Le parole (rac)contano

Ieri mattina, girovagando su piazza facebook, trovo segnalato da un contatto comune questo post sul blog di Carlotta Borasio, ufficio stampa e curatrice di una collana per giovani adulti presso Las Vegas edizioni. Vado a leggere. Sarà che non era una proprio buona giornata per alcune vicende di cui non mi prendo la briga di parlare qui, ma m’incazzo. Cioè, non esageriamo, non è che m’incazzo, ma piuttosto penso che sia poco etico e poco professionale, per un addetto ai lavori, uscire pubblicamente con riflessioni tanto vaghe. O meglio: dire, ma non dire. Dire senza dire. Ma entriamo nello specifico. In pratica qualcuno ha consigliato un libro di racconti a Carlotta un libro di un autore molto conosciuto pubblicato da una grossa casa editrice. La prima reazione di Carlotta è positiva: vuoi vedere che tornano alla ribalta i racconti? Allora Carlotta, curiosa, ne vuole sapere di più e, nonostante l’autore in questione (che evita di nominare, come vedremo in seguito per non attaccare gente che ha già un nome per guadagnare qualche visita, altrimenti le darebbero della paracula) non le piaccia (perché lo trova prolisso, barboso e poco originale), gli vuole dare fiducia e digita di google (Ah, zio google!). Trova uno dei racconti e comincia a leggere. Dopo le prime quattro righe, ha subito capito tutto: “ma che è sta menata?”.

La curiosa Carlotta, drogata di libri, sa bene che da sole quattro righe dell’incipit di un racconto si capisce subito se l’intero libro sia buono o una cacata, se sia degno di essere letto o pubblicato (anche se specifica che non è compito suo in casa editrice valutare i manoscritti altrimenti ne casserebbe alcuni dopo la quarta riga). Ma questa amara considerazione le fa sorgere una domanda spontanea: possibile che ci sono autori che qualsiasi cagata scrivano va bene per la pubblicazione? Inoltre, a ragione, aggiunge che costa 20 euro (ma questo, ovviamente, è un capitolo a parte, ed è un capitolo dolentissimo). E niente, tutto qui, a parte che ‘sta gente (che poi chi sarà, ‘sta gente?) dovrebbe prendere lezioni.

Da lettore sono indignato, e mi sento pure un tantino preso per il culo. E visto che non era proprio una buona giornata, vado a punzecchiare dicendo in un commento che sarebbe interessante sapere l’autore e la casa editrice in questione. Ma intanto, dicevo, ero sempre su piazza facebook, e chiacchieravo pure con Zabaglio sulla possibilità di portare Trauma cronico a Bologna, quando tornando sul blog di Carlotta mi rendo conto che il commento è in moderazione. Dico ad Angelo: leggi il mio commento? No, risponde, intanto scrive un commento che pure a lui va in moderazione. Ora è chiaro che se scrivo per la prima volta un commento su un blog, quello mi mette il commento in approvazione, pure qui su Scrittori precari è così, e un paio di volte è capitato pure qualche piccolo malinteso. Ma sapete com’è, di questi tempi, ci si allarma subito e si grida presto a censura. E invece, probabilmente, era solo che Carlotta non era a computer. Infatti dopo un po’ i commenti vengono pubblicati. E nei commenti, la curiosa Carlotta, tira fuori il meglio di sé. E un po’ me le fa girare.

Ora, devo essere onesto, mi dispiace pure, Carlotta l’ho conosciuta e la incontro alle fiere del libro quando vado a pascolare, stanno sempre nello stand coi tipi di Intermezzi, e devo dire che lei mi sta pure simpatica, lei e tutti i tipi di Las Vegas (di cui ho avuto il piacere di leggere – e apprezzare – un solo libro, La minima importanza del Piscitelli, che vi consiglio, resterete soddisfatti ma in caso contrario non aspettatevi rimborsi che da queste parti siamo poveri, poveri ma belli, come il film, rubando la battuta a Zabaglio), ma non posso star zitto (se no perché scrivi o vivi?, diceva, anche se a proposito dell’interno delle cosce di Mardou, Leo Percepied).

