti faceva notare che nessuna testata era andata in stampa con la suddetta notizia essendo questa appena stata registrata, la ragazza strillava: «Io sono una rispettabile cavallerizza, non ho nulla a che vedere con questa storia. Non riuscirete a rovinare la mia carriera! Io quel tizio lo conoscevo appena, ma è evidente che si sia ucciso per l’eccessivo ritardo del treno. Prendetevela coi responsabili delle ferrovie! Arrestateli tutti!»

Leonardo Battisti

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IL RITORNO DAL VIVO DEGLI SCRITTORI PRECARI

L’uomo che non aveva nulla da dire (parte prima)

Omaggio ad Achille Campanile

 

Il rapido di mezzogiorno per Napoli sarebbe partito con estremo ritardo. Questa volta, però, il disguido non era dovuto ai consueti guasti tecnici o ai più rari ma non meno drammatici suicidi sui binari; il capotreno, infatti, si era persuaso a dover attendere ancora dodici ore per la partenza, dato che il suo orologio segnava ostinatamente la mezzanotte, contrariamente a quanto indicavano gli altri orologi dislocati in lungo e in largo nella stazione.

I passeggeri iniziarono vivamente a protestare con quel buffo omino in verde il quale, dopo un violento alterco con alcuni signori dall’accento marcatamente settentrionale, abbassò la fronte madida di sudore e ammise: «Signori, forse avete ragione, ma questo orologio è aziendale. Se non seguo gli orari che indica posso esser licenziato. Io ho famiglia, capite… Voi che fareste al posto mio?»

A quel punto i viaggiatori compresero le ragioni dell’inopinata sudorazione del macchinista e non proseguirono oltre coi reclami, ma giacché erano giunti in stazione pensarono bene di trascorrere l’attesa nel treno rallegrandosi del fatto che il ritardo avrebbe concesso loro di intrattenere brillanti e piacevoli conversazioni, diversamente da come accade di solito in questi convogli superveloci, che non danno il tempo ai passeggeri di rompere il ghiaccio e conoscersi un poco. Tuttavia il disagio della partenza posticipata convinse i viaggiatori ad inscenare una sacrosanta protesta: di comune accordo tutti decisero di andare in barba all’obbligo di occupare i posti precedentemente prenotati e si accomodarono esclusivamente nelle carrozze cinque e sei, cosicché i restanti vagoni rimasero interamente vuoti mentre al centro il treno appariva oltremodo sovraccarico, con gli stessi passeggeri pressati nei corridoi e negli scompartimenti intenti a scambiarsi cordiali saluti e sonori ceffoni per farsi largo.

Ma veniamo, cari lettori, al protagonista di questa storia. Appena effettuate le suddette operazioni di salita sul treno, un giovine di bell’aspetto giunse correndo verso il binario: «Aspettate! Aspettate» gridò sventolando in aria il biglietto mentre si faceva largo alla bene e meglio fra la folla variopinta che solitamente colora le grandi stazioni. Per dir la verità, quel giorno la stazione era semideserta in quanto i sindacati nazionali avevano indetto lo sciopero generale delle folle, raccogliendo un inaspettato consenso e un’adesione fra i lavoratori di quel settore che sfiorava, secondo i notiziari del giorno, l’ottanta percento. Il giovine, dunque, non incontrava nessun reale impedimento nel raggiungere il binario e tuttavia così dava a intendere la sua affannosa e alquanto sgraziata corsa.

Salito sulla carrozza cinque, il ragazzo di nome Alfredo (si chiamava in realtà Alvaro, ma vi pare che Alvaro possa essere nome degno di un racconto?), dopo aver educatamente assestato diverse pedate nell’intento di avanzare fra i passeggeri, scorse uno scompartimento insolitamente ordinato, in cui sedevano soltanto tre persone. Con un guizzo davvero ammirevole, vi si infilò occupando il quarto sedile ancora vuoto: «È libero?» chiese agli altri passeggeri, i quali si guardarono con fare interrogativo fra di loro per poi annuire al nuovo arrivato.

«Bene, benissimo; sono stato fortunato a trovare questo posto».

