Elogio dell’ignoranza

L’uomo non somiglia alla scimmia solo perché ha in comune con lei il corredo genetico o, come vorrebbe Jorge de Burgos, il riso. L’uomo ha in comune con la scimmia, essenzialmente, la curiosità. Il lato distintivo dell’intelligenza è la curiosità, è risaputo, lo dice anche Aristotele nella Metafisica («Tutti gli uomini, per natura, desiderano sapere») che il genere umano tende sempre a sapere o a cercare di sapere. Dello stesso parere sembrava Martin Heidegger quando diceva «Non possiamo non chiedere perché». Ed è proprio questa la parolina magica: “Perché?”. Tutto parte sempre da qui: “Perché?”. Ma supponiamo, per amor d’ipotesi, che l’uomo fosse onnisciente. La spinta al conoscere non ci sarebbe. Di conseguenza non ci sarebbe neanche la curiosità. E se non ci fosse la curiosità, il carburante per il meccanismo dialettico intellettivo, inevitabilmente, andrebbe in malora.

Come gli immortali che Borges descrive ne l’Aleph si sono disamorati della vita, così le ipotetiche creature onniscienti sarebbero poco più che dei dogmatici col cattivo vizio dell’aver ragione. «Solo l’individuo libero può meditare e creare, in questo modo, nuovi valori, sociali», disse Einstein, ma se è onnisciente non ha libertà perché le sue stesse conoscenze lo limiterebbero come se fosse (questo voleva precisamente dire Einstein) in una dittatura. Non creerebbe valori sociali perché in una società di onniscienti non c’è nulla da creare o da dire che non sia già stato concepito. L’onniscienza porterebbe all’inazione e all’ignoranza dialettica. Se tutti sappiamo tutto, che bisogno c’è di parlare e interagire? So già che vuole il mio prossimo da me, so già che lui sa tutto e so che lui sa che io so tutto. «L’uomo è il principio delle azioni» (Aristotele) solo se ha bisogno di tali azioni. E un non-onnisciente messo con un onnisciente? Certo che ci sarebbe dialogo: ma sempre e solo per la curiosità del non-onnisciente. Se sbaglio e vengo in possesso della verità, imparo. Se non sbaglio e so già tutto, non imparo e vegeto. «Una cosa è dimostrare che un uomo ha torto, una cosa è metterlo in possesso della verità», teorizzò Locke nel Saggio sull’intelletto umano, ma ovviamente lui si riferiva a persone normali, cioè non in possesso della verità. Gli onniscienti sono già in possesso della verità, la loro vita è grigia e senza sorprese, già scandita e definita. In loro è radicata la gnoseologia della capra cotta, che ben si sa dove può andare. Da nessuna parte!

«La verità dovrebbe essere il respiro della nostra vita», disse Gandhi, ma un respiro non deve arrivare a soffocarci. In un mondo di onniscienti Machiavelli non sarebbe mai esistito, non avrebbe mai scritto «Colui che inganna troverà sempre chi si fa ingannare» ne Il principe: chi devi ingannare fra onniscienti? L’onniscienza, portando all’immobilità intellettuale, porta anche al pragmatismo più sfrenato: da qua il possibile, da là l’impossibile, da là l’opportuno, da lì il nocivo. Questo vuol anche dire fine delle aspirazioni: «Un’aspirazione chiusa nel giro di una rappresentazione; ecco l’arte» (Benedetto Croce, Breviario di estetica). Fine dell’arte. Come sempre parlava bene Einstein a un’umanità di non-onniscienti: «Ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto» (nel suo Come vedo io il mondo). Quanto c’è d’umano in un onnisciente?

In La democrazia in America il Tocqueville dice che «I popoli democratici provano per la libertà un gusto naturale». Questo lo pensava lui, ma in un mondo di onniscienti la libertà e la democrazia sono un optional: che me ne faccio di un ordinamento se io stesso conosco l’ordinamento dell’universo? E anche l’amore ci andrebbe di mezzo: fine della conquista (so già chi, come, dove, quando, perché conquistare), fine della passione (so tutto dell’altro, non ho il gusto della scoperta e della quotidianità e dell’intimità romantica), fine del «Quel che si fa per amore è al di là del bene e del male» (Forza Nietzsche!). Boezio, nella Consolatio, dice che «ogni condizione è felice quando sia accettata, con sereno equilibri»”: questo è proprio l’atteggiamento dell’onnisciente. Sereno equilibrio. E poi si finisce come Boezio: a pelar patate su una roccia aguzza mentre castori demoniaci ti mordono le chiappe. Addio Newton che con gli occhioni sognanti ti domandi: «Da dove provengono l’ordine e la bellezza che vediamo nel mondo?» (argomento poi distrutto da Richard Dawkins in L’illusione di Dio). In un mondo d’onniscienti lo prenderebbero a calci nel sedere e gli darebbero dell’imbecille. A Newton. Come consolazione potrebbe rimanere la bellezza che, come diceva Nietzsche, ha la voce sommessa per essere compresa sola dalle anime più deste. Ma il filosofo parlava di anime deste, un onnisciente – lo abbiamo visto prima – è ormai dormiente e anestetizzato. Insensibile, forse anche alla bellezza.

E allora, tirando le somme, si direbbe che a essere onniscienti, non solo si perde il gusto delle cose, ma anche quello della vita stessa. Non esiste un mondo di onniscienti perché «La totale privazione del bene, dunque, significa inesistenza. E, viceversa, l’esistenza suppone il bene» (Sant’Agostino lo dice nelle Confessioni) e «L’uomo seleziona a proprio beneficio, la natura a beneficio di ciò che accudisce» (Darwin lo dice ne L’origine della specie).

 

Antonio Romano

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Ti amo ancora

Riportiamo un racconto di Pierluca D’Antuono, bassista dei Vigo, del quale speriamo sentirete ancora parlare in qualità di scrittore (noi lo sappiamo che ha un bellissimo romanzo che attende di prender forma, per adesso solo abbozzato tra pagine e pagine di appunti vergati a penna, e che deve solo trovare il tempo e la forza per scriverlo).

Per primo è toccato ad Annio, poco più di un anno fa. Lo hanno trovato ai Cerchi freddo duro e sorridente. Sembrava uno scherzo o un tragico incidente. Hanno fatto di tutto per non farci capire niente. I grandi non ci dicevano nulla, appena ci vedevano cambiavano discorso o stavano zitti. Abbiamo cercato di vederlo ma non ce l’abbiamo fatta. Lo hanno portato subito via e hanno pulito tutto. Sangue a terra non c’era, era difficile capire il posto preciso dov’era.

Tutti pensavano a un caso isolato, tranne noi. Era troppo strano ma noi capivamo. Qualcuno a Castel Sinone stava ammazzando i nostri amici. E io e Nina abbiamo cominciato a cercare.

