DEL SALONE DI TORINO, DEI CANNOLI DI CATANIA E DI ALTRE CLAMOROSITA’

Quello del duemilaotto è stato il mio primo Salone del Libro, a Torino.

Ero salito per presentare un libro, il mio primo, ho dei ricordi confusi, mi resta in testa solo una gran sete, ed il viaggio di ritorno, con la radio accesa, a gioire per il pareggio di Kharja a San Siro, c’era Inter-Siena, l’aèsseroma era ancora là a giocarsi lo scudetto e con quel pari ancora di più. Poi la settimana successiva niente, chi segue un po’ il pallone se lo ricorda di sicuro, Vucinic porta in vantaggio i giallorossi e l’Inter se ne rimane aggrappata ad uno zero a zero striminzito a Parma, passano i minuti, la Roma è campione d’Italia per un’oretta, ma ti pare che, finché Ibrahimovic decide che no, non può andare così, non mi pare per niente e infatti non si possono avverare certi sogni, quel nun succede ma si succede non ha da succedere e quindi punto e a capo.

 

Quello del duemilanove è stato il mio secondo Salone del Libro, a Torino.

Ma ci sono andato di sabato, non si giocavano le partite, quel sabato.

Quello del duemiladieci è stato il mio terzo Salone del Libro, a Torino.

Ero salito per presentare un altro libro, il secondo, ho dei ricordi confusi, mi resta solo il caffè borghetti delle dieci del mattino e i giri allo stand di Voland e il non volerne sapere niente, di come stessero andando le partite di campionato. L’aèsseroma si giocava un altro scudetto, la mia idea era quella di subodorare gl’effetti nelle facce delle genti, nei sorrisi ostentati, nei gridolii sommessi, fin quando non ho visto un ometto con gli occhiali da nerd ed una ragazzina per mano, uno zaino dal quale estraeva una maglia di Zanetti, la indossava, era felice, mortacci tua, devo aver pensato, mi son rovinato il Salone, con quell’istantanea là.

Quello di quest’anno è stato il mio quarto Salone del Libro, a Torino.

Io a Catania non ci sono mai stato, però ne parlo gran bene, sempre, se esce fuori nel discorso, una volta mi hanno portato ad assaggiare dei cannoli di Catania, ne avevo smangiucchiati di Palermo e Trapani e Messina e m’eran sempre sembrati i più buoni, quelli di Catania, son clamorosi, dicevo. Poi c’è da dire del barocco. Poi c’è da tirar fuori Carmen Consoli che a me piace un fottìo da quando cantava Narciso parole di burro.

Non ho niente contro Catania, insomma. Neppure contro IL Catania. Sembra una colonia di Mar del Plata, e lo sanno tutti quanto vada in sollucchero, io, per Mar del Plata. Epperò. Sarà quell’elefante. Sarà El Cholo. Sarà quell’ultima partita del duemilaotto.

Cinquant’anni. Sono passati cinquant’anni.

Adelmo lo chiaman tutti Memo, trasteverino verace anzichenò, abita ad Aci Castello e tutte le domeniche fa il capitano e la mezzala sinistra per il Catania di Massimino. S’allaccia gli sfilaccioni azzurri della maglia, tira su il colletto e fa gol a tutti, senza figli né figliastri, pure all’aèsseroma che l’aveva lanciato in serie A, maldestro Memo, fedifrago Adelmo, il 4 dicembre del millenovecentosessanta.

La settimana successiva c’è Inter-Catania. Gl’etnei son secondi, a due punti dai quotati avversari. Non succede, ma se succede. E infatti: non succede. Il Catania ne becca cinque, quattro sono autoreti.

Postelegrafonico è una parola sdrucciola e sdrucciolevole, una parola che non usi, non tutti i giorni, a meno che non ti chiami Helenio Herrera, e allora ti scappa di piazzarla in un’intervista a fine partita: «Abbiamo sconfitto una squadra di postelegrafonici,» dice. Adelmo e compagni pigliano, incartano, portano a casa. Ci mettono su pure un timbro. C’è scritto la vendetta va servita fredda, su quel timbro.

Salvador, Salvador Calvanese, ha iniziato a giuocare il calcio in Argentina, con il Ferrocarril Oeste, la verdolaga. In Italia c’è arrivato col vaporetto Buenos Aires – Genova, che è un po’ la tratta della speranza e dei sogni di gloria, in generale. Nel millenovecentosessanta è a Catania, il giorno della goleada interista non è in campo, non capisce nulla di quel che sta succedendo.

Neppure il primo giugno gli sembra di capirci poi troppo: «Dài, lasciateli vincere, lasciateli festeggiare, vi diamo un premio doppio,» dicono i dirigenti del Catania. Salvador vede Memo alzarsi in piedi, macheccazzo dite?, urla, jaa famo vedé noi, a quei stronzi.

Lo stadio in piazza Spedini è una bolgia, solo che non si chiama ancora Massimino, quello stadio, ma Cibali. Biagini passa a Ferretti che passa a Calvanese che passa a Ferretti che passa a Biagini, Facchetti si dimena, olè sugli spalti, il torello, la massima forma di scherno calcistico, olè, olè, come il toro nell’arena.

Arriva una palla al limite dell’area, c’è Mario Castellazzi che stoppa di petto e conclude al volo, una rasoiata balistica, Da Pozzo non c’arriva, il Catania passa in vantaggio.

Non succede, ma se succede.

I tifosi cantano He-le-nio Herrera cha cha cha, Il Mago è frastornato, un lancio a Calvanese sulla fascia, di fronte alla panchina, e l’argentino che stoppa la palla con le chiappe, con una piroetta, op-là, uno stop di culo, poi passa di nuovo a Biagini, olè, una perculata di proporzioni bibliche.

E poi il settantesimo minuto, Mirko Ferretti lancia Salvador Toto Calvanese, l’argentino trafigge con un diagonale il nero portiere degl’ospiti, gracchia la radio, attenzione attenzione annuncia il giovane radiocronista, si chiama Sandro, Sandro Ciotti, cla-mo-roso al Cibali. L’Inter, per quella partita là, c’ha perso uno scudetto, pensa. Che si prova?

Quello di quest’anno è stato il mio quarto Salone del Libro, a Torino. Non ne fanno, di Saloni, a Catania: ci andrei sicuro, se mi invitassero.

Io a Catania non ci sono mai stato, però ne parlo gran bene, sempre, se esce fuori nel discorso, una volta mi hanno portato ad assaggiare degli arancini di Catania, ne avevo smangiucchiati di Palermo e Trapani e Messina e anche se m’erano sembrati più buoni quelli di Trapani, a chi me lo chiedeva, io dicevo «anche a Catania son bravi, dài».

Poi c’è stata quella ròba del duemilaotto, e quella di ieri l’altro, quando senza più nulla da chiedere al campionato il Catania ha tolto all’aèsseroma la possibilità d’andare in Champions League l’anno venturo.

Venitemi a chiedere, la prossima volta, come sono le cassatine di Catania, che ci facciam quattro risate.

Fabrizio Gabrielli

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