È il web, bellezza! Non sono io che non perdono, è il web che non perdona. Ma andiamo con ordine. Quello che mi ha infastidito, della replica di Carlotta, è stata la posizione paracula di dire che non è politica del suo blog fare pubblicità a coloro che non ritiene meritevoli di attenzione positiva, chiedendo perdono per la vaghezza (poi aggiunge che la casa editrice è Einaudi, ma prima non l’aveva scritto). Ora, dico io, su Einaudi si può contestare il fatto che i libri costino tantissimo e che alla fine dei conti (e al netto delle intenzioni), chi guadagna di più è sempre un’azienda del monarca, il monarca proprietario del gruppo Mondadori, che ha la storia che ha (in proposito vi segnalo questo post di Morgan Palmas sul blog Sul Romanzo); ma il catalogo, cazzo, no! Il catalogo Einaudi, purtroppo o per fortuna, è un patrimonio dell’umanità. Certo c’è qualche scelta che comincia ad essere poco condivisibile (vedere Mario Balotelli vicino ai mostri sacri della Letteratura mondiale, sinceramente, è un po’ inquietante) ma il catalogo Einaudi, vi voglio bene, non scherziamo. È una questione di qualità, direbbe il fu Giovanni Lindo Mattia Pascal Ferretti.

Certo le aberrazioni del mercato editoriale sono sotto gli occhi di tutti, ma proprio per questo è importante fare nomi e cognomi (e motivare sempre), proprio per districarsi meglio in questo labirinto mortale dell’editoria nostrana. Già la gente in Italia non legge, se poi un non-lettore (o un lettore magari non proprio sgamato) si trova tra le mani spazzatura, abbiamo perso. Tutti.

Per questo credo che sia dovere di (tutti) coloro che amano, lavorano e vivono per i libri, rispettare la responsabilità che il compito che si sono assunti richiede. C’è un popolo intero di lettori da coltivare, se non da far nascere, mentre mi sembra che si resti sempre più imprigionati in una piccola nicchia di eletti. Mentre dimentichiamo enormi fette di maggioranza, sempre più rincitrullite dalla cultura del vuoto e dell’intrattenimento, con le parole svuotate di significato e un analfabetismo dilagante. Non so se anche voi, come me, avete notato la dilagante diffusione del verbo “cosare”. Se non stiamo attenti, tra un po’ finiamo a parlare coi versi, ma non versi poetici, versi bestiali. Ma forse, come insegna il bunga-bunga, lo facciamo già.

Fatta l’Italia, restano da fare gli italiani, dicevano. Curioso no? Oggi cosa sono gli italiani nell’anno di questo pomposo anniversario di una disfatta e fasulla unità? Ovvio che un popolo di lettori è un popolo consapevole. E un popolo consapevole avrebbe saputo meglio difendersi da un monarca squallido, un essere stupido, cattivo e dannoso per gli altri. Non a caso, contro il manganello (e contro il potere), ci si difende con il book block (a riguardo segnalo due articoli su Giap e Carmilla).

Pensiamoci: è già tardi. Non troppo, ma già.

 

Allora il vecchio si appoggiò sulla poltrona. Mi guardò con gli occhiali più lucidi. Cominciò a farmi i complimenti. Disse che gente come noi ce ne voleva.  Che ce n’era ancor poca. Ch’eravamo dei santi. Ma la nostra magagna era stare nascosti. Perché non unire le nostre forze con quelle degli altri italiani? Che cos’è che volevano gli altri italiani? Farla finita coi violenti, coi cafoni, coi ladri, ritornare al rispetto di sé e alla legge, restaurare l’Italia e le sue libertà.

– Rovesciare il fascismo senza far altri danni, interruppe Carletto. [Cesare Pavese, Il compagno]

Gianluca Liguori

 

 

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22 Responses to Le parole (rac)contano