«Già, » fece l’anziano e distinto signore che gli sedeva accanto, dal lato del finestrino.

Il giovinotto sorrise e intanto guardava gli altri compagni di scompartimento. Di fronte a lui c’era un ragazzotto sulla trentina con lo sguardo abbassato e pensieroso che teneva al fianco una voluminosa e attempata borsa a tracolla. Accanto al ragazzo era seduta una giovane donna con dei lunghissimi capelli biondi tirati indietro e legati; era vestita da cavallerizza con tanto di stivali di cuoio e frustino sotto il braccio.

«Permettete?» fece Alfredo, «mi chiamo Alfredo de Robertis e di professione mi occupo di intavolare discussioni con sconosciuti in quelli che un celebre filosofo francese ha definito “non luoghi”, ovvero sale d’attesa di studi medici, ascensori, mezzi di trasporto pubblici, ecc Non appena ho saputo del ritardo biblico di questo treno mi sono precipitato per adempiere al mio dovere, ed eccomi qui a parlare con voi».

«E chi la paga per un simile mestiere?» disse il vecchio al suo fianco.

«Oh, le persone che intrattengo se gradiscono la conversazione,» rispose Alfredo

«Le do un milione per stare zitto!»

«Mi spiace signore ma non posso accettare».

«E perché?»

«Perché è contro la deontologia professionale di noi conversatori. Siamo gente seria, noi, cosa crede?!»

«Piuttosto lei mi sembra un imbecille».

«Ne ho visti a bizzeffe di scettici e burberi come lei in tanti anni di servizio… Che ne dice di presentarsi invece di offendere, dato che ne deve passare di tempo prima di partire!»

«In effetti…» disse il vecchio abbandonando il suo cipiglio diffidente: «Va bene… Piacere, io sono Cosimo Furbetti, faccio l’imprenditore».

«Ottimo,» esultò Alfredo stringendo la mano al signore, «e in che settore opera?»

«Beh, vede, è un po’ complicato,» fece Cosimo grattandosi i capelli grigi sotto la tuba, «le mie aziende realizzano… contenitori! Non so se mi spiego»

«Che tipo di contenitori?» chiese il giovane mostrando una professionalissima curiosità.

«Di tutti i tipi. Contenitori per cibi, bevande, oggetti di tutte le dimensioni, perfino contenitori per mezzi di trasporto…»

«Addirittura?!»

«Certo! Io stesso ho brevettato una custodia per automobili, comoda per proteggere la propria vettura durante i viaggi. Ma ne abbiamo anche di più grandi, per i treni o le navi, senza contare che gli aeroporti ci commissionano ogni anno decine di contenitori per i loro hangar… Le dirò di più, anche se non dovrei per non fornire vantaggi alla concorrenza… il governo ci ha commissionato un contenitore per il Colosseo, mentre il comune di New York ci ha chiesto dei contenitori su misura per coprire i loro grattacieli più rinomati».

«Davvero?!» fece Alfredo seriamente impressionato: «Mi sembra di capire che il vostro è un settore che non conosce crisi!»

«Beh, la crisi c’è eccome!» arguì il vecchio affilandosi i baffi grigi, «Ma noi siamo imprenditori intelligenti, sappiamo inventare nuovi prodotti appetibili per il mercato. Ma non mi faccia dire oltre…»

«La prego, si sbilanci! Con me può parlare; noi conversatori siamo vincolati al segreto professionale e non possiamo spifferare in giro le confessioni dei nostri clienti!»

«Ah, non lo sapevo,» fece Cosimo, «scusi la diffidenza ma noi dobbiamo guardarci dai pericoli dello spionaggio industriale. D’altra parte abbiamo investito milioni nella progettazione e ideazione di questo nuovo importante prodotto che ci rilancerà a livello internazionale…»

«Ossia?»

«Stiamo per immettere sul mercato… scusi l’emozione, ma è davvero una cosa di cui essere orgogliosi…»

«Ma si figuri. Allora?»

«Stiamo per lanciare un prodotto rivoluzionario: il contenitore di contenitori!»

«Wow!» fece Alfredo seriamente sbigottito «Ma è assolutamente geniale».

