Videor ergo sum

Da giovane non mi sarei mai permesso, nel giudicare un’opera o una persona,
di cedere alla ripugnanza che essa mi suscitava senza alcuna ragione.
Oggi do più credito alle mie antipatie.
Jean Rostand
 
La bellezza delle cose esiste nella mente che contempla.
David Hume
 
La bellezza è negli occhi di colui che guarda.
Margaret Wolfe Hungerford
 
Ci sono cose graziose, eleganti, sontuose, avvenenti,
ma finché non parlano all’immaginazione non sono ancora belle.
Ralph Waldo Emerson
 
 

Se ci si fa caso, la «pulchritudo» di cui parla Baumgarten rimanda al concetto di «arte come principio dell’armonia universale» di Pitagora e alla “theia mania” – intesa poi come furor – di Platone. Il buon Orazio trovava che bisognasse «miscere utile et dulci» e che il brutto fosse nel – per usare una sola parola – caotico. Per Leonardo, invece, l’arte non imita, ma crea e condivide l’oraziano «delectando docere». Bisognerà aspettare Vico perché si cominci a distinguere il ruolo della fantasia (arte) da quello della ragione (filosofia), ma è soprattutto Schelling che – pervaso di Sehnsucht romantica – arriverà a parlare di «attività» unica nel suo genere e capace di calmare l’infinito conato umano mettendone in luce le intime contraddizioni.

Il Positivismo, infine, sia nella veste originaria ottocentesca che in quella riveduta e corretta novecentesca, darà all’arte solo una funzione ancillare: una posizione che precorre il «riflesso della situazione sociale» attribuitale dal Lukács, teorico dell’estetica marxista.

Finalmente l’Estetica crociana riporterà l’arte al suo stato di atto simpatetico: la sua liricità è espressione di sentimento, è metafisicamente congenita nell’individuo, è utilizzata come manifestazione di potere a livello psicologico e, da un punto di vista pedagogico, si scopre utilissima per l’educazione.

Ma, filosofismi a parte, l’aspetto influisce moltissimo sulla nostra esistenza. Certe storie lo provano…

«È così brutto che potrei fargli una caricatura e farla passare per una fotografia» pensò lei vedendolo.

«Vorrebbe essere bella. Vuole essere bella. Ma insaccata in quell’abitino è veramente ridicola!» osservò lui scrutandola.

Quanto c’influenza l’aspetto fisico. L’essere umano è veramente superficiale. Viviamo in un’epoca in cui la tv, imponendoci l’immagine, ci ha educati all’immagine stessa. L’immagine, spesso, porta dei pregiudizi terribili e pre-discorsivi. Oppure è falsa e si spaccia per vera, rendendo così falsa la realtà. Tutti sono contro i pregiudizi (se non altro per loro pregiudizio). Tutti sono contro il predominio delle apparenze. Tutti tranne Oscar Wilde: «Solo i superficiali non giudicano dalle apparenze» scrisse col suo solito gusto per il paradosso. Ma questo, che apparentemente e superficialmente potrebbe essere definito un paradosso, non è altro che un prodotto logico di due modi di pensare: empirismo e ipocrisia.

L’empirismo, che è la filosofia predominante nei paesi anglosassoni, sosteneva che l’unico mezzo attendibile per la conoscenza fossero i sensi (in questo Deleuze è maestro d’intuizione, in quanto per lui l’empirismo è la filosofia non tanto dei sensi quanto dell’immaginazione). L’ipocrisia, invece, si basa sulle convenzioni: neanche sui sensi o sulle apparenze (che sono sempre frutto dei sensi dato che derivano dalla vista). Wilde detestava l’ipocrisia della sua epoca, il compromesso vittoriano, il perbenismo e la sua frase ne è una condanna. I superficiali sono quelli che si fermano alle convenzioni, che si attengono acriticamente a quello che la società dice. Ormai Wilde ne aveva piene le tasche delle convenzioni e, con quella sua frase, aveva provato a svegliare la gente da quello che Kant avrebbe definito «sonno dogmatico». Almeno cercate di giudicare in base a quello che vedete, aveva provato a dire. Almeno provate a pensare autonomamente rispetto alla società, s’era sforzato di gridare. Ma in maniera ermetica per gl’idioti.

Andava bene anche come avevano fatto loro: basarsi sulle apparenze per un giudizio estetico è quanto di meglio Wilde avrebbe potuto desiderare.

Per le persone non belle è più probabile mantenere un matrimonio: il partner troverà dei pregi che non hanno nulla a che fare con la bellezza e che, di conseguenza, non smetteranno mai d’esserci. Una coppia di persone belle, arrivate a una certa età, arrivano a perdere il loro feeling perché il punto in comune che avevano (la bellezza) cessa d’esistere.

Una persona non bella, invece, non potendo contare sulla propria apparenza, è costretta a sviluppare la propria interiorità e quindi risulta più gradevole rispetto a una persona bella che è solo bella. Il fatto che la bellezza sia soggettiva significa che dipende dai gusti del soggetto, ma cos’è il soggetto se non uno spirito?

Antonio Romano

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2 Responses to Videor ergo sum

  1. antonio romano says:

    non male

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