  1. Toni Bruno says:

    parla del mio libro

    • Parlo del tuo libro? Ok. Allora: lo Psicotico domato (Npe), graphic novel di Toni Bruno (già autore, insieme a Luca Moretti, di Non mi uccise la morte, toccante e struggente fumetto che ripercorre le vicende che hanno portato alla tragica e barbara uccisione di Stefano Cucchi), può essere considerato un viaggio introspettivo allucinato e delirante attraverso il tormento esistenziale che accompagna la crescita di ognuno di noi. Toni Bruno, con un tratto già maturo, distinto e personale (bah, a dire il vero questo lo dice chi ne capisce, io nella mia incompetenza in materia posso dire solo che per me si tratta di bei disegni, cioè a me piacciono, secondo me è bravo, sa disegnare, a riguardo mi ricordo di quella volta che portai il fumetto a Vincenzo Sparagna che guardava, leggeva e la sua espressione degli occhi e della bocca mostravano stupore e apprezzamento, poi magari fate un giro sul suo blog, sbirciate, che son sicuro vi verrà la voglia di comprare il suo libro per valutare da voi; considerate comunque che se proprio non dovesse piacervi, potete sempre ritagliare le pagine e fare tanti piccoli quadretti da appendere in camera, ci sono delle tavole in cui, se avete sofferto poco poco di piccole nevrosi o paranoie, sicuramente vi ci ritroverete: avete presente quando leggete una cosa e pensate “uh, proprio come capita a me!”, ecco, ci siamo capiti, possiamo pure chiudere questa lunga parentesi, intanto vi consiglio di andare a rileggere il soggetto prima dell’apertura della parentesi ché sono sicuro che altrimenti non ci capite, ma sapete com’è quando si improvvisa una recensione in un commento certe cose ci possono pure stare: ora vai su e poi salta la parentesi e continua a leggere), ci porta nell’intimità delle sue paure e del suo umano senso di inadeguatezza in un mondo incomprensibile. Ad esempio, in una delle tavole iniziali, dove il protagonista bambino cerca attenzione dal mondo adulto per provare a comunicare un disagio interiore, i genitori disattenti sono catturati dalla notizia dell’attentato di Capaci. Il fumetto è un’analisi in parole e immagini di un conflitto incompreso e frainteso tra un io indifeso e fragile che si appresta a formarsi e un mondo degli adulti che, sebbene ancora non ben chiaramente delineato, si mostra al protagonista sin da subito in una veste in qualche modo avversa o sbagliata. Un conflitto tra l’io e il mondo che crea un muro di incomunicabilità che accompagna tutta la vicenda di esplorazione di sé del protagonista, che alla fine di un viaggio nell’autofiction a tratti onirico e a tratti disperato e disperante, a tratti addirittura allucinato, trova la sua parte nel mondo e prende le redini della storia conducendo al gran ballo finale. Balla Miché, dice l’autore al protagonista alla fine della storia. E balliamo tutti: un girò di valzer con la follia, un tango con la disperazione e una mazurka con l’umana, troppo umana, fragilità della nostra misera condizione umana.

  2. scrittoriprecari says:

    Questa è pubblicità occulta 😀

    S.

  3. Gianluca, provo una profonda empatia rispetto ai contenuti ed alle modalità stilistiche di questo tuo articolo che, se ti immagino al pc, è anche uno sfogo, giustamente! Non conosco certamente nè i personaggi in questione nè bene le circostanze del fatto scatenante. Però, però … appunto, da lettrice, devo dire banalmente che se mio figlio/a un dì mi venisse a dire che sta “cosando” qualcosa o non so chi, beh un ceffone o il desiderio di darglielo sarebbe ben forte anche perchè immagino che il termine non si accosti neanche minimamente alla filosofia di reificazione del mondo! E questo non vorrebbe affatto non accettare la fisiologica evoluzione della lingua! Chissà la Crusca che direbbe!? Per farla molto breve, ma anche per ampliare i termini della discussione direi a dir poco interessantissima nonchè per noi certamente molto concreta, ti dico: ho lavorato nel mondo dell’arte contemporanea, anche lì aimè! … mica i più meritevoli ricevono proposte di lavoro! o i più estrosi! o i più bravi!…anche lì sembra tutto soggettivo…bello cosa?bravo chi? e chi sono? … tutto un giro di gallerie, aperitivi, bunga bunga di bassa lega .. e infatti sono fuggita senza una lira, con un pò di quadri d’autore come ricompensa delle mie critiche d’arte passate sotto banco alle riviste più quotate e poi firmate da altri!…o questo o nisba…ad un certo punto. …niet! e va bene così…MA NON è GIUSTO! la questione è che non sostenendo o non lanciando nuove idee, nuovi talenti, tutto si autodistruggerà ben presto, e questa è una vergogna borghese prettamente italiana. Ma quanto interessa l’arte e la letteratura al mondo d’oggi!? Me lo chiedo onestamente ….
    Grazie!