«Già!» rispose il vecchio senza alcuna modestia. «Non ci ha ancora pensato nessuno… ne venderemo a iosa e faremo un bel po’ di quattrini, può starne certo!»

«Lo credo bene! Beh, che dire? Congratulazioni».

 

Leonardo Battisti

La seconda parte di questo racconto verrà pubblicata sabato 19 febbraio.

L’inutilità del genio post-moderno /3

Dati i presupposti, non possiamo dimenticare l’importante affermazione che Giorgio Colli fa in La nascita della filosofia («La follia è la matrice della sapienza») e il fatto che i più straordinari documenti dell’antichità, oltre agli illusori testi filosofici (compromessi interamente con l’intangibile se non col folle) e ai reiterativi saggetti (che ruotavano sempre attorno alle stesse cose e sempre negli stessi termini), sono opere teatrali con personaggi che – per i motivi disparati – commettono quelle che oggi (come ieri, spesso) definiremmo “pazzie”: Edipo, Medea, Antigone, Elettra…

Perché il “gesto insano”, conducendo alla catarsi, è tramite per la divinità: come l’idiozia dostoevskijana, che è insania e vocazione mistica.

Tiriamo di nuovo le fila, altrimenti in questa selva di deduzioni e supposizioni potremmo sperderci, e vediamo cosa abbiamo in mano: unità spazio-temporali in dissolvenza, illusione, irrealtà, morbosità, follia, divinità.

Improvvisamente si crea un nesso, anzi, un’equazione:

letteratura : illusione = follia : divinità

ed ecco che nello sputtanatissimo legame fra letteratura e divinità si evidenzia un percorso che passa per la finzione (la nota “finzione letteraria”) e la follia (la “theia mania” platonica del Fedro). Tutti elementi abbastanza risaputi, ma raramente o mai esaminati nella loro sequenza.

Un nuovo quesito movimenta questo dipanarsi: visto che la letteratura è citazione (dovremmo dire “metafora”) della follia e perciò della divinità, data la letteratura corrente, a cosa s’è ridotta la divinità?

Ci sono dei legami nelle opere di autori lontanissimi e nelle opere – ovviamente – del medesimo autore.

E così: fra il Conte Ugolino e i due poveri amanti Paolo e Francesca c’è il legame del racconto in pianto; fra l’Ofelia di Rimbaud e la Marinella di De André c’è il fiume e l’amore di mezzo con stelle e fiordalisi di contorno; Jonson, il poeta del «Lascia un bacio dentro la coppa e io non ti chiederò vino», s’assomiglia nei modi e in alcuni tratti biografici al Catullo di «Odi et amo»; Zorba e l’Inglese di Kazantzakis altri non sono se non il Dionisio e l’Apollo di Nietzsche.

Lo strutturalismo, se vuol fissare delle Gestalt che si meritino questo nome, deve fare a meno di limiti e compartimenti stagni: la struttura del materiale culturale con cui opera dev’essere leggera e interscambiabile, levigata e pronta a combaciare con ogni cosa.

Quindi, la divinità sottesa (anche se involontariamente… involontariamente per gli autori medesimi, ovviamente) alla letteratura contemporanea non deve avere troppi legami e deve potersi accostare a tutto – esattamente come i personaggi e le situazioni di cui abbiamo parlato qualche riga fa.

I principi e i valori devono farsi trasparenti e volatili. Leggerezza, raccomandava Calvino nelle Lezioni americane.

Ma i principi sono anche la trama: sono spinte su cui si muovono i personaggi. Principi volatili danno personaggi inesistenti e plot cadenti.

Rispondiamo alla nostra domanda: la divinità – motore sotteso e originario delle letteratura – è svanita, o meglio s’è ridotta alla sua effige: la follia.

Ambiguità e ironia

Humbert Humbert, l’Abate Faria, Hannibal Lecter, il Vecchio della Montagna, Eraclito, Omero, Tiresia, Edipo, Buddha, il Mago di Oz, Nero Wolfe, perfino Babbo Natale: tutti questi personaggi (e molti altri affini) recano in sé delle tracce mai soppresse e sempre presenti in certe figure letterarie.

