La malattia

Quello che segue è il secondo racconto (qua il primo) ispirato ai disegni di Lucamaleonte e scritti appositamente per la serata di letture tenutasi al Laszlo Biro il 5 maggio.

La malattia

di Andrea Coffami e Angelo Zabaglio


La malattia non iniziò precisamente il giorno in cui le due matite vennero separate dal vignettista. Dopo aver lavorato il ragazzo barbuto era solito riporle entrambe nel portapenne di legno sopra la scrivania. Le due HB erano felici, si separavano solo quando l’artista disegnava ma entrambe erano coscienti del fatto che a fine giornata si sarebbero riunite. Sarebbero state vicine. Sicuramente più invecchiate e spuntate, ma unite. Erano certe che avrebbero terminato la loro esistenza una al fianco dell’altra. Si sarebbero date coraggio negli ultimi giorni di vita, quando le loro punte sarebbero state a pochi centimetri dal gommino. Non credevano alle dicerie delle loro simili. Alle frasi del tipo: Non affezionatevi. Morirete sole. Pensate a voi stesse e basta. Loro due erano diverse, si credevano speciali, si erano incontrate e sfiorate in quel portapenne di legno e quando c’è la chimica che unisce due anime mica ci si può far nulla. Piaceva ad entrambe fantasticare un futuro insieme. E quando una di loro tornava a casa distrutta, magari spuntata male, dolorante, con le schegge di legno smussate da una coltellino invece che da un temperino, l’altra era lì, pronta a rincuorare l’amante. Le giornate più piacevoli erano quando venivano adagiate completamente una sull’altra, quando l’intero bastoncino veniva a contatto con quello dell’altra. In quei giorni erano due corpi che si abbracciavano senza braccia. Erano quelle le giornate più belle. Ma erano rare.

Invece una notte al vignettista venne la malsana idea involontaria di terminare la bozza di un disegno e lasciare le due matite sopra una seconda scrivania, a pochi metri da quella che era solito utilizzare per lavoro. A pochi metri dal solito portapenne in legno.

Trascorsero settimane senza che le due matite potessero sfiorarsi. Certo, potevano vedersi – erano stese a pochi centimetri l’una dall’altra – ma probabilmente quei centimetri che li dividevano erano ancor più strazianti e dolorosi. Sarebbe stato meglio averle separate di netto, magari una nella stanza/studio e l’altra in salone. Sarebbe stato meno doloroso per entrambe.

Sarebbe bastato che qualcuno le avesse rimesse nel portapenne di legno, così da potersi toccare di nuovo. Ma il disegnatore viveva da solo e anche in caso di visite, nel suo studio era vietato l’ingresso a chiunque. E dopo pochi giorni quella situazione di immobilità cominciò a diventare un inferno in terra.

Due HB innamorate che potevano vedersi e parlarsi, ma che non potevano baciarsi o poggiarsi l’una all’altra. Inoltre la scrivania tendeva ad oscillare a causa di una gamba traballante. Sarebbe bastato un soffio di vento un po’ più forte per separarle del tutto. La finestra era a meno di un metro da loro, ed ogni volta che il ragazzo barbuto l’apriva non si sapeva mai cosa sperare.

I due amanti decisero per una soluzione più drastica: abbandonarsi alla malattia per vendetta.

Tramite l’ossigeno il tumore iniziò a diffondersi colpendo l’anima di grafite. Naturalmente la parte più vulnerabile risultò quella appuntita, priva del rivestimento del legno. Nel magico mondo delle HB il tumore non colpisce internamente, bensì esternamente. Ti crea funghi che avvolgono la stecca di legno fino a farti assumere sembianze inaspettate.

La malattia crebbe velocemente e in maniera esponenziale in pochi giorni. Dopo poche ore parte del cervello e del bulbo oculare si erano già formati attorno la punta spuntata. Le sembianze della testa erano ancora non visibili ma il fungo continuò ad espandersi fino a ramificarsi in vene, indotti lacrimari, zigomi. L’orecchio destro si creò in meno di un minuto partendo dal labirinto auricolare interno fino a formare il vestibolo comprensivo dei tre canali semicircolari. La pelle intanto aumentava e in pochi minuti dal color nero bruciato iniziale si passò al rosa carne.

Col trascorrere delle ore il bulbo oculare era terminato. Si passò col costruire la fronte e le narici del naso fino a delineare il secondo occhio e il secondo zigomo che acclusero il gommino della seconda matita. Sangue e parte di teschio. Il fungo tumorale avanzava e cresceva e la testa barbuta era sempre più delineata. Come una bozza di disegno che si tramuta in un dipinto ultimato.

La carne della testa creava un ponte tra le due matite che continuarono la loro opera di unione malsana fino a incrementare il tumore nell’orecchio destro e nelle parti superiori delle guance. Il ragazzo barbuto doveva pagare per quello che aveva fatto. Come un dio inconsapevole che regnava solo nel suo studio ricolmo di carte, colori e fantasie.

Le labbra, è ora di far vivere le labbra. E poi la cavità orale, lingua, denti, gengive e tonsille. Il mento, le guance e parte del collo. La malattia era in stato avanzato. Il dolore alla testa del ragazzo barbuto era insopportabile. Il tumore era quasi completo, mancavano i peli della barba che fuoriuscirono in meno di dieci secondi come in un filmato mandato a velocità avanzata. Le due HB erano unite ora. Il vignettista non riusciva ad aprire gli occhi. Pressava le mani sulle tempie per sconfiggere il suono acuto che gli invadeva la fronte, le pupille e le mascelle.

Quel suono acuto e continuato era la giusta punizione per quel gesto involontario che aveva fatto settimane prima. Quel tumore era l’unico metodo che avevano le due HB per sentirsi nuovamente unite. Unite dal loro carnefice. Finalmente un unico corpo. Finalmente senza più paura del vento che soffiava dalla finestra aperta.

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