Era di maggio

La rubrica Interlinea ƒ64 nasce dalla collaborazione tra La Rotta per Itaca e Scrittori precari: una volta al mese, uno scrittore, leggendo tra le righe di una fotografia, ci racconterà una storia in profondità di campo.

Quello che segue è il terzo racconto.

di Leonardo Battisti da una foto di Andrea Pozzato

 

Ci sono dei giorni a maggio in cui il sole prova a far la voce grossa fra le nuvole bianche; lo si può vedere scagliare violento i suoi raggi nella coltre di vapore come quel tale che, in una piazza affollata, si sbraccia e dimena per richiamare l’attenzione di qualche conoscente visto per caso in lontananza, ma senza ottenere il risultato sperato. E allora tutt’attorno si diffonde una luce chiarissima ma spenta e l’aria diventa tiepida e statica, tutto sommato innocua come una bugia non ancora svelata.

Ecco, fu proprio quest’immagine che si presentò agli occhi di Sara quando alzò la tapparella della cucina e il bagliore si riversò incerto sull’orribile verde pastello delle maioliche. Luca era ancora a letto, sveglio ma restio ad alzarsi, non per pigrizia, bensì perché incontrava sempre grandi difficoltà a staccarsi dalle lenzuola intrise di quell’odore, indescrivibile e ammaliante, che i corpi lasciano sulla pelle e sui tessuti dopo l’atto sessuale. Sì, avevano appena fatto l’amore ed era stato, anche in quell’occasione, appagante per entrambi; magari un po’ meno dolce rispetto ai primi tempi, e d’altro canto stavano insieme ormai da più di cinque anni.

Sara fece capolino dalla porta della stanza da letto: «Faccio il caffè. Tu lo vuoi?» chiese con la voce un po’ roca.

«Sì, grazie,» rispose il ragazzo, «così mi alzo».

Lei tornò di là, preparò la moca e la mise sul fuoco, poi prese dei biscotti dalla dispensa e il giornale del giorno prima che non aveva avuto tempo di sfogliare e si sedette con la fronte rivolta alla finestra, piegando e poggiando il quotidiano sulle gambe nude. Luca, intanto, si alzò e si rivestì; si affacciò dall’uscio e vide la sagoma di Sara proiettare un’ombra sottile sul pavimento irregolare della cucina. Lei era di spalle, indossava una magliettina aderente e le mutandine e aveva i piedi scalzi, come sempre; si sentiva voltare, stirandola, una pagina di giornale stropicciata.

Luca pensò che era bellissima, ma in un istante quel pensiero si tramutò in un’impressione del tutto diversa e vagamente inquietante: gli sembrò all’improvviso di vivere quel momento in terza persona, di vedere se stesso mentre guardava la sua ragazza in quella luce strana fra i colori spenti della cucina, come fosse un operatore di macchina che seleziona il campo per l’inquadratura di un film. Quel sentimento come di distanza lo spaventò per un secondo che parve interminabile e che fu interrotto solo dal rumore della moca: il caffè era salito.

Sara volse di scatto la testa verso i fornelli, ma Luca disse: «Lascia, ci penso io». Lei si rimise a leggere mentre il ragazzo corse a spegnere il gas. Con la familiarità con cui ormai si muoveva in quella casa, prese le tazzine e iniziò a versare il caffè: «Che leggi di tanto importante?» fece rivolto a Sara.

«Ma niente, mi tengo informata,» disse lei senza alzare lo sguardo.

Lui le si avvicinò con la bevanda in mano, girando lo zucchero e cercando di sbirciare un pochino il quotidiano; la ragazza non si voltò, rimase con gli occhi bassi e i due restarono in silenzio, accompagnati dal rumore del cucchiaino che ritmicamente batteva contro la ceramica e da un lieve sfiato che la macchinetta del caffè continuava a emettere dal lavandino, non dissimile dal suono che i bambini sentono meravigliati quando appoggiano una conchiglia all’orecchio.

«Tieni,» fece Luca a Sara porgendole il caffè.

«Grazie,» disse lei con voce bassa e sorridendo appena, «poggialo sul tavolino. Lo sai che non riesco a berlo quando è ancora bollente».

Il giovane eseguì, prese una sedia e si accomodò al tavolino con la sua tazzina davanti.

«Allora, stasera ti va di andare al concerto?» chiese lui.

Sara esitò. Interruppe la lettura e alzò la testa, senza voltarsi verso Luca: «Sì,» fece in tono fintamente entusiastico.