L’Oracolo in Matrix o la figura del profeta nei Libri Sacri o Sherlock Holmes: questi tre i grumi in cui, più che in altri personaggi, si sono mostrate le tendenze della letteratura occidentale.

Onniscienza. Ombra. Onnipotenza.

Tutti i personaggi che ho elencato poco fa hanno tre caratteristiche che manifestano singolarmente o accoppiate o nel complesso: vivono nell’ombra, intesa in senso lato (Holmes, per esempio, si traveste e vive immerso nel fumo o nella nebbia); sono, o sembrano, onniscienti; giocano con la vita e la morte perché sono immortali o perché si sentono tali oltre che onnipotenti.

Lo scrittore non s’è mai liberato di queste tre fascinazioni: il sapere, il vedere e il potere. Perché il sapere è anche potere, ma questa capacità di conoscenza (e dunque di dominio) si esplica meglio laddove gli altri non vedono: lo scrittore, così addentro alle parole, sente anche di poter manipolare come vuole i concetti, quindi la verità medesima, quindi – in ultima istanza – la vita degli altri. Perché gli altri sono ignoranti, perché non vedono, e dunque niente possono più di chi mette loro in bocca le parole di cui si servono come sonnambuli. Questa malattia degli scrittori, io la chiamo “sindrome di Polo”, dal nome del personaggio del Gorgia di Platone: consiste nell’immaginare di controllare tutto e di vivere in una trama solo perché si controlla il linguaggio, e lo spirito degli altri attraverso il controllo sul linguaggio.

Questa tendenza s’è estrinsecata, quantomeno in me, nel patologico citazionismo de Il volo interrotto, nel suo amore per l’ambiguità del dubbio dell’indeterminazione e dell’ombra, nel suo raffigurare omicidi che somigliano più a gesti quotidiani che ad attentati contro tutto ciò a cui siamo stati educati.

Ed è in fondo questo il principio di tutti i libri che si propongono oggi di essere “creativi”: l’omicidio, la conoscenza, l’ambiguità.

La generazione pulp sbandierava e sbandiera la violenza, i moderni giallisti la conoscenza, e tutti gli autori, nessuno escluso, l’ambiguità (che, per loro pochezza, s’è ridotta quasi esclusivamente ad ambiguità sessuale e non è molto di più della parodia di se stessa).

L’ambiguità siede allo stesso tavolo dell’ironia: dov’è finita l’ironia? Nei libri di oggi non ce n’è traccia.

Spostiamo allora la nostra attenzione su questi due ambiti: ambiguità e ironia.

Antonio Romano

Settanta acrilico trenta lana

Settanta acrilico trenta lana (Edizioni e/o, 2011)

di Viola Di Grado

Che tu mi veda o no io sono quella lì coi capelli neri e il naso prendi tre paghi uno. Quella lì che è già notte, ed è già fine, anche se tu volevi una storia in cui tutto è del suono giusto e del colore giusto, e le farfalle volano, e le persone parlano e amano e parlano e amano.
Tu te la puoi permettere una storia di quel tipo. Tu te la puoi scopare tutta la notte e poi fartene un’altra, e poi un’altra ancora, fino a riempirti la vita di farfalle che volano e ricordi che restano. Di storie come quella lì. Sai che ti dico? Usala come straccio del bagno, quella storia, o che ne so, foderaci la gabbia del criceto. Insomma, basta che te la levi davanti, qui a Leeds non ti serve, e i ragazzini di Christopher Road te la ucciderebbero per strada.

Eccola qui Camelia Mega. Vive a Leeds, una città dove «dove l’inverno è cominciato da così tanto tempo che nessuno è abbastanza vecchio da aver visto cosa c’era prima», una città spettrale dove il sole fa capolino pochissime volte. Camelia, giovanissima, abita con la madre in Christopher Road, una via così triste e desolata che un passante non la noterebbe visto che non si distingue dalle sue parallele, una via in cui «non comincia mai niente. Semmai finisce. Finisce tutto, anche le cose che non sono mai cominciate». Per le due donne la vita scorre lenta, monotona, fatta di silenzi e di una comunicazione solo non verbale. Camelia porta il nome di un fiore orientale. Eppure lei recide i fiori, rovista nei cassonetti alla ricerca di abiti consunti in modo da non indossare mai nulla che sia nuovo, appariscente, colorato.

