Il piccolo Michaux #3 – Editoriale

Il viaggio così come è andato veramente, almeno secondo Pier Paolo Di Mino.

Del resto non andare al Salone di Torino, con lo struscio in mezzo ai banchi, il chiacchiericcio da bar sport in salsa aulica, la festa di Minimum Fax, e tutte quelle strette di mano fra bella gente, è come non vedere il Festival di Sanremo: astrarsi dai piaceri delle vecchie casalinghe a cui non sono più rimasti nemmeno i rammarichi è un tirarsi fuori dalla mischia comunque pericoloso. E poi la bellezza non è mai gratuita, e, anzi, va estratta con fatica, magari trovandola nell’insolito. So di certo, per esempio, che perfino a Torino, durante la celebrazione del santo giubileo del libro, può capitare di assistere allo spettacolo vero, che parla al cuore e che emoziona: prima di partire, leggo di un critico che, alcuni anni fa, si è preso una sbronza, ha tentato il Po’, e, così battezzato, ha preso di petto tutti gli uomini in parrucca della cultura italiana che si erano dati appuntamento (è una specie di Kunda Mela) per il rituale delle strette di mano. I pazzi per dio, gli jurodivyj, si possono ancora incontrare. E poi c’è il viaggio. Per il viaggio qualsiasi meta è volgare. Anzi il viaggio si completa meglio con una destinazione qualsiasi. Ce lo farà capire bene, del resto, il nostro navigatore satellitare. Ci siamo dati appuntamento alle tre del mattino, e ci presentiamo tutti, con bizzarra astuzia, sobri e puntuali. Stipiamo i pochi bagagli in auto, e procediamo dritti, seguendo la voce femminile del navigatore. Si chiama Irina. È dolce, ma non arrendevole. A un certo punto si mostra perfino audace. Comincia a fornire indicazioni, increspando il suo stile asciutto con commenti dotati di un certo acume psicologico: la sentiamo dire, riferendosi chiaramente a noi, “spostati”. Cerchiamo di ignorarla, ma ribadirà il concetto suggerendo, all’improvviso, un’indicazione stradale alla quale poche persone avrebbero avuto il coraggio di ubbidire con la nostra stessa prontezza: ci ritroviamo per tre volte di seguito a girare attorno al casello di Scandicci, come solo degli spostati potrebbero fare. Ma la felice menomazione sciamanica, comunque, non ci deve esimere dal compito: il Salone di Torino va fatto. E poi, comunque, gli scrittori sono da tutte le parti. Non gli scrittori nel senso di Dante, o di Borges: insomma quelli che uno da piccolo si immagina che debba incontrare nei giardini del Faubourg e ti parlano di cose grandiose, che ti simulano l’eternità come niente e ti scassano il cuore e vi tirano fuori quello che manco sapevi che c’era. Gli scrittori nel senso di quelli che scrivono, che sono alfabetizzati e, quindi, scrivono; che con la disoccupazione e la flessibilità hanno tempo libero, e, quindi, scrivono; che hanno un posto ministeriale, e, quindi, niente da fare se non scrivere. Quelli che spediscono all’editore il loro romanzo che mette fine alla storia della letteratura accompagnandolo con una lettera in cui è scritto chiaro che se gli rubi il capolavoro ha già pronto l’avvocato. Quelli che se trovano il numero dell’editore gli telefonano due volte al giorno, perché un autore non va tenuto in sospeso così (“che facciamo? Arrestiamo la cultura!”). Quelli che non hanno successo perché stanno oltre; quelli che è tutto un complotto ai loro danni. Quelli che si riuniscono in centocinquanta perché non capiscono, e c’è l’urgenza etica: siamo nati ricchi e colti, la scienza ce l’abbiamo praticamente infusa, intervenga lo Stato a imporre al popolo bue i nostri libri. Tutti quelli che hanno, non importa se in un cassetto o sui banchi di una libreria, un romanzo che le leggi di natura, la fisiologia umana, permettono di scrivere ma non di leggere. Non si scappa: il tuo vicino di casa potrebbe essere uno scrittore. Come ha dimostrato Bolaño, quando in un paese non funziona più il Parlamento, prosperano i corsi di scrittura creativa. Quindi, tanto vale Torino, che bellissima ci accoglie a mezzogiorno piena di sole e di bandiere italiane.

Marco Lupo, invece, rimane a Roma per vedere com’è senza scrittori.

Forse un dipsomane sta a un lettore come un grafomane sta a un bambino. Non lo so. Cerco un merlo che mi canti una canzone, ma Roma è triste, i passerotti in sciopero della fame, i bambini escono da scuola sfogliando gli Essais, i senegalesi preparano i fagotti per andare a Torino: partiranno all’alba, arriveranno dopo pranzo, digiuni, assetati, saranno puntuali alla conferenza intitolata “L’integrazione nella letteratura comparativa mentre il Corno d’Africa muore”.

Gli scrittori hanno salutato le donne delle pulizie, li ho visti sbatacchiare i palmi dai loro attici fantasma; gli scrittori hanno ritirato le camicie in lavanderia, hanno telefonato ai critici, si sono assicurati di comparire con una copia del loro libro nell’inserto culturale che uscirà dopo la Fiera. I critici hanno chiamato i ristoranti, i ristoratori hanno riservato i tavoli per i critici, i camerieri che scrivono sono stati avvisati, che nessuno avvicini un critico, che nessuno nasconda il manoscritto sotto la camicia.

Così a Roma, per tre giorni, mancheranno i conclavi, i petti gonfi, gli spocchiosi, gli squassapennacchi, gli iconografici, i dispensatori di morale, i narratori che scambiano i ghiribizzi per storie. A Torino, invece, i camerieri suderanno sui manoscritti. In qualche cucina, mentre uno chef con i baffi decora piatti belli ma brutti, un senegalese immaginerà tutta la storia del suo romanzo. Sappiatelo.

Il Salone visto da Massimiliano Di Mino (o anche: paura e disgusto a Torino).

Il mondo è fatto per finire in un bel libro, recita così la scritta della borsa più gettonata alla fiera. La gente la mostra, la riempie, se ne compiace. Non so qual è lo stand che regala tanto al chilo questa paranoia: leggi bene e camperai cent’anni, e (se c’hai culo!) finirai in qualche riga per la quale la gente passeggerà come zombi in questo girone! Anche tu finirai nel popolo eletto!

Forse sono solo io che vedo in questo una grossa iattura, ma c’è da dire che, se il mondo finirà nel gran libro, questo sarà composto di capitoli e di piccoli paragrafi.

Partiamo giovedì notte, il percorso è molto lungo, ma decidiamo con i compagni di viaggio che dormire sarebbe troppo poco ardito, meglio sciogliere l’attesa con qualche birra, tanto più che non toccherà a noi guidare. Partire è un poco morire, anche questa è una iattura non da poco, ma l’ho sempre fatta mia. Ho una paura tremenda dell’automobile e nove ore di autostrada sono un fottio e, solo a volerlo, hai realmente tutto il tempo per rivedere la tua vita, magari riflessa nel finestrino. Inoltre la colazione dell’autogrill, appena rigettata, aiuta queste pratiche divine. Oppure potrei rompere questo incantesimo addormentandomi per un po’, ma sono troppo curioso di vederla in volto questa morte che ora so di certo immanente. Viaggia in grossi mostri: tir, betoniere, pullman che, sembra, siamo costretti ad indispettire, superandoli. Quando acceleriamo troppo, il navigatore emette un suono che ricorda la macchina che segna il battito cardiaco. Scopro anche tante altre cose, tipo che, con il terrore, non solo il corpo si irrigidisce ma emana anche calore. Informazioni utili, che potrebbero finire in un libro di scienza.

Una volta arrivati a Torino mi arrendo alla certezza che anche questa volta l’ho sfangata, ma c’è sempre il viaggio di ritorno. Ma se ho convinto me stesso è più difficile con gli altri. Stai bene? Hai una faccia!, mi dicono, sei morto eh?, chiedono sorridendomi. Forse, farei bene a confessarglielo. Non credo che uno sorrida facilmente alla morte, ma mi è sempre venuto facile suggestionarmi. Diciamo che è un dono che ho sempre avuto, come quelli che riescono a parlare al contrario. Ci nasci, sono fortune. Dunque è fatta: sono morto, quindi eterno, quindi mitico. Meglio così, il programma della giornata è niente male: pranzo frugale innaffiato da tanto vino che rimette il sangue nelle vene, prendere possesso della stanza in ostello, rapido struscio in fiera e doppia presentazione. Non è certo una doccia che mi rimette al mondo, ma in fiera vedo tante facce come la mia, di quelle che partimmo in mille per la stessa guerra, e poi al Lingotto è come in autostrada, si procede in fila nel girone, ogni tanto si sorpassa e qualcuno, che hai incrociato in qualche presentazione o autogrill, ti saluta e clacsona alle spalle: quanto tempo!, come stai?, c’hai una faccia! Ci risiamo, penso. Già detto, già sentito tutto. Forse si muore più per noia che causa incidenti stradali! Poi, tra gli stand, un volto familiare, di uno che di sicuro studia da opinion leader. Mi fa notare che i libri che si vendono di più sono quelli sui vampiri, sugli zombie: su quelli morti. Da lì, fulminea, giunge l’illuminazione: io sono un best seller!

Pier Paolo Di Mino, però, al Gabrio incontra Buddha.

Potrebbe sempre succedere che in mezzo al Salone uno abbia una rivelazione, o, come dice la gente educata, un satori. Magari mi compare davanti Buddha, io lì per lì lo scambio per Bondi, ma lui mi dice, no no, sono proprio Buddha e tutt’al più sono io che scambio te per Bondi, stai al posto tuo. Farsi prendere a bastonate nell’io. Non è facile qui al Salone una cosa del genere, perché all’entrata c’è un impiegato che te lo gonfia, l’io, con un’apposita macchinetta, che poi sembriamo tutti dei Bondi convinti di essere Buddha. La Fiera funziona così: dando per accertato che nessuno viene qui per i libri, si stazione a debita distanza dai banchi, e si stringe la mano a una persona, parlandogli di quello che si sta facendo, mentre l’altro fa altrettanto. L’obiettivo non è tanto sovrastare l’altro, quanto non ascoltarlo. L’obiettivo è la soddisfazione in sé, solipsistica, perfetta, del proprio sé. Sembra facile, ma in realtà è molto stancante. Per ovviare alla fatica ci atteniamo a un protocollo sanitario classico suggerito a chiare lettere già da Hemingway e facciamo amicizia con un barista, uno molto bravo, di scuola junghiana. Così andiamo via dal Salone che ci sentiamo perfino felici, direi in forma.

Del resto era quello che ci voleva, perché la parte impegnativa della serata deve ancora venire: presentiamo in giro il libro di Luca, che è appena uscito. Il senso del piombo non è un libro facile, parla di terrorismo, di eroi fascisti e del funereo fascino che esercitano sulla fantasia.

La nostra prima tappa è il Gabrio, un centro sociale. Chiediamo a Irina di condurci, ma è diventata riottosa, chiusa, ostinata: intuisco che ora anche lei ha un romanzo nel cassetto, e non le va di essere trattata da semplice navigatore satellitare. Per fortuna dentro un’auto, ferma come la nostra al semaforo, troviamo un uomo con delle grosse occhiaie che ci dice di seguirlo.

Le presentazioni sono come la cresima: una certa serie di gesti, di parole, un prete che presenta, il cresimato che sorride e dice quello che deve dire, i fedeli che guardano con attenzione, sorridono e, alla fine, applaudono. Poi la messa è finita. Così, di solito. Ma poi vedi che la bellezza la trovi, certo non gratuita, quando non la cerchi più. Entriamo al Gabrio, e dei ragazzi ci fanno entrare in una grossa sala. Parliamo con loro, e parliamo a turno: uno dice una cosa, l’altro ascolta, poi risponde, e via dicendo. Parliamo nello specifico dell’idea di letteratura di Gramsci, della letteratura popolare d’arte, dell’autonomia dell’espressione artistica. Sono cose che non capitano tra scrittori. Poi ci fanno sedere su delle sedie e un gran numero di ragazzi si mettono in circolo attorno a noi. Messa così non sembra più di stare in chiesa, ma in una piazza greca, fra uomini liberi. E poi lo stesso fenomeno: cominciamo a parlare del libro e i ragazzi fanno domande, sul perché è stato scritto, sul come è stato scritto. Parlano, loro, di mito, della sua funzione, anche del suo impiego. Stiamo un bel po’ così, tra uomini liberi, a discutere di letteratura. Il salone è molto lontano.

Alla fine ci salutiamo. È un peccato doverlo fare, ma ci salutiamo. Presentiamo il libro in altri posti. Dobbiamo pure sbrigarci, perché non conosciamo la città e Irina non vuole sentir parlare di lavoro. È cupa. Si sente incompresa. Dice che è tutto un complotto degli altri scrittori. Per fortuna passa un tizio, un grosso omone e, non ricordo chi di noi gli chiede l’informazione, quello ci indica la strada migliore. Ci ho messo tutta la notte, poi, a capire chi era. Non era Bondi.

Gioacchino Lonobile, nel frattempo, a capo di una squadra, con maglietta della Cricca indosso, partecipa a una grande festa danzante indetta da un editore di prestigio.

ORDO POPVLVSQVE TAVRINVS OB ADVENTVM REGIS sta scritto su di essa. La Grande Madre: divinità femminile primordiale, in cui si manifesta la terra, la fertilità, il femminile come mediatore tra l’umano e il divino. La Grande Madre vede tutto: la nobiltà decaduta che si trasforma in naturale eleganza, generazioni di operai che viaggiano in utilitarie e tricolori che ricoprono le strade della prima capitale. La Grande Madre vede una fiat panda bianca che puzza di olio bruciato, con quattro uomini sopra, tre dei quali hanno affrontato un lungo viaggio e indossano una