«Guarda che se non ti va, possiamo non andare. Se preferisci, facciamo qualcos’altro».

«No, tranquillo… Cioè, lo sai, non è il mio genere di musica, però va bene. Andiamo insieme… Stiamo insieme stasera, no?» ribatté la ragazza con tono di voce calante.

«Sì, certo… Allora andiamo,» disse lui senza troppa convinzione.

«Ora però è meglio che torni a casa, ché sono troppo indietro con lo studio».

«Ok,» rispose semplicemente Sara annuendo leggermente.

Luca finì di bere il caffè e si diresse verso il bagno, entrò e accostò la porta. La ragazza si sentì stranamente sollevata quando vide di esser sola nella stanza; sospirò senza realmente capire perché e continuò nella lettura voltando un’altra pagina mentre avvertiva distintamente lo scroscio dell’acqua al di là della porta.

Pochi istanti dopo, il fastidioso stridio del rubinetto che veniva chiuso indicò che Luca usciva dal bagno; avanzò verso il tavolino a passi brevi, con le mani appena umide nelle tasche posteriori dei jeans e lo sguardo rivolto verso la finestra: «Be’, allora io vado».

«Ok,» replicò Sara.

«Tu devi andare a lavoro?» Chiese il giovane, che sapeva perfettamente gli impegni della ragazza per la giornata.

«Sì. Fra un’oretta esco, me la posso fare con calma,» disse lei alzando la testa appena per guardare la sveglietta che teneva sulla mensola accanto ai fornelli.

«Va bene. Allora ci sentiamo più tardi?»

«».

Luca le si avvicinò da dietro, le poggiò una mano sulla spalla e si chinò per baciarla. Lei per un attimo lasciò il giornale, accarezzò la sua mano e teneramente si voltò con gli occhi socchiusi per lasciarsi cercare dalle labbra di lui. Si guardarono per un po’ e si sorrisero come due amanti senza più segreti.

«Ciao. Ti amo,» fece Luca sottovoce; «Anch’io. Buona giornata, amore,» rispose lei.

Il ragazzo si avviò verso la porta d’ingresso e uscì con un ronzio in testa di cui non riusciva a capire le cause; non si sentiva triste o arrabbiato, non era annoiato o insospettito da alcunché; forse un po’ malinconico, ma il perché egli non sapeva dirlo. Guardò un istante il cielo e pensò: Che tempo strano… con Sara, comunque, tutto bene… tutto normale, no? Si sentì all’improvviso invecchiato, ma dovette subito smettere di soffermarsi su queste sensazioni perché non poteva permettersi di perdere tempo: aveva troppo da fare quel giorno di maggio.

Sara, intanto, prese il caffè, ormai quasi freddo, e lo bevve d’un sorso. Voltò pagina e si rimise a leggere ma si accorse che già da qualche minuto in realtà la sua attenzione non era rivolta agli articoli, i quali le sembravano tutti uguali, un grumo di righe e caratteri indifferenziati stampati al solo scopo di riempire d’inchiostro le colonne e non lasciare un lembo di foglio in bianco. Fece lo sforzo di concentrarsi sulla lettura, ma non funzionò, quel giornale le era indifferente e persino fastidioso, vecchio, inutile, inaffidabile.

Si alzò per andare a prepararsi e sentì addosso una strana apatia, come se il suo corpo fosse più pesante del solito. Cominciamo male oggi! pensò: Eppure non ho fatto nulla di particolare… anche con Luca tutto bene… tutto normale, no? E perché poi mi ostino a leggere questi giornalacci? Ma non indugiò molto su queste considerazioni, non era quello il momento di abbandonarsi a laboriose introspezioni, avrebbe fatto tardi a lavoro. Si lavò e vestì e, uscendo, prese meccanicamente il giornale, oggetto con cui era solita distrarsi durante il tragitto sui mezzi pubblici. In fondo, quelle pagine dense di parole e punteggiatura, di informazioni e curiosità non avevano nulla a che fare con le strane sensazioni che provava quel giorno di maggio; e anzi erano rassicuranti, tutto sommato innocue, come una bugia non ancora svelata.

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3 Responses to Era di maggio

  1. lordbad says:

    Un bel blog!!!
    E un argomento che comunque ha a che vedere con l’amore…
    Da qui però inizierei a parlare non tanto della fine di una storia d’amore, ma del concetto di fine…

    Spero avrai modo e voglia di ricambiare la visita 🙂

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