    • Non credo. Vedere sugli scudi degli studenti sulle barricate i grandi capolavori letterari mi dona forza di resistere e, soprattutto, speranza. Certo, l’acqua in pentola è in ebollizione e il coperchio potrebbe saltare, ma finché regge lo stato sociale fatto da nonni e genitori mi sa che si tratta solo di piccole avvisaglie. Siamo in tanti ad augurarci che il vento ribelle, rivoltoso e rivoluzionario del Mediterraneo cominci a soffiare anche da noi. Purtroppo viviamo in questa condizione di catastrofe senza futuro, di non domani, che ci blocca e non ci permette di reagire. Eppure, c’è tanto, tanto fermento. Ci son cose buone, libri bellissimi che sono letti da mille, duemila persone. Musicisti bravissimi che suonano per venti amici. Artisti sconosciuti di cui godono ristrettissime e fortunate fettine di umanità. Ma no, fin quando l’uomo vivrà, l’arte vivrà. Il bisogno di comunicare è parte dell’istinto di conservazione. Il problema, alla base, è nei media di comunicazione. Se anziché grandi fratelli, isole dei famosi e dei parenti, fattorie, orge e tutte le puttanate che trasmettono, si comunicasse pensiero e arte, forse sarebbe diverso. Per ironia della sorte, la stessa televisione che ha “insegnato” l’italiano ad un popolo analfabeta che parlava un numero incredibile di lingue che ancora oggi sopravvivono nei paesini più sperduti, è stato strumento di un ventennio (e forse più) di cultura dell’intrattenimento che ha svuotato le parole del loro significato, rendendo tutta la faccenda ancor più complessa. Certo, oggi, per combattere il mono-pensiero dominante che arriva dall’alto, c’è la rete, ma dobbiamo stare attenti, è uno strumento di cui ancora non abbiamo reso fattive tutte le sue rivoluzionarie potenzialità. E allo stesso tempo, le “troppe voci”, “troppe opinioni”, rischierebbero di travolgerci in un assordante coro di opinioni che rende indistinguibili le une dalle altre, le buone dalle cattive, le giuste dalle sbagliate. Posto che si possano semplificare le opinioni in categorie. Insomma, viviamo tempi parecchio confusi. E pure noi, quanto a confusione, ne abbiamo da vendere. Ma non c’è mercato e rimaniamo con le tasche piene di confusione e senza gli spiccioli per comprare un pezzo di pane a lievitazione extraterrestre.

  4. Se vogliamo, il commento recensione qui sopra, è pubblicità occulta 🙂

  5. Andrea M. says:

    Allora, avrei evitato di intervenire per non fare la figura del fidanzatino che arriva in soccorso dell’amata. Però una replica la farò lo stesso.
    Non capisco davvero che fastidio possa procurare un post scritto su un blog personale (e ribadisco il “personale”). Se fosse stato un articolo su “La Stampa” o anche un post sul blog di Las Vegas avrei capito, ma così proprio no. Anzi, addirittura arrivare al punto di “incazzarsi”. Mah. A me succede solo per motivazioni ben più gravi.
    “Ma sapete com’è, di questi tempi, ci si allarma subito e si grida presto a censura. E invece, probabilmente, era solo che Carlotta non era a computer.”
    Ecco, appunto, forse a me succede per cose più gravi perché fortunatamente non passiamo tutto il tempo libero ad aspettare risposte dal web. Ma questo magari c’entra poco, ne convengo.
    Il punto focale è: sono d’accordo che la vaghezza non va mai bene, ed è una cosa che ho rimproverato più volte a Carlotta (senza incazzarmi, of course). Però mi chiedo: uno/una non può essere libero di scrivere sul proprio blog quello che gli/le pare? Seconda cosa, il tema del post non è “non comprate quel libro” ma “non lamentatevi se poi i lettori si fanno un’idea sbagliata dei racconti”. Carlotta propone un autore che sa scriverli, i racconti. E se non ha intenzione di fare ulteriore pubblicità a chi di pubblicità ne ha già da vendere, è una decisione che spetta a lei e basta.
    Poi, per concludere, non ho capito assolutamente che c’entrasse il finale del post, se non a capovolgere il senso di tutto il resto, con quel riferimento a Berlusconi senza però citare Berlusconi (paradossale, no?).

    • Copio anche io il commento dalla mia nota su facebook: http://www.facebook.com/note.php?note_id=10150102075919599

      Ciao Andrea, mi fa piacere leggere il tuo intervento, anche se non condivido la questione blog “personale”. Un blog è sempre pubblico. La rete è un fatto di tutti. Non vuoi che chiunque possa arrivare a commentare e/o criticare quello che scrivi? Bene: togli i commenti, se vuoi che ti leggano ma non abbiano possibilità di replicare. Di più: vuoi che il tuo blog lo leggano solo le tue amichette che ti dicano “bene, brava, bis”? Lo rendi privato o a inviti.
      E comunque non è proprio che mi incazzo. Lo preciso: “Cioè, non esageriamo, non è che m’incazzo, ma piuttosto penso che sia poco etico e poco professionale, per un addetto ai lavori, uscire pubblicamente con riflessioni tanto vaghe. O meglio: dire, ma non dire. Dire senza dire.”
      Carlotta è un addetto ai lavori, in quanto ufficio stampa e curatrice di collana, quindi le sue parole, anche su un blog “personale” (che poi personale non è, personale è un diario, la corrispondenza, non un blog), contano. “Le parole sono importanti”.
      Ovviamente, non replico all’insinuazione che “uno passa tutto il tempo libero ad aspettare risposte dal web”, che, come convieni, c’entra poco. Ma se pongo una domanda a qualcuno, poi aspetto una risposta. Inoltre, seppur provocatorio, il mio commento era aperto ad una discussione costruttiva.
      Quanto alle tue domande: uno può scrivere sul proprio blog quello che gli pare, così come un altro che finisce a leggere può replicare: semplici dinamiche di web. Quanto al tema del post, convieni certamente con me che non è proprio un modo serio. Leggete Mercadante (che è il mio preferito e non ha “proprio niente da invidiare a ‘sta gente”, e inoltre, i più maliziosi potrebbero dire: ma con chi pubblica? ah, Las Vegas, guarda un po’…) piuttosto che… e qui è il problema. Da lettore, come posso fare un raffronto se non mi fai un distinguo tra ciò un buon (secondo te, of course) racconto e un brutto (secondo te, of course) racconto? Il problema dei racconti in Italia c’è, se ne parla. E siamo in tantissimi a pensare che la forma racconto sia un’arma fondamentale per “accalappiare” il non-lettore che magari, coi ritmi di vita frenetici che ha, forse riesce a trovare il tempo per leggere, e magari innamorarsi della lettura. Perché la lettura rende consapevoli (e su questo, per forza di cose, per quello che facciamo, dovremmo essere d’accordo). E, compito di tutti, è di diffondere l’amore per la lettura. Perché magari, e veniamo al finale, un popolo di lettori non sarebbe finito in questa sciagurata situazione.
      Certo, è curioso che io abbia messo alla fine i link a Giap e a Carmilla, e poi si scopre che gli indizi portino alla raccolta di Wu Ming… ma si trattava di Wu Ming, o no? 🙂

  6. lordbad says:

    ahahahah direi che le parole sono importanti eccome!

    Ad ogni modo un bel blog spero avrai modo di ricambiare la visita sul nostro

    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/

  7. scrittoriprecari says:

    Però tutte le volte con questo spam no, eh? 🙂

    Linkate il vostro sito nel campo del nome, almeno su questo blog.

    Grazie,

    Gianluca

  8. Kitiana says:

    intervengo solo per aggiungere una precisazione generale che mi è venuta subito in mente seguendo questo episodio: in Italia criticare un libro è diventata un’impresa quasi eroica, antidiluviana. appena esponi la tua tesi negativa su un libro ti si scatena contro l’inferno: gli scrittori nel migliore dei casi ti accusano di essere invidioso, nel peggiore ti gettano contro la loro cricca online (o le loro personalità multiple). manca assolutamente una cultura della (auto)critica e questo non fa che alimentare quella spirale di recensioni scritte vicendevolmente da amici o colleghi sodali, che porta sempre a parlare bene e comunque di tutti, a non esporsi mai in nessun caso.
    io scrivo recensioni per mangialibri.com (non certo per repubblica!) e non avete idea delle polemiche in cui mi sono imbattuta quando ho stroncato un romanzo.
    ad esempio, tanto per rimanere in tema di nomi e cognomi, nel caso di Remo contro di Napolillo: in seguito alla mia recensione mi mandò diverse mail su Fb chiedendomi come mai non mi era piaciuto, come avevo fatto ad avere il libro (!) quando lui voleva darlo a un altro collaboratore di Mangialibri (sfiga, amico), come mi permettevo eccetera. io rimasi sempre molto gentile e compassata, ché questo è il mio carattere, e alla fine dello scambio di mail il suo status su Fb era qualcosa come: state attenti agli scrittori invidiosi.
    doveva aver visto che avevo pubblicato anche io e ovviamente avevo stroncato il suo libro mossa dall’invidia, non perché l’avevo trovato infantile e pedante. 😀
    e se questo succede a me, immagino che a piani più alti le recensioni siano (quasi) tutte mosse da meccanismi di favore. e questo è un vero problema: vogliono farci diventare tutti come Mollica 😀

    • scrittoriprecari says:

      Sì, hai pienamente ragione, Ilaria. Mi sono trovato spesso di recente a ragionare di questo argomento con diversi autori. In effetti è un problema non di poco conto. E non è semplice venirne a capo, secondo me.

      Gianluca

    • Dopo segnalazione, a malincuore, mi tocca intervenire.
      Cara Ilaria, giusto per precisare:
      -le mail non erano numerose, ma solamente tre. Un botta e risposta molto veloce.
      -il collaboratore di Mangialibri che voleva recensire il mio libro non lo conosco, so solo che aveva ricevuto il libro e aspettavo una sua recensione, non la tua.
      -ti ho chiesto, con la tua stessa gentilezza ed educazione, visto che non ti era piaciuto il libro, se aveva senso parlare male di un libro di un autore emergente che senza spinte o pubblicità cercava di avere visibilità, specificando che forse sarebbe stato meglio non parlarne…Ma era un punto di vista, una discussione, non certo uno squallido tentativo di avere un giudizio positivo come tu in questo messaggio cerchi di far credere.
      Questo è successo più di un anno fa, poi per fortuna sono uscite tante altre recensioni di persone che incondizionatamente e su testate nazionali hanno scritto di Remo contro…(preciso: nessun amico o conoscente, visto che mi dà molto fastidio la tua supposizione…)

      Mi fa sorridere vedere che ti sei sentita tirata in causa da un post su facebook, che se non ricordo male faceva parte di considerazioni tra me e alcuni lettori…
      Questo è tutto.
      Buona continuazione.
      Enzo Gianmaria Napolillo

      • Kitiana says:

        giusto per precisare anche io.
        intanto, ho scritto “diverse mail” non numerose. 3 mail sono diverse mail, no?
        secondariamente, non ho scritto che conoscevi l’altro collaboratore di mangialibri a cui avevi mandato il libro (e neppure lo credo, sono molto più propensa a credere che l’altro collaboratore fosse una legittima conoscenza dell’ufficio stampa della tua casa editrice), nè ho insinuato che altre recensioni che hai ricevuto siano “manipolate”: non mi permetterei mai di dire una cosa simile!
        ho solo raccontato un episodio che mi è successo, nè più nè meno, in maniera anche molto semplice. non mi pare un dramma.

  9. Kitiana says:

    appunto 🙂 anche la posizione del “ne parlo solo se mi piace, altrimenti lo ignoro” mi sembra insufficiente. poi è chiaro che ognuno parla o non parla di quello che vuole, ma in generale credo che dovremmo recuperare tutti la franchezza e la voglia di dire pubblicamente che un libro non ci è piaciuto, motivando la critica ovviamente, ma senza quel sacro terrore o quella motivata paura di sollevare polveroni. se tutti criticassimo di più, la recensione negativa smetterebbe di somigliare a un tabù. (prima si citava la critica cinematografica: ecco, lì c’è molta più libertà e meno peli sulla lingua).

    • Mi trovi ancora d’accordo. Ma, ad esser sincero, molto spesso anche io ho preferito non recensire, piuttosto che scrivere di un libro che non mi è piaciuto. Vero è che, quando non recensisco, scrivo privatamente all’autore le mie note critiche. E finora mi sono trovato sempre bene, più di una volta, a partire da queste mie “stroncature private”, sono nati incontri interessanti, belle collaborazioni e anche alcune amicizie. Solo una volta mi è capitato che l’altra persona sia rimasta un po’ infastidita dalla critica, ma *ovviamente* non dirò mai di chi si tratta! :-)))

  10. enpi says:

    forse perché in Italia si fanno 100 film all’anno. libri (italiani) quanti? 25.000?
    il mondo editoriale ha boschi e sottoboschi, tanti non sono belli.

    e-

  11. @Enpi:
    secondo me perché chi fa cinema lo vive più come “mestiere” che come “vocazione” (questo è il mio personale punto di vista), ed è più facile criticare il prodotto di un mestiere piuttosto che l’opera frutto del genio creativo… insomma, nel cinema ho sempre sentito meno forte anche questa divisione fra opera “popolare” e opera per pochi, forse perché il cinema è un’arte “di molti” (che la fanno e che la guardano) e fin da subito esposta (a monte) alle critiche, che diventano parte integrante di un processo creativo…

  12. enpi says:

    sì, Simone. e credo conti, come dicevo più su, anche la questione numerica.

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