La vita delle due donne si è fermata tre anni prima: il giorno della morte del padre di Camelia. L’uomo è stato vittima di un incidente stradale assieme alla sua giovanissima amante. Da quel momento le due protagoniste sono entrate in un loop da cui non riescono a venire fuori. Girano a vuoto. La madre, Livia, chiusa nel suo mutismo. La figlia, Camelia, ha lasciato i suoi studi di cinese e si prende cura – o almeno ci prova – della mamma. I ruoli sono completamente ribaltati.

Un giorno Camelia incontra Wen, un ragazzo cinese. Ricomincerà lentamente a vivere. Si troverà a dover gestire un rapporto estremamente complesso con il ragazzo e con suo fratello: Camelia ama Wen, ma lui la rifiuta. Anche la mamma di Camelia conosce un uomo. Ma sembra che in Christopher Road nulla possa concludersi con un lieto fine e tutto sia destinato irrimediabilmente a finire. L’inverno dell’anima sembra essere l’unica condizione possibile.

Viola Di Grado, ventitreenne catanese, è alla sua prima prova letteraria. Dimostra una maturità stilistica, una sapienza nello scegliere il lessico da utilizzare, davvero rare. Un esordio che lascia i lettori senza fiato. Una storia nera, profonda, cupa. Una storia dolorosa. Lo stile è tagliente come quello di un bisturi: incide la nostra carne. Le parole feriscono, sono armi, sono spietate. Non c’è tregua. Non c’è possibilità di rifiatare. Non c’è ossigeno. Gli ideogrammi cinesi diventano l’unico modo per ridare senso al linguaggio, per creare una nuova comunicazione che sia completamente diversa da quella ormai perduta e inutilizzabile. Gli ideogrammi potranno nuovamente dare un senso alla vita.

Ci sono romanzi che restano indelebili, che rileggeresti mille volte. Questo è uno di quelli.

Settanta di acrilico trenta di lana è di una bellezza straziante. La storia di una vita lacerata – come gli abiti bucati della sua protagonista –, una vita sognata e irrealizzata, una vita possibile, ritrovata, agognata e perduta nuovamente. Una vita che muore e rinasce ogni singolo giorno.

 

Serena Adesso

ER CORE GROSSO, COME ‘N BOVO

Me chiamaveno Er Melanzana perché ciavevo la capoccia tutta lucida, senza capelli, come er culo de ‘na melanzana, anfatti.

Torvaianica n’è mai stata Copacabbana, ma io ce stavo bene: tajavo li quarti de manzo, preparavio le lombatine pe le signore der quartiere, me la divertivo a la sagra der torvicello che veniveno le giostre. Me facevo li cazzi mia, insomma.

Poi l’affari so’ cominciati a girà pure bene e emio messo su na botteguccia niente male, che a dije solo macelleria facevi ‘n peccato a gesuccristo. Eravamo ‘na boticche, diceveno li romani, ma sempre boticche de robba da magnà era; e io macellaro, me sentivo: fino a drentr’all’anima.

A Torvaianica certe vòrte d’estate ce veniveno pure li giocatori daa Roma, ce veniva Zigoni che je lo leggevi ‘n faccia quanto fosse fijo de na mignotta e Bobbo Vieri, però mica se veniveno a comprà l’animelle o l’ammazzafegate, a la boticche: ce se veniveno a pija er caffé.

Ar banco der caffé – brasigliano s’intende, che è er mejo – ce stava mi moje Marisella.

Lo vòi sapé come me la so ‘ntortata a Marisella?

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Aspetta primavera, Lucky

Aspetta primavera, Lucky (Edizioni Socrates, 2011)

di Flavio Santi

 

Arrivo la sera morto, con gli occhi cotti come due uova in padella.

 

 

Ci sono dei libri che non ci lasciano indifferenti per principio, perché appartengono al nostro mondo ancor prima che alla scrittura, alla loro scrittura.

