DI QUANDO, GRAZIE AD ANDRZEJ SZARMACH, POLONIA ED ANDORRA FURONO SULL’ORLO DI UNA CRISI DIPLOMATICA*

Nel 1982, poi, successe il fattaccio Szarmach.

Dubito qualcuno sia a conoscenza – qualcuno oltre i diretti interessati nella querelle, intendo, Szarmach incluso – della crisi diplomatica che il nostro glorioso stato ebbe con Andorra durante ventiquattro lunghi ed assolati giorni dell’estate dei mondiali di calcio spagnoli.

Forse ne parlò in un trafiletto la Gazeta Wyborcza, forse no. D’altronde, eravate tutti impegnati ad esaltarvi per la falcata di Zmuda ed il ciuffo ribelle di Lato, per accorgervene.

Lato, Smolarek, Szarmach. Che trio!

E che cannonate, tirava, Andrzej Szarmach! Quattordici gol in totale tra mondiali ed olimpiadi in due anni, nel 74 bum per cinque volte, due primavere dopo pa-pa-pam, nove palle nel sacco.

Quella volta, però, quella volta là, la combinò grossa.

[…]

Era il 16 Giugno. I nostri calciatori non venivano da una prova brillantissima, ma diciamo che se l’erano cavata bene, con gli italiani (Italia-Polonia ai mondiali di Spagna, NdT). Bisognava festeggiare, onorare la Patria ed assolvere agli obblighi di etichetta ad un tempo, ricreare almeno per una sera l’aria di casa in paese straniero. Per questo tutta la nazionale, compreso lo staff tecnico e gli accompagnatori al seguito, fu invitata ad una cena sia pure informale, a Vigo. Una cena tra tovarich, alla quale avevamo avuto premura di invitare anche l’Obispo José Cerviño Cerviño ed Oscar Ribas Reig, il primo ministro d’Andorra.

Ci riempimmo di bigos e di pierogi, accompagnandoci col golabki e trincando zubrowka fino, durante ed oltre il makoviec.

Sedevo tra Andrzej Buncol, con la faccia da ragazzino contorta in un’espressione di fiera sazietà, e l’inquietante sagoma di Andrzej Szarmach, uno Jozef Piłsudski solo più rock and roll.

Aveva la faccia sveglia, Szarmach. Ma se indossava la casacca della squadra nazionale del gioco in cui si deve prendere a calci un pallone e non sedeva sui seggi del Sejm, ecco, un motivo c’era.

Quindi lei sarebbe…”, mi chiese.

Il console d’Andorra”, risposi io.

Andorra?”, contrabbatté interrogativo.

Ora ecco, io, cosa ci facessi ad Andorra, me l’ero chiesto lungamente […].

Forse, l’unica cosa che Andorra aveva in comune con un po’ meno di mezza Europa erano i passerotti. Dico un po’ meno perché in confronto a certi meravigliosi esemplari che abbiamo noi a Gniezno o a Kielce, i passerotti andorrani sembrano invalidare la teoria francescana secondo la quale ogni creatura è un gesto d’amore divino.

In quel buco di culo tra i Pirenei, un’accozzaglia di montagne dai nomi inimparabili, pecore puzzolenti e ragazze tutt’altro che avvenenti, c’ero andato a sbattere come giusto coronamento di una carriera diplomatica da poveracci.

[…]

Gli avevo spiegato, a Szarmach, tutta ma proprio tutta la storiella dei sei mesi di governo per uno, di come i “principi reggenti”, Mitterand e Juan Martì Alanis, si facessero vedere poco o niente per Andorra La Vella, dove non c’erano regalissimi principeschi palazzi, e di come, nonostante tutto, quando per sbaglio l’inquilino dell’Eliseo o l’Obispo de Lleida trascorrevano a malincuore una mezza giornata tra capre e caproni, questi li applaudivano festanti. Pure.

La punta ingollava zubrowka simulando entusiasmo sincero e rapito interesse.

Allora gli avevo raccontato anche che per insufflare un pizzico d’amor patrio negli aridi cuori andorrani c’era stato bisogno d’un Polacco, il mai troppo compianto Boris Skossyreff, che autoproclamandosi Principe Boris I Sovrano d’Andorra nel ‘34 – e dichiarando allo stesso tempo guerra al vescovo d’Urgell – aveva compiuto l’azione più sensata che un andorrano abbia mai concepito. Peccato che poi i suoi sudditi l’avessero tradito, consegnandolo alle autorità ispaniche. “Dementi”, avevo concluso.

[…]

Szarmach ascoltava ed ascoltava, ma beveva e beveva pure, perciò non mi stupii di congedarmi da lui che era quasi privo di sensi.

Con quella sbornia, difficilmente sarebbe potuto scendere in campo, tre giorni dopo, contro il Camerun. Ed infatti restò per tutto il tempo in panchina (Sembrerebbe invece che Andrzej Szarmach sia effettivamente sceso in campo nella gara citata, al 25mo minuto, rilevando l’infortunato Andrzej Iwan, NdT).

.

Ma qua la performance sportiva c’entra poco. Piuttosto, ricordo ancora con orrore i momenti in cui, alzatici da tavola per una mazurka prima degli spasiba ed i do widzenia, Szarmach s’avvicinò a Reig. Si presentarono. “Milo mi”, sbiascicò il baffuto cannoniere, “sono Szarmach, bomber della Polonia.”. “Ed io sono il primo ministro d’Andorra”, sibilò l’altro. A sentir pronunciare il nome del piccolo ma rispettabile buco di culo di stato nel quale rappresentavo Varsavia, l’attacante proruppe in una sguaiata risata.

Se Skossyreff fosse riuscito nella sua impresa, adesso altro che primo ministro, a distillare vodka stavate, caproni! È o non è così, signor Kuciewski?”, rivolgendosi a me, innalzando il bicchiere per l’ennesimo brindisi.

Questo gli vomitò in faccia, a Reig, Andrzey Szarmach.

Lo fece in perfetto francese, lui che giocava per l’Auxerre e che non aveva capito niente di quella storiella dei sei mesi per uno.

Lo disse in francese, ignorando che, per di più, i francesi ed il loro idioma, Reig, li vedeva come il fumo agli occhi.

Andrzej Szarmach, professione calciatore, da quel momento m’era diventato pure sobillatore di crisi diplomatiche.

Seguirono giorni concitati, nei quali si rischiò che dalle vallate di Xixerella, richiamati all’ordine ed all’amor patrio, scendessero masnade di andorrani impugnando le scuri ed i volti più scuri dei quali il loro Dio – di certo diverso dal nostro, più cattivo – li aveva dotati, pronti ad asserragliare la sede consolare di Polonia, a tirar uova marce alle finestre, a porre in pericolo la mia incolumità. Fosse successo, altro che articolo di fondo! Prima pagina, sulla Gazeta Wyborcza!

Reig si limitò ad inviarmi una lettera infuocata nella quale imponeva alla Polonia intera di chiedere scusa al Principato d’Andorra. Pfui. Le scuse, noialtri, ad Andorra. Noialtri tutti.

Finì a tarallucci e vino, come spesso succedeva da quelle parti.

Una letterina consegnata a mano dal sottoscritto e quattro ragazze bastarono per placare la tremenda ira d’Andorra.

Addirittura, il primo ministro me lo trovai seduto al fianco ad Almeria, ventiquattro giorni dopo l’increscioso avvenimento, tre file dietro il palco d’onore, nel quale troneggiavano pure Mitterand e Jabłoński.

A giudicare da come esultò quando il pallone andò ad insaccarsi nel transalpino sacco di Castaneda, a Szarmach, Reig e l’Andorra tutta dovevano averlo di già perdonato.

E noialtri indefessi difensori della Repubblica Popolare di Polonia potemmo finalmente tirare un sospiro di sollievo.

Fabrizio Gabrielli

* [la sforbiciata di questo lunedì è tratta da Milo mi, Tomasz K.Fatti strambi occorsi durante le mie rappresentanze consolari di Tomasz Kuciewski, pubblicato negli anni ottanta da Editorial Aña Trapal, inedito in Italia. Traduzione di Fabrizio Gabrielli]

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