Il senso del piombo – Liguori intervista Luca Moretti

Luca Moretti, scrittore e papà di TerraNullius, nel suo nuovo romanzo, Il senso del piombo, nelle librerie da metà maggio per i tipi di Castelvecchi, affronta una materia difficile e insidiosa: la destra eversiva degli anni Settanta e Ottanta. L’autore ci parla, attraverso una scrittura lineare e scorrevole, di quegli anni bui di attacco frontale alla borghesia e al potere, della storia romanzata del Tenente, alias Carlos Reutemann, la sigla che nel romanzo è il nome multiplo usato per rivendicare le azioni della Gioventù Nazional-Rivoluzionaria, ovvero i Nar di Giusva Fioravanti, alias Carlos Reutemann.

Moretti indossa i panni del terrorista nero e immagina di raccontare a suo figlio la storia di quegli anni, di quella guerra, spiegargli il senso di tutti quei morti ammazzati, il senso di tutto quel piombo. Facciamo quattro chiacchiere con lui.

Perché hai deciso di raccontare la storia del terrorista Giusva Fioravanti?

Il senso del piombo non è solo la storia di Fioravanti e dei NAR, ma soprattutto quella dell’Italia: “un paese di frontiera tra blocchi alleati con il più grande Partito Comunista al mondo”, un paese lacerato dal piombo e dalle contraddizioni, “una bolla di vetro, una terra prona al volere del tempo in cui la neve sarebbe scesa ad ogni spinta di mano”. I personaggi si stagliano un poco straniti su questo scenario, lontani anni luce dal carnevale cui sono legate le loro vite, fin troppo vicini a una metastasi quasi divinatoria.

Carlos Reutemann: eponimo, eteronimo, ortonimo? Leggendo uno degli ultimi volantini di rivendicazione se ne trae una spiegazione efficace e il mio pensiero è andato immediatamente a Luther Blisset? Cosa pensi di questo accostamento?

La rivendicazione cui fai riferimento prende le mosse, solo idealmente, da un volantino stilato dai NAR dopo l’omicidio del Giudice Mario Amato (Totonero, ndr), che arrecava il titolo “Nar chiarimento”. In quel volantino il gruppo di Fioravanti si attribuiva l’uccisione del sostituto procuratore e prendeva le distanze, attraverso un seppuku virtuale, dai futuri utilizzi del logotipo.

In effetti va detto che i NAR, in un contesto completamente diverso, con mezzi e per fini molto lontani da quello che è stato il Luther Blisset project, ipotizzarono già sul finire degli anni Settanta la possibilità di siglare tutte le azioni “meritevoli” con un nom de plume. Quindi l’accostamento che fai è abbastanza naturale, anche se forse qualcuno, data la materia trattata, storcerà il naso.

Leggendo il tuo romanzo si evince chiaramente che hai studiato un gran numero di testi e documenti. Ci parleresti un po’ del viaggio culturale che hai fatto? C’è qualche aneddoto particolare che vuoi raccontare ai lettori del nostro blog?

Ho iniziato a scrivere questo romanzo diversi anni fa, il mio era un progetto di “Trilogia della violenza”, volevo analizzare la violenza di strada (Cani da rapina), la violenza delle istituzioni (Non mi uccise la morte) e la violenza politica. In realtà la violenza politica è stata il mio primo grande “amore” anche se poi ho partorito Il senso del piombo per ultimo. 

Per prima cosa ho fatto un viaggio sul Canale Scaricatore a Padova (allego foto per lettori increduli del vostro blog), è lì che arrestano il protagonista, è lì che cronologicamente la storia si conclude. Poi ho fatto una ricerca serrata di documenti, riviste e ritagli di giornale, leggendo più volte l’intera istruttoria sulla terribile strage avvenuta a Bologna quel maledetto due agosto. Credo che per numero di pagine l’istruttoria di Bologna sia tra le più “scritte” della storia. Poi ci sono i testi, quelli istituzionali, che tutti possiamo leggere e quelli un po’ più ricercati, da Freda alle pubblicazioni nere di Settimo Sigillo. Ecco, un aneddoto particolare potrebbero essere le diverse incursioni che, cuore rosso, ho dovuto fare in librerie nere come la pece, per rimediare libri e testimonianze “particolari”, o la mia partecipazione, silenziosa e col groppo in gola, alle commemorazioni di “Acca Larentia”. Volevo respirare quell’aria, capire in che modo in quei luoghi si materializzasse ancora oggi, come molti sostengono, il culto dei morti. Con Non mi uccise la morte avevo girato tutti i centri sociali d’Italia, le mie idee erano abbastanza manifeste, avevo paura mi riconoscessero, mi ricordo che mandai un sms a Cristiano Armati (direttore editoriale di Castelvecchi e autore di Cuori Rossi, ndr) in cui scrissi: “Se mi scoprono vendicatemi!”.

Non credi che una lettura distorta del tuo romanzo, anche dovuta alla particolare epica della narrazione, possa dare adito ad interpretazioni sbagliate ispirando pericolosi modelli o miti, in un momento storico in cui viviamo un preoccupante ritorno delle destre radicali, non solo in Italia ma in tutta Europa?

Io credo nella “particolare epica della narrazione” e credo altresì che una lettura distorta di tutti i miei libri, anche i precedenti, possa ispirare pericolosi modelli e miti: è il mio lavoro, non posso farci nulla. Un giorno mi scrisse un ragazzo napoletano che dopo aver divorato Cani da rapina in una sola notte voleva sapere se anche io, rileggendo il mio romanzo per correggere le bozze, avessi fatto uso della stessa quantità di cocaina di cui aveva abusato lui. “Molto, molto di più” risposi.

Dato il clima di tensione che stiamo vivendo in Italia, in una fase dove l’attacco di una certa politica nei confronti di alcune Procure, definite addirittura “eversive”, è diventato quotidiano, che si accumula al luridume a cui ogni giorno assistiamo, all’intolleranza, all’insofferenza per il diverso, alla totale indifferenza verso l’altro, non credi che ci sia il pericolo di un ritorno a quegli anni? Roma, città in cui viviamo e lavoriamo, è già un po’ di anni che vive una stagione di conflitto a bassa intensità. Esiste secondo te il rischio reale che da un momento all’altro il livello dello scontro possa alzarsi?

Esiste da tempo un conflitto a bassa intensità ma non credo si possa tornare alla temperie di quegli anni, le capacità “digestive” del sistema sono molto migliorate, quel sangue non è più utile al progresso economico del paese e i movimenti stentano a trovare un approccio adeguato alle richieste del popolo.

Perché leggere Il senso del piombo?

Perché il nemico è dentro ognuno di noi, perché in un solo libro c’è un intero catalogo di armi con una potenza di fuoco sconsiderata. Perché non ci sarà più la possibilità di veder ancheggiare Bob Marley al Meazza e tanto meno di ammarare un DC9 così, come si è fatto a Ustica. Perché anche nelle storie che puzzano di cordite, dietro i colpi di pistola, ci sono gli eroi, anche se spesso sono vittime, donne e uomini, che hanno pagato con la vita i rimorsi di un’intera nazione.

Gianluca Liguori

Luca Moretti presenterà Il senso del piombo, insieme a Pier Paolo Di Mino e Cristiano Armati, sabato 7 maggio 2011 alle ore 18.30 in via dei Volsci 26 a San Lorenzo (Roma) presso la sede della R.A.S.H.

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