È un fatto strettamente personale, qualcosa che incrocia il nostro percorso fatto di altre letture e altre riflessioni; qualcosa che ci avvicina per principio al libro in questione, che ce lo rende fin troppo prossimo. Insomma, ci sono libri che per mille motivi non sfuggono a una lettura partigiana, viziata da un’invasione di campo che ci spinge a ingaggiare una lotta, più che una lettura: con o contro di loro.

È da queste premesse che nasceva il mio iniziale scetticismo nei confronti del libro di Flavio Santi, che tra tutti andava a toccarmi proprio il mio adorato Bianciardi (e il Bandini di John Fante); motivo per cui ho apprezzato di meno le prime pagine, dove ancora dovevo liberarmi dai miei pregiudizi e da ogni resistenza dettata dalla diffidenza nei confronti di una certa sfrontatezza dimostrata dall’autore – eppure, mi dico oggi che l’ho letto, in quel momento non ero forse la stessa persona convinta del fatto che sia meglio cimentarsi coi grandi e rischiare un grande fallimento, piuttosto che gareggiare col primo babbeo che va di moda?

E infatti dicevo dell’incipit, dove il protagonista sogna Pasolini, mica noccioline: Pasolini che anziché esser fuggito a Roma si è fermato in Friuli, a lavorare come insegnante nelle scuole medie, e che non ha più tempo per scrivere poesie né provare a fare un film. È a partire da questa invenzione dell’inconscio che Santi ci regala un’invettiva sulla condizione dell’intellettuale nel terzo millennio; in particolare quella di un traduttore – ed ecco qua Bianciardi e la sua Vita agra – che deve combattere con un mondo editoriale ridotto a spettacolo grottesco, a fiera delle vanità, dove la sopraffazione è un valore riconosciuto da tutti.

I personaggi che abitano le pagine di questo romanzo restano impressi al pari del protagonista, nel quale può riconoscersi chiunque viva oggi sulla propria pelle la condizione di lavoratore precario: basti pensare al collaboratore editoriale Danilo Casupola – che ripete continuamente: «A quando il botto?» riferendosi al Pirellone o Torracchione bianciardiano –, licenziato per far posto a un raccomandato; o allo scrittore Adamantino Pollastri, uno molto potente e in vista, uno che si lamenta del suo successo che l’ha trasformato in “brand”; senza dimenticarsi di Tano Dere, un conduttore televisivo che fa trasmissioni sui libri senza mai averne letto uno.

Il prodotto di questo mondo, a cui il protagonista rimane attaccato a costo di enormi sacrifici – perché ci starebbe volentieri al posto di Adamantino Pollastri, anziché dover elemosinare traduzioni per pagare le bollette –, è una persona incapace di esplodere, tanto per non discostarci dalle pagine della Vita agra: un uomo che anche volendo non distruggerebbe niente, circondato com’è da sole macerie. Un uomo che a forza di accettare è diventato persino incapace di scegliere, diviso fra due donne così come lo è fra il sogno e la realtà: da una parte la moglie Giulia, che ancora crede all’utopia (al comunismo), e di cui è innamorato di un amore delicato ma evanescente; dall’altra Sveva, che raggiunge a Roma ogni volta che può per sfogare le sue pulsioni sessuali – due parti che non formano comunque un intero: quella Simone Weil che è il sogno erotico segreto del protagonista.

Per quanto odi il potere e l’aura d’arroganza e ipocrisia che lo circonda, Fulvio Sant – alter ego dello scrittore, che suona all’orecchio come una sorta di kamikaze – è un uomo che non riesce neanche più a urlare i suoi vaffa, ma che al massimo se li sogna, e che come lo struzzo (della copertina del libro) mette la testa sotto terra; ma ci sente lo stesso, eccome se ci sente. Infatti non c’è niente di consolatorio in questo libro, a partire dalla scrittura stessa di Santi, che arriva dritta al cuore del problema e delle cose: una scrittura che mette in subbuglio e lascia il segno, e che soprattutto non risparmia nessuno, né vincitori né vinti.

 

Simone Ghelli