A Castel Sinone siamo milleeduecento. Siamo quasi tutti parenti. Sono tutti vecchi tranne quelli della mia scuola. Non ci sono edicole e i nostri genitori non ci fanno più vedere la televisione, da quando l’anno scorso è capitato il famoso caso di Alfredino il bambino che è caduto nel pozzo. E ora è anche peggio con quello che sta succedendo.

Anche io e Nina siamo parenti, le nostre mamme sono sorelle. Ma è solo un anno che stiamo sempre insieme. Prima io stavo con mio fratello Benito e i suoi amici grandi. Hanno tutti 18 anni e non vanno a scuola. All’inizio stavo bene mamma mi faceva uscire a tutte le ore con loro e usavamo la macchina di Gabriele. Era bello nei campi e in campagna e qualche volta mi hanno fatto pure guidare. Poi è successo che hanno cominciato a chiedermi dei giochi che non mi piacevano e non capivo perché dovevamo fare. La lotta è uno di quelli.

Dopo Annio c’è stato Michele. Un giorno comincia a non venire più a scuola ma nessuno dice niente. Io e Nina andiamo a casa sua era tutta chiusa e spenta. Vicino alla porta sentivamo la mamma che piangeva. Il padre si è accorto di noi e ci ha tirato una pietra. Le maestre hanno detto che Michele era andato a stare dai nonni in città, e per ora non tornava o forse non tornava proprio. Noi non ci crediamo e per sapere andiamo ai Cerchi, ma pure questa volta non c’è niente da vedere.

La lotta è diventato uno di quelli che tutti mi toccavano e stringevano e poi alla fine mi chiedevano di togliermi le mutande. Le toglievano anche loro e dovevamo toccarci. Poi hanno cominciato a dire che con le mani non era più divertente. Proviamo con la lingua hanno detto a mio fratello.

Nina ha capito subito che succedeva qualcosa perché ora i Cerchi sono sempre puliti. Prima neanche potevamo entrare. Dico perché a terra era tutto pieno di vetri bottiglie siringhe e immondizie. Questo è il posto più nascosto del paese e qua ci vengono a stare tutti. Doveva essere lo stadio del nuoto ma dopo che c’è stato il famoso terremoto non lo hanno più finito. Poi è successo che hanno arrestato tutti i politici del paese per i soldi che sono spariti e ora nessuno può decidere se finirlo o toglierlo proprio.

Io con la lingua proprio non volevo ma loro hanno insistito e hanno detto che almeno una volta dovevamo provare, una volta soltanto. Io ho chiesto almeno non tutti e loro hanno scelto mio fratello hanno detto che era meglio ma mentre lo facevo non mi piaceva per niente e gli ho dato un morso. Lui ha urlato poi si è girato per un po’ è stato di spalle e faceva strani versi. Quella è stata l’ultima volta che stavo con loro.

Vado via piangendo ma senza farlo vedere sennò ricominciano.

Nina è più grande di me di un anno, ha 12 anni. A lei soltanto ho raccontato questo perché una volta mi ha detto che anche a lei è successo quando era piccola che suo padre la sera la mamma la metteva a letto e poi lui andava a salutarla e l’accarezzava toccava baciava leccava stringeva tappava il naso e la bocca le tirava i capelli e le mordeva la schiena. Lei faceva finta di dormire perché pensava che lui la smetteva. Una volta è rimasta cogli occhi aperti ma suo padre le ha detto chiudi gli occhi Nina è più bello se dormi.

Anche Nina è stata fortunata come me perché suo padre poi ha smesso. È stato quando è nata la sorellina Adelina tre anni fa. Il padre è impazzito per lei e ora a Nina non la guarda nemmeno. All’inizio era un po’ triste ma poi ha pensato che era meglio così.

Anch’io ho una sorella più piccola e un altro fratello oltre a Benito. Ora è tanto che è andato via di casa, è stato circa cinque anni fa, nel 1977. Io non ho capito bene ma mia cugina Cesira a scuola mi ha detto che suo padre dice sempre che mio fratello è un terrorista ed è andato a Roma per uccidere i politici e fare come la Russia. A casa non possiamo parlare di Adolfo. Una volta al mese arriva una telefonata che sta zitto e non dice niente ma mia madre piange e capisce che è lui. Mio padre invece non è così che la vede a lui non gli piace e basta. Dice sempre meglio morto che rosso. Lui preferisce i fascisti. In casa abbiamo il busto di Mussolini e mio padre ha fatto la guerra infatti era paracadutista. Lui vuole che pure a noi ci piaciono i fascisti. Voleva convincere pure Adolfo, in quanto Benito non capiva perché è un po’ scemo e comunque diceva che già lo era. Ma Adolfo era contrario. Con alcuni suoi amici di Selce faceva delle riunioni e faceva le scritte rosse sui muri del paese. Una sera dopo una di queste riunioni mio padre con i suoi amici è andato a prenderlo e lo ha portato ai Cerchi. Lo hanno picchiato tutti insieme per fargli capire. Mio padre diceva lascia stà i comunisti a casa mia non esiste. A un certo punto zio Michele lo ha fermato perché Adolfo non si muoveva più. Lo hanno lasciato davanti all’ospedale di Selce. Da quella volta Adolfo non è più tornato a casa. Una settimana dopo mio padre ha trovato davanti alla porta una busta con sei proiettili e un po’ si è spaventato. Da allora non si sono più parlati. Ora mio padre quando parla con qualcuno dice che ha tre figli, Adolfo non lo conta più. A me mi dispiace perché Adolfo era bravo non come Benito e neanche come mio padre.

In estate sembrava che non moriva più nessuno ma poi è stato il turno di nostra cugina Maria. Quella volta io e Nina eravamo ai Cerchi. Stavamo giocando e poi Nina ha visto mio fratello Benito che si muoveva vicino ai tronchi morti. Guardava per terra e ha raccolto qualcosa poi è andato via senza vederci. Abbiamo aspettato che si allontanava e poi Nina è corsa solo per guardare e ha urlato. Maria era immobile schiumava dalla bocca ed era bianca sacrificio come non immaginavamo si poteva. Non sapevamo che fare è stato come vegliare una domenica mattina in chiesa ma per una cosa più vicina e seria. Un’ora dopo Nina si è alzata la luna incendiava già il cielo che stava per crollare da un momento all’altro esplodeva abbiamo corso la distanza che ci separava dalla prima casa di grandi e mezz’ora dopo hanno tolto Maria. Io pensavo che erano tutti contenti con noi che avevamo fatto una scoperta buona da adulti e invece ci hanno castigato sgridato e pure picchiato che infatti per i segni non potevamo neanche andare a scuola.

È da allora che io e Nina stiamo sempre insieme.

La prima volta con Nina non l’ho mai dimenticata. Eravamo a casa sua. Al piano di sotto c’era solo il padre con Adelina. Dalla finestra stavamo spiando nostra zia Adriana che stava a letto con uno che era uguale a Don Alfio ma era senza tonaca. Per me non era lui ma Nina era sicura perché ha detto che non era la prima volta che li vedeva. Lui aveva i vestiti mentre lei era nuda ma a un certo punto si è messa una busta di plastica in testa e ha cominciato a fare la pipì per terra. Nina rideva io guardavo più lei che loro perché avevo come una paura a vederli un peso sul petto che mi faceva respirare male. Nina si è accorta che la guardavo e si è avvicinata continuando a fissare zia Adriana. Più era vicina più quel peso che sentivo diventava forte ma era anche bello era come un dolore che non faceva tanto male. A un certo punto si è girata verso di me deve essere stato un attimo fortissimo che dura all’infinito e allora mi ha preso la mano. Io l’ho lasciata fare poi mi ha cominciato ad abbracciare. Nina era davvero bella e mentre lo pensavo mi ha passato le mani su tutta la schiena e allora quel peso che avevo si è come sciolto in un bruciore sotto la pancia nello stomaco che si muoveva sopra e sotto dentro e sotto si muoveva bene. Nina mi accarezzava i seni e mi dava dei baci sul collo poi mi ha detto che ero bella e che le piacevo un sacco e a quel punto ci siamo baciate sulla bocca muovendo forte la testa e ci toccavamo dappertutto e ci stringevamo molto. Nina mi accarezzava la testa e poi mi ha tirato i capelli e mi ha morso un labbro mi ha fatto male e mi sono arrabbiata ma lei ha detto che era solo per provare che forse era più bello. A un certo punto abbiamo sentito la mamma di Nina che entrava in casa e dopo un po’ ha cominciato a gridare ce l’aveva col padre gridava fortissimo e gli tirava tutto litigavano di brutto ma il padre non diceva niente. Nina ha detto che era strano che non parlava e allora voleva andare a vedere. Siamo scese ma ci siamo nascoste in un ripostiglio sulle scale. La mamma piangeva faceva davvero casino aveva in braccio Adelina e l’accarezzava dietro. Lui provava ad avvicinarsi e allora la mamma impazziva, tirava qualsiasi cosa trovava, mancava solo la bambina. Quando ha tirato un posacenere pesantissimo che è andato contro la tv e ha spaccato tutto, Adelina ha cominciato a urlare e noi ci siamo spaventate. Allora ho preso Nina per mano e ci siamo abbracciate e baciate e le mi ha detto ti amo ancora più di prima e abbiamo ricominciato come in camera mentre la zia ha cacciato di casa lo zio e pure dalla finestra gli tirava le cose.

La sera della finale dei mondiali tutto il paese era ai Cerchi. I genitori hanno organizzato come una grande festa con le salsicce e la brace e tante cose da bere. C’erano tutti i nostri amici e le nostre amiche. Era da un po’ che non capitava più niente e infatti ora qualche grande era più tranquillo perché pensava che tutto era passato come se non era mai successo niente. Quella sera c’erano anche Benito e i suoi amici che ogni volta che vedevano me e Nina facevano un risucchio con la bocca tipo un bacio strozzato per prenderci in giro e per tutto il tempo sono stati vicini a noi bambini che eravamo in disparte perché la partita non ci piaceva. Benito stava sempre insieme a Orlando, il fratello di Nina, erano i capi del loro gruppo, i più forti e rispettati. Quella sera i Cerchi erano silenziosissimi, si sentivano solo le radioline e le urla dei tifosi, erano tutti attentissimi ma a un certo momento abbiamo visto Orlando e Benito che se ne andavano correndo, inseguivano Graziella ma nessuno ci ha fatto caso. Nina si è alzata per seguirli, io non avevo voglia ma siamo andate lo stesso. Orlando e Benito correvano troppo per noi e infatti li abbiamo persi e siamo tornate indietro. La partita era finita ma i grandi erano preoccupati perché non trovavano Graziella. Ci siamo messi a cercarla finché qualche genitore ha detto che noi piccoli dovevamo tornare a casa. Graziella non l’hanno mai trovata e la mamma è impazzita.

Noi pensiamo che Orlando e Benito sanno cosa sta succedendo ai nostri amici, ma per ora non possiamo parlare ai nostri genitori perché tanto danno la colpa a noi e ci picchiano. L’idea di quello che faremo è venuta a me, ho convinto Nina. Ieri abbiamo chiesto a Orlando e Benito se possiamo andare con loro ai Cerchi. Facciamo che vado prima io e dico che lei non c’è, poi quando loro cominciano esce Nina. Per questo abbiamo rubato a casa un coltellino svizzero e una chiave inglese di mio padre. Quando siamo sicuri di quello che sanno o quello che fanno li uccidiamo poi scappiamo e scriviamo una lettera anonima a tutti i grandi del paese. A quel punto però non possiamo più tornare. Nina vorrebbe rimanere nascosta tutto il tempo. Ma io ho pensato che sarebbe bello andare a Roma da mio fratello Adolfo. Mi piace l’idea di andare da lui che se vuole possiamo aiutarlo a fare come la Russia la rivoluzione in cambio di niente.

In cambio di un posto dove io e Nina possiamo stare insieme per sempre.

Qui non vogliamo più restare.

EL MÁGICO, CHE SKIPPAVA THE LIGHT FANDANGO

E quindi niente: tiravano le corde delle chitarre, annodavano le nacchere al dito, schiarivano la voce, e poi skippavano the light fandango.

Io chiedo solo, a Di-i-i-i-i-i-i-ooooooooo
la salute, prima che il denaro
anche se potrò sembra-a-a-a-a-a-rgli-i-i-i-i
una specie di mendica-a-a-a-a-a-nte-e-e-e-e-e-e-e
che elemo-o-ò-o-si-i-i-na-a-a-a
un tozzo di pà-a-a-a-a-an-e-e-e-e.

Sai quand’è che smetti di skippare the light fandango? Non quando diventi vecchio, ma cosa c’entra!, skippi the light fandango anche se c’hai ottant’anni: smetti di skippare the light fandango quando dimentichi come si fa.

Jorge Alberto González Barillas era una mezza sorta di skippatore di light fandango patentato, uno che ce lo aveva nei cromosomi e se l’è sempre ricordato bene, come fare a non dimenticare: chiudeva gl’occhi e si godeva l’estasi del momento. Perché poi è questo che significa, skippare the light fandango.

Allo stesso modo José Monge Cruz, ogni riccio un capriccio ed ogni capriccio uno spruzzo di porpora, cespuglio rubescente su pellame opalescente, ricurvo, coi baffi biforcuti che sembrava un gamberone oceanico, uno di quelli che li peschi a largo dell’isola e gli strappi la testa a morsi.

José Monge, che solo pronunciarne il nome è tutt’un fiorire di ricordi di Paco de Lucia, Tomatine, Yo soy gitano, era il nome di battesimo di Camarón de la Isla, il più grande cantante di flamenco che la storia ispanica ricordi. Il gorgoglìo di prima è suo, per dire.

Quando Camarón e Jorge Alberto González Barillas s’aggiravano per le viuzze gaditane spazzate dallo scirocco che se non era scirocco era libeccio e se non era libeccio era mezzogiorno, ecco, ti veniva facile credere che Dio fosse riccioluto, profumoso di piriñaca ed avesse un gemello.

Dio, uno e bino, abitava a Cadice, verso la fine degli anni Ottanta, gorgheggiava nelle taverne con la voce di uno e trotterellava pei campi di calcio indossando le scarpette dell’altro.

Jorge Alberto González Barillas, per tutti, è sempre stato El Mágico, e lo chiameremo così anche noi, d’ora in poi. Sai cosa?: vàttene a El Salvador e chiedi alla gente per strada che ne pensa, del Mágico. Ti diranno che è uno dei valori culturali di base d’ogni buon salvadoregno, insieme alle pupusas, alle gemme di loroco, ai ‘fanculo gridati forte contro gl’honduregni.

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ZUCCHERO

Metà del mondo se lo è dimenticato, ma la verità è che noi e gli insetti siamo legati in un modo indissolubile. Soprattutto per quanto riguarda il lato alimentare. Per migliaia di anni li abbiamo mangiati, e non solo. Non ci siamo fermati alla superficialità dell’ingoio, li abbiamo anche trovati gustosi, nutrienti, in qualche modo sani, dolci. L’uomo non sapeva ancora parlare se non a gesti e a grugniti, si accoppiava senza provare nessun tipo di piacere, il concetto stesso di piacere era una cosa nebbiosa e fluida che arrancava tra un fuoco che scoppietta all’improvviso e una stagione buona, piena di sole, che già avevamo ricacciato il carattere schizzinoso dell’uomo di oggi dietro all’inevitabilità della sopravvivenza.

Io ci faccio caso perché l’ho imparato ma è provato e riprovato che la carne che oggi troviamo più dolce, più succulenta, proviene da quegli animali che si cibano di insetti. Lo ripeto perché lo teniate a mente e non ve lo dimentichiate: l’insetto è dolce.

***

Le zucchine sono ancora crude. E dire che sono sul fuoco da un quarto d’ora e secondo me il fatto che debbano perdere acqua assomiglia a una leggenda inventata da una casalinga annoiata in cerca di successi culinari. Le guardo rosolare insieme alla cipolla che ormai è diventata completamente nera, ma mi continuo a ripetere “ben colorata” semplicemente per il fatto che quello che sto cucinando lo devo mangiare io e nessun altro.

Può sembrare stupido ma ho iniziato a cucinare dopo aver letto qualche libro di Murakami Haruki. A volte le trame non mi convincevano e ho sempre avuto qualcosa da ridire sulla rigidità di certi passaggi o sulla testardaggine dei protagonisti, ma una cosa bisogna dirla: quando i personaggi dei suoi libri si mettono a cucinare, l’ordine giapponese del cibo, pietanze con nomi strani che diventano in un colpo solo facili da preparare e anche buone, il silenzio di una piccola cucina affacciata su una luminosa strada di Tokyo, sono raccontate in un modo che riesce a fare ordine anche dentro di me, teorizzano le ansie, le decodificano, le categorizzano. Quando Murakami cucina mi mette dentro una tranquillità e una serenità difficile da descrivere.

Farlo col cibo italiano è simile, ma meno soddisfacente: nulla di nuovo nei sapori (il massimo che puoi fare è tendere al gusto del pranzo che ti faceva tua nonna, non di più), ed è per questo che al ristorante giapponese sotto casa prendi uguale tutte le volte la mini insalata di alghe che costa 3 euro e ti fa schifo solo per avere in bocca un sapore nuovo, che non riesci a decifrare.

L’ultima volta che sono stato invitato a cena sono stato anche costretto a cucinare. Lo accetto di buon grado, anche se so benissimo che non è perché sia più bravo degli altri (il mio piatto forte è e rimarrà per sempre gli spaghetti aglio olio e peperoncino), è che credono di farmi contento facendomi sentire in qualche modo più attento di loro a certe cose. Ho appoggiato le due bottiglie di vino economico ma gradevole che ho comprato al supermercato giusto cinque minuti prima che chiudesse sopra il tavolo di formica di casa di Giulia e sono andato a lavarmi le mani. Fare la spesa la sera tardi, di fretta, mi piace, mi fa sentire metropolitano, pieno di impegni inderogabili, anche se il più delle volte il pomeriggio ho bighellonato come un deficiente tra internet, libri di cucina e il cellulare.

Mi sono messo a cucinare alla fine, e come al solito è andato tutto liscio.

Mentre alla fine mangiavano tutti di gusto, ho tirato fuori la storia degli insetti.

Marco, Giulia e Claudia mi hanno guardato storto, Filippo ha fatto finta di non sentire e solo Stefano, mi pare, si è mostrato leggermente interessato alla storia.

Ora, parliamo chiaramente. Gli insetti hanno un sapore dolce perché l’ho sentito dire e perché ci voglio credere ma comunque non ne assaggerei mai uno di mia spontanea volontà.

***

Domenica mattina il telefono ha squillato che ero ancora a letto. Di solito non mi disturba, non sono uno che si lascia svegliare di soprassalto, è tipo una virtù, secondo me, il fatto di mantenere il controllo in ogni situazione.

In camera era buio, quindi rispondo senza riuscire a vedere chi stesse chiamando.

«Pronto,» rispondo cercando di dissimulare e confondere la voce infernale in cui ho riconosciuto la mia.

Non ci riesco, a quanto pare.

«Dormivi,» esordisce lui con un tono abbastanza duro, col tono in cui ti chiamerebbe tua madre o il tuo datore di lavoro che stai facendo aspettare in ufficio.

Io mi metto subito sulla difensiva, ma ho la netta sensazione che sarebbe meglio troncare subito la conversazione.

«No no macché, mi sono appena alzato. Ciao Stefano, dimmi».

«Mi hai mentito».

«Scusami?» faccio io ormai completamente sveglio.

«Sì, su quella storia degli insetti».

«Cioè?»

«Non sono dolci come dicevi».

«E che ne sai? Non ne avrai mica assaggiato uno?»

Ma Stefano ormai non risponde più. Attacco il telefono cercando di vestirmi e di darmi una raddrizzata più in fretta possibile e durante il caffè che bolle, l’acqua del lavandino che scorre, un’ingrata erezione mattutina che mi preme dalle mutande sul pigiama, cerco di chiamare Giulia per avvertirla che il suo fidanzato è impazzito, ma invano, il suo cellulare, testuali parole, potrebbe essere spento o irraggiungibile. Alla fine, con l’ansia che mi monta dentro lenta ma inesorabile come la preparazione di un’anatra alla pechinese (ci vogliono due giorni, e il risultato di solito è assolutamente insoddisfacente) mi butto nella selva delle strade con la luce del sole che ancora mi irrita gli occhi a prendere degli autobus che mi porteranno dall’altra parte della città, a casa di Stefano.

***

Per fortuna becco subito Giulia fuori dalla portone del palazzo dove Stefano abita.

«Ciao Andrea!» fa lei sorridendo, «ho visto che hai chiamato».

«Sì, ciao Giulia, sai che fine ha fatto Stefano?»

«Lo sto andando a prendere che stamattina abbiamo un Brunch».

Io adoro il Brunch. Specialmente la domenica, anche se secondo me sarebbe il pasto perfetto per pranzi e cene noiose, merende in piedi, colazioni dolci, colazioni salate, colazioni americane inglesi italiane della mulino bianco o coi cereali del discount.

Il Brunch è il pasto perfetto.

Sbigottito chiedo a Giulia

«Da quand’è che andate ai Brunch senza di me?»

«Mannò,» fa Giulia, «è una cosa tra noi, e abbiamo scoperto questo posto solo da un paio di settimane».

Mi tranquillizzo e chiedo:

«Saliamo a salutarlo?»

Per tutta risposta Giulia si volta e attraversiamo il portone del condominio, poi il cortile interno, poi la scala B e infine il quinto piano. Per fortuna Giulia è una sportiva e decide di emanciparmi dall’imbarazzo di una lunga e silenziosa salita in ascensore. Io arrivo davanti alla porta dell’appartamento di Stefano col fiatone, Giulia no.

Mentre lei prima suona il campanello, poi bussa, poi all’assenza di risposte inizia a cercare le chiavi di casa, io ancora respirando affannosamente inizio a toccarmi la pancia, e penso che devo essere ingrassato almeno almeno cinque chili dall’ultima volta che mi sono pesato, cosa che deve essere successa intorno ai quindici anni, mi pare.

Per fortuna Giulia trova le chiavi e mi salva da questa cosa del dover saggiare la mollezza del mio fisico, infila la chiave nella serratura ma si blocca un attimo prima di girarla perché entrambi sentiamo un veloce rumore di passi sulle scale che vengono verso di noi.

Dalla voce lo riconosco subito, è l’unico maschio eterosessuale che conosco ad avere un tono di voce così alto. È Filippo, che ancora prima di alzare lo sguardo e vederci fa:

«Pronti per il Brunch?»

Giulia sbianca e cerca in tutti i modi di non guardarmi, il sorriso di Filippo che deve aver avuto mentre saliva le scale scompare all’istante dalla sua spigolosa faccia del cazzo e senza che io avverta il minimo segno di affaticamento si ferma davanti a noi. Giulia si è cristallizzata sulla porta, con la chiave mezza dentro.

«Ah, ciao Andrea,» fa Filippo abbozzando un sorriso.

«Ciao,» faccio io, cercando nella mia testa l’espressione più falsa che riesca a fare. La trovo, i muscoli della faccia si muovono e si contraggono, gli occhi si aprono di scatto.

Filippo capisce ma per fortuna allo scatto della serratura mossa dalle chiavi di Giulia entrambi ci voltiamo per entrare nell’appartamento.

***

Troviamo Stefano seduto sul tavolo della cucina. Assolutamente composto, quasi rigido, con i palmi della mani appoggiati sulle cosce. Ha gli occhi aperti e guarda dritto davanti a sé. Non mi pare che si sia accorto di noi.

Giulia corre verso di lui e gli mette una mano sulla spalla e dice:

« Sté, che c’hai?»

Ma lui non risponde, nemmeno quando lei si mette ad accarezzargli i lunghi capelli biondi, spostandoglieli dietro l’orecchio. Anche Filippo si avvicina e si siede dall’altra parte del tavolo, proprio di fronte a Stefano e cerca di guardarlo negli occhi, assumendo la stessa posizione. Ma lo sguardo di Stefano sembra oltrepassare l’esigua corporalità di Filippo, sembra letteralmente attraversarlo. Poi con la sua voce stridula dice:

«Oh! Amico mio! Tutt’apposto??»

Lo dice con un tono forzatamente preoccupato che se si stesse rivolgendo a me farei abbattere su di lui tutta una vita di ingiustizie e battute subdole mandate giù ed ingoiate come insetti, senza masticare ma solo percependo esattamente il movimento delle zampette di una blatta sopra la lingua, con le lunghe antenne che mi sfiorano il palato provocando una piccola sensazione di solletico interno, non piacevole ma nemmeno spiacevole. Cazzate deglutite rifugiandomi nell’incosciente speranza corrosiva dei miei succhi gastrici, che sappiano riconoscere almeno loro il nutrimento e dividerlo dallo schifo, visto che io non ne sono capace. Non sono bocconi amari questi. Se uno avesse il coraggio di porre fine alla vita dell’insetto nel buio del cavo orale, serrando le mascelle, avvalendosi della forza esplosiva dei molari, il sapore delle cose sarebbe diverso. Se uno potesse impastare con la lingua quella carne e quei succhi con un sapore allucinante sconosciuto in qualche modo riservato a pochi quindi mistico, al limite dell’esoterico, la consapevolezza del cibo, del gusto, cambierebbe definitivamente.

Guardo Stefano, mi avvicino anche io. Con tranquillità gli metto una mano sopra la coscia e in modo chiaro e dolce gli dico

«Ingoia, amico mio. Ingoia».

Lui si gira, mi guarda con gli occhi spaventati. Io annuisco con la testa, tra lo sbigottimento di Giulia e Filippo. Stefano serra gli occhi e il suo viso assume l’espressione di uno stitico sulla tazza del cesso, riconoscendo la durezza, l’inevitabilità e l’inutilità di quello sforzo. Il pomo d’adamo di Stefano va su e giù, si sente il classico rumore di qualcosa che ormai è sceso giù per l’esofago.

Il citofono squilla, devono essere gli altri credo, staranno facendo tutti ritardo a causa mia. Ora Stefano si è rilassato, la sua postura è meno rigida e sta iniziando a sudare, ma penso che sia solo a causa del lungo incordare i muscoli. Sembra molto stanco.

Stefano e Giulia scompaiono in bagno, Filippo nemmeno mi guarda. Decido di salutarlo con una pacca sulle spalle che ormai non me ne frega più un cazzo delle loro uscite la domenica mattina, che mi sa che all’improvviso sono tornato dall’altra parte del mondo e ho smesso di mangiare insetti. Me ne esco dall’appartamento e decido di tornare a casa a piedi. Nel tragitto decido di fermarmi a mangiare in una trattoria, che ormai s’è fatta ora di pranzo e di iscrivermi a un corso di aerobica.

 

Matteo Trevisani

Strade bianche

Strade bianche (Marsilio, 2010)

di Enrico Remmert

Non leggeremo l’orologio, decideremo noi le ore, le rotaie finiranno ma noi non saliremo mai lì sopra, andremo al museo e toccheremo il sedere alle statue, cammineremo sulle palpebre del mondo, aspetteremo al crepuscolo gli uccelli che gridano sillabe, ci vestiremo come due sacerdoti insaziabilmente belli, decifreremo le cose, e se non ci piacerà ci tapperemo le orecchie con il chewing gum, vedremo Dio in tv, scriveremo poesie indelebili, ci metteremo il sale sulle ciglia per rimanere sempre marinai, saremo assetati ed esultanti, per sempre, e ogni notte – le notti avranno un cielo bianchissimo con piccoli puntini blu – prima di addormentarmi mi sussurrerai: tu sei di tutti il migliore e di tutti il peggiore.

Manu, Vittorio e Francesca: sono tre i protagonisti di questo romanzo picaresco e “on the road” di Enrico Remmert. Il loro viaggio – che è un viaggio non solo puramente fisico ma anche dell’anima – parte da Torino e termina a Bari. Sono a bordo di una Fiat Punto dai doppi comandi detta “la Baronessa” – Manu insegna presso la scuola guida di suo padre – con un violoncello, un dipinto di Keith Haring sottratto al violento partner di Manu (il dj Ivan, pronto a fare di tutto per recuperarlo) e pochissimi soldi in tasca. Vittorio torna a Bari: lo fa solo per lavoro. Ha un contratto a tempo determinato per riuscire a realizzare i suoi desideri: lavorare come violoncellista. Manu sta scappando dalla sua vita torinese. Non le importa la meta. Le importa mettere distanza tra se stessa e tutti i suoi problemi. Eppure – per quanto ci si possa mettere spazio – i problemi non l’abbandoneranno, anzi, la seguiranno durante tutto il viaggio. Francesca parte per accompagnare Vittorio. È la sua compagna. La sua intenzione è utilizzare il viaggio per interrompere la loro relazione, per comunicare a Vittorio che lei non sa più se lo ama e – anche se lo amasse – che ha una nuova relazione con Luca, il veterinario per cui lavora.

La narrazione è round robin. Come Remmert anticipa «di ogni racconto ci sono tre versioni: la tua, la mia e la verità». Ognuno ha il suo punto di vista sul mondo, sulle situazioni rocambolesche che affrontano lungo la strada. Vittorio è totalmente immerso nella sua fobia quasi ipocondriaca, Francesca continua a tormentarsi perché lo ha tradito e non sa come comunicarglielo, Manu è l’emblema stesso della vitalità: è vulcanica, impulsiva e innesca complesse reazioni a catena che si ripercuoteranno sul gruppo.

Dopo un lungo periodo di silenzio Enrico Remmert torna felicemente con un romanzo armonioso, corale, intenso, un romanzo che ci spinge al viaggio, al sogno, alla ricerca della giusta traiettoria da percorrere per vivere la nostra vita. Non è importante la meta (le mete sono mobili come l’orizzonte), è il viaggio quello che conta. Il presente è imprevedibile e ogni attimo va assaporato con cura. Il futuro è tutto completamente da inventare.

Ripensi alla notte scorsa, ma non ti ricordi quasi più nulla, pensi che tua madre ripeteva sempre che uno dei tre segreti per essere felici è avere la memoria corta, pensi che gli altri due li hai dimenticati.

Serena Adesso

«Línfera»: intervista a Luca Morricone e Francesco Lioce

«Línfera» è una fucina letteraria, un movimento che prende corpo da molti appassionati e alla fine abbiamo avuto il piacere di parlare con le menti pensanti di questo cuore pulsante. Luca Morricone e Francesco Lioce ci raccontano la loro storia.

Come nasce «Línfera»? Da quali esigenze?

L.M.: Prima di tutto dalla volontà, quella di costruire. Poi ci sono le coincidenze…

F.L.: Certo le coincidenze sono indispensabili: «Línfera» nasce come un incontro spontaneo ma necessitato di caratteri e persone. E questo, bene inteso, al di là degli steccati cronologici e di quelli generazionali.

L.M.: Era il marzo del 2004. Ci siamo incontrati frequentando i corsi di scrittura creativa all’Università di Roma Tre, quelli organizzati nella “zona franca” di Sergio Campailla. Ma non eravamo solo ragazzi…

F.L.: C’era gente di tutte l’età…

L.M.: E infatti la redazione è ancora oggi composta da persone di età molto differenti. Io e Francesco siamo i più giovani, poi c’è Roberto Raieli e naturalmente vengono Marzia Spinelli e Antonietta Tiberia. Capirai che le esigenze per ognuno di noi, in realtà, sono state diverse.

F.L.: Poi abbiamo cominciato a vederci fuori dall’Università. Anzitutto al Cafè Notegen di via del Babbuino. Poi, con il passare del tempo, un po’ per un motivo, un po’ per un altro, ci siamo decisi a frequentare anche gli altri luoghi d’incontro della società letteraria romana.

L.M.: Sì, ma questo è successo dopo. Dopo il 2006. Solo quando «Línfera» era già una realtà. Prima della rivista ci sono state tante riunioni, ci sono stati tanti scontri, perché infatti il dialogo lo si trova spesso solo passando attraverso lo scontro, e noi, come ti dicevo, avevamo voglia di costruire qualcosa, qualcosa per noi stessi, ma anche per dare un senso alla nostra dimensione sociale di uomini fra gli uomini.

Cosa vuol dire «Línfera»?

F.L.: Io qua ripeterei quanto ha scritto Marzia Spinelli in proposito: «È la linfa che era e che continua a essere. […] Il liquido linfa che era è ancora; circola perché è in movimento, un’ondata e un ritorno dal e col passato, un dialogo dinamico tra le epoche».

L.M.: Insomma, è un gioco di parole che aveva proposto inizialmente Roberto Raieli, mentre seduti a un tavolino del Notegen ci mostrava alcune fotocopie di «Lacerba».

F.L.: In ogni caso, però, è anche giusto dire che il nome dentro di noi si è chiarito con il tempo, quando abbiamo iniziato a operare attivamente e a fare effettivamente letteratura; parlandone con Maria Luisa Spaziani, Walter Pedullà e con Elio Pecora. Poi le cose che avevamo in testa le hanno capite e ampliate via via anche i nostri collaboratori. Penso a Fabio Pierangeli, a Salvatore Martino e a Donato Di Stasi.

L.M.: Sì, ma al fondo dobbiamo prima di tutto ricordare un bisogno spontaneo di emersione dal basso, come era in basso quella saletta del Notegen dove ci si incontrava e che noi chiamavamo “la sala infera”.

Cosa vi appartiene e cosa rifiutate?

F.L.: Credo che in questi anni, spesso al di là dei nostri interessi e delle nostre consapevolezze, la rivista si sia caratterizzata per la capacità di accogliere e ospitare un po’ tutte le voci dell’attuale società letteraria. Lo so che è un gioco pericoloso, ma si tratta di un pericolo necessario. Scegliere poetiche o autori da pubblicare a monte è qualcosa di troppo castrante, e mi sa di troppa partigianeria. La vita letteraria non può essere chiusa dentro argini ben definiti. La nostra rivista è in realtà lo specchio fedele dell’epoca che nel bene e nel male stiamo vivendo.

L.M.: Già, la volontà sarebbe proprio questa. Riuscire a dare uno specchio davvero fedele e comprensivo di tutto ciò che alimenta le nostre esistenze, al di là anche della letteratura, al di là di qualsiasi nicchia. Ma per fare questi passi ulteriori c’è bisogno di sconfinare, di passare da un’idea di letteratura idealizzata e astratta a un uso politico della parola, un uso più concreto e più responsabile, dalla letteratura fino alla politica. Ed è proprio questo passo il più difficile, il più aperto verso gli altri, che sta ormai motivando le nostre scelte verso una direzione ben precisa.

F.L.: Oltre che come rivista, «Línfera» nasce come movimento. E anche i movimenti letterari, quelli che vanno rispettati, hanno come finalità ultima la meta politica. La nostra direzione è cresciuta numero dopo numero, evento dopo evento. È sufficiente leggere alcuni articoli per capire quanto la nostra direzione sia sempre di più una direzione politica. Parlando con noi, Franco Ferrarotti e Antonio Debenedetti hanno detto cose che altrove non si possono più dire. Per non parlare di Piergiorgio Welby, di cui «Línfera», da subito, ha messo in risalto l’eccezionalità della figura: Ocean Terminal è un’opera tanto letteraria quanto politica.

Una grande figura è sempre presente su «Línfera», Piergiorgio Welby. Ce ne parlate?

L.M.: Come non parlarne. Piergiorgio Welby è stato per noi la coincidenza fra tutte le coincidenze. L’incontro che sembra destinato. Francesco, per dirla tutta, è il nipote di Welby, ma è stato anche l’amico e, se vogliamo, l’allievo di Piero. Insomma, mi ricordo di quando Francesco ci ha proposto di pubblicare gli scritti più creativi dello zio, di quando ci ha svelato il segreto e ci ha raccontato del narratore, del poeta, del pittore Welby. Mi ricordo di quando Francesco mi ha portato il plico di fogli scritti al computer da Piero, dove c’erano parti stampate in blu, altre in nero, altre in rosso. Un malloppo di testi in costruzione, ma straordinari. Piergiorgio era ancora vivo, sarebbe morto qualche mese dopo. Francesco fece in tempo a portargli a casa il numero 1 di «Línfera». Piergiorgio ne fu molto contento. Siamo stati i primi a pubblicare i brani di Ocean Terminal e siamo stati quelli che hanno reso possibile la pubblicazione del suo romanzo con un editore importante come Castelvecchi.

Aprendo «lìnfera» per la prima volta cosa si scopre?

F.L.: Che c’è un’aria diversa. Che si respirano le motivazioni di una nuova spinta generazionale. Tutti si sono sempre affannati a chiedersi: «Ma “Línfera” è di destra o di sinistra?». E invece noi ci collochiamo dalla parte della vita, ci interessa il merito, ci interessa costruire. Non importa stare da una parte o da un’altra, scrivere vuol dire responsabilizzarsi, trovare un ruolo all’interno della collettività e imparare a svolgerlo nel migliore dei modi. Nella sua sostanza più profonda, «Línfera» è contro gli egoismi. Non importa che io faccia qualcosa per me, è importante fare insieme le cose per tutti.

Come si stabiliscono i contenuti dei vari numeri?

L.M.: Cercando la spontaneità. Rispondendo agli stimoli che arrivano dall’esterno, dagli eventi che produciamo, dalla nostra osservazione del mondo, a partire da quanto ci è più vicino, provando a guardare oltre, seguendo i collegamenti delle cose.

A chi date voce?

L.M.: Prima parlavamo del merito. È chiaro, non è qualcosa che si può pesare con la bilancia. Ma c’è dell’altro. Qualcosa comunque di tangibile…

F.L.: Qualcosa che ci faccia dire: «Questo qui può correre con noi, può essere funzionale agli obiettivi del movimento, può andare incontro alla vita».

Avete istituito anche un premio di poesia. Come sta andando?

L.M.: Bene. Siamo molto soddisfatti. Il Premio, che si chiama “Quaderni di línfera”, ha prodotto una collana di poesia, grazie anche al sostegno dell’editore Progetto Cultura. Una collana che volevamo diversa. E volevamo un Premio pulito. E così è stato. Volevamo riuscire a creare uno spazio meritocratico. E lo dimostra il caso di Francesco Onìrige, il vincitore della prima edizione, che da perfetto sconosciuto, da esordiente, ha vinto con noi, ha pubblicato nella nostra collana, e con lo stesso libro, Macerie, è poi arrivato finalista al Premio Luzi e al Premio Laurentum, facendosi strada di fatto in una società letteraria altrimenti chiusa e troppo spesso clientelare.

Un ricordo indelebile della vostra avventura.

L.M.: Ce ne sono tanti. Ci sono tanti momenti importanti. Tanti obiettivi raggiunti: la prima volta in pubblico, la prima volta alla radio, la prima volta in televisione. E poi tanti piccoli aneddoti, che sembrano irrilevanti, ma che contribuiscono a fare la storia della letteratura, come mangiare la pizza con la Spaziani, entrare nella stanza vuota di Piergiorgio Welby, raggiungere Milano in treno per incontrare Guido Oldani.

Un invito a leggere «Línfera».

F.L.: Prima che alla scrittura e alla lettura, «Línfera» invita alla partecipazione.

 

Intervista a cura di Alex Pietrogiacomi

Guerra: una raffinata forma di masochismo

Le sole persone di buon senso che incontriamo

sono quelle che condividono le nostre opinioni.

La Rochefoucauld

 

Mi riesce un po’ difficile convincermi che tutti

possano aderire al mio punto di vista, che si

trovino tutti sulla mia lunghezza d’onda, con

tanta compattezza, senza che qualcuno dissenta.

Fabrizio De André

 

Solo in due casi penso che una persona sia

cretina: quando non mi capisce o quando

mi capisce perfettamente. Io, ormai, non

cerco neanche più di capirmi.

Antonio Romano


Il concetto del doppio ha sempre affascinato l’umanità. Il doppio è la chance, l’ipotesi, l’alternativa (per Rank sei frocio, ma questo è un’altra questione): bianco o nero, alto o basso, vero o falso. Questi – che a prima vista possono sembrare degli opposti – sono dei clamorosi doppi. Il fatto che se non è bianco è nero, implica che l’oggetto in questione abbia la potenzialità intrinseca d’essere sia bianco che nero, cioè di poter modificare la propria colorazione senza cambiare la propria identità. Questa è doppiezza.

Il fatto che i miei calzini siano neri anziché bianchi non esclude che possano essere bianchi anziché neri, ma sempre calzini restano. Questa è doppiezza. Il fatto che un uomo dica una verità anziché una menzogna non esclude che possa dire una menzogna anziché una verità, ma sempre lo stesso uomo è. Questa è doppiezza. O meglio è la scelta, o la chance o l’ipotesi o l’alternativa che ci permette di mentire o di dire la verità oppure di cambiare calzini a seconda dei pantaloni.

Il concetto del doppio si è espresso per secoli anche sotto forme impensabili. Per esempio, una forma del doppio è l’antinomia. Il fatto che una frase possa contraddire se stessa è l’espressione della doppiezza del discorso. Il discorso dovrebbe servire a comunicare, ma, se finge di comunicare, la comunicazione va a farsi benedire. Se una frase si contraddice – e si dimostra non vera – diventa inutile. Una celebre antinomia della scuola megarica è la semplicissima frase: «Sto mentendo». Un attimo! Che vuol dire «Sto mentendo»? Evidentemente che sto mentendo sul mentire. Allora dico il vero? No, se ho detto che sto mentendo.

È interessante questa antinomia visto che, sotto le mentite spoglie della comunicazione, nasconde l’incomunicabilità (dovrei forse rammentare Lacan, che spiega il dramma del disavanzo fra desiderio e parola: ma non mi va di alzarmi a cercare in libreria). Questa frase non porta a termine il suo compito – la comunicazione – perché non serve a comunicare alcunché; ha lo stesso valore della domanda «Di che colore era il cavallo bianco di Napoleone?»: il vero significato, l’essenza e la funzione della domanda vengono annullate e vanificate in quanto la domanda si risponde da sola. È incomunicativa, inutile. E anche in questo c’è doppiezza: in una domanda che è contemporaneamente risposta.

Un’altra antinomia, stavolta dei logici medievali, è: «Socrate dice: “Platone dice sempre il falso”, Platone dice: “Socrate dice sempre il vero”. Chi mente dei due?». Anche qui c’è doppiezza, visto che sia Socrate che Platone sono contemporaneamente bugiardi e sinceri.

Un caso interessante – e forse illuminante a proposito di questa tematica – ce lo dona il popolo dei Maya. Questo popolo straordinario, su cui ancora molto deve essere scoperto e detto, riuscì a sincronizzare il calendario solare con quello lunare creando un nuovo calendario di 364 giorni (il 365° avanzante fu dedicato alla Festa del Tempo: momento in cui i Maya si divertivano sfrenatamente. Tale giorno non veniva neanche computato, come se non fosse mai esistito… tipo Una notte da leoni); questa sincronizzazione potrebbe essere facilmente interpretata come il sintomo d’un’ossessione (non per nulla i Maya sono anche chiamati “Maniaci del Tempo”) oppure, meno facilmente e più costruttivamente, come il desiderio profondo d’annientare la doppiezza; scandire il tempo secondo il sole o secondo la luna è un caso eclatante di doppiezza. I Maya avranno così voluto cancellarlo. Sempre i Maya, in questo campo, offrono un secondo spunto di riflessione. Quando si salutavano usavano una formula che recitava: «In lak’ech», io sono un altro te stesso. Questo popolo doveva aver intuito che l’umanità soffre di doppiezza nei termini di “io” e di “altri”; teoricamente si potrebbe azzardare che avessero anticipato ideologie politiche come il comunismo prevedendo un abbattimento dei ruoli psico-antropologici; sempre teoricamente si potrebbe azzardare che abbiano abbattuto i presupposti per la lotta sociale, per le faide, per la rivalità e per l’invidia (difficile pensare che per un Maya sarebbero valsi gli ultimi due gradi della gerarchia dei bisogni di Maslow): anche in questo caso sembra quasi che abbiano voluto eliminare la doppiezza della società, le differenze fra “io” e gli “altri”. Però, cosa avrebbe risposto un Maya alla domanda: «Preferisci te o me?». Probabilmente non avrebbe saputo rispondere, se è vero che “io sono un altro te stesso” (si pensi alla coincidenza nell’etimo della parola “persona”). Fortunatamente a queste antinomiche doppiezze linguistiche pose una regola (dunque un limite) Russell, stabilendo che le proposizioni non devono essere autoreferenziali. Intendiamoci: Russell non ha eliminato le doppiezze del discorso, le ha solo arginate. Le doppiezze, cioè gli opposti all’interno di uno stesso soggetto o oggetto, implicano l’armonia; gli opposti che convivono sono, a loro modo, armonici. Ma l’armonia non è sempre positiva. Armonia, che ha la stessa radice di arma, comporta appiattimenti, e tutti gli appiattimenti comportano repressione (non soluzione) delle differenze e dei problemi. L’armonia è solo il paravento dietro cui combattono gli opposti. Tale “guerra” (bisogna giustamente intendere questa parola, senza vizi d’interpretazione) per Eraclito è il fulcro stesso dell’esistenza. Dico che bisogna giustamente interpretarla perché, attraverso i millenni, certe parole hanno perso via via il loro autentico significato e si sono dovute avvalere di vari aggettivi (guerra d’offesa, guerra di difesa, guerra preventiva, guerra intelligente, guerra espansionistica, guerriglia).

Biante di Priene, uno dei Sette Savi, diceva che il più pericoloso degli animali selvatici era il tiranno e di quelli domestici l’adulatore. Hobbes, invece, disse: «Le due virtù cardinali in guerra sono la forza e la frode». Il tiranno e l’adulatore, che per Biante erano animali pericolosi, si sono trasformati nelle due virtù cardinali della guerra per Hobbes: la forza e la frode.

Hobbes, si sa, non era un campione di pacifismo (non per nulla è sua la teoria del «Homo homini lupus». L’espressione, in realtà, è da far risalire alla seconda parte – verso 495 – dell’Asinaria di Plauto, in cui è possibile leggere «lupus est homo homini». Altre possibili fonti potrebbero essere ricercate nel settimo capitolo, paragrafo primo, dell’Historia naturalis di Plinio e nel primo paragrafo della centotreesima delle Epistule di Seneca), ma questo la dice lunga su almeno un dato: la guerra è la parte sporca della nostra coscienza, quella che vuole prevalere sull’altro.

Igiene del mondo una sega! Se Marinetti avesse perso qualche arto in battaglia o fosse stato costretto in un letto per tutta la sua esistenza (o sulla sedia a rotelle come Evola) non avrebbe detto cose del genere. All’inizio uno dei Savi disse che la forza (ovviamente la forza “cattiva”, impersonata dal tiranno) e la frode (impersonata dall’adulatore) erano pericolose, in seguito l’empirista del ‘600 le fece diventare le virtù cardinali della guerra e, infine, il futurista tramutò la guerra in una cosa necessaria e giusta. Non vi pare che ci sia una logica ferrea in questa follia? In ogni caso la guerra non è giusta, a prescindere dagli aggettivi con cui la si voglia accoppiare.

La cosa più folle, però, è che non sono sempre gli opposti a fare guerra. Spesso e volentieri sono proprio gli omologhi a combattere fra loro. Francia, Germania e Inghilterra non hanno fatto altro per secoli e non perché diverse, ma perché troppo simili. Questo dovrebbe far riflettere: se attacchiamo una persona che ci somiglia troppo (almeno quanto si somigliano Francia, Germania e Inghilterra) significa che abbiamo gravissimi problemi con noi stessi.

 

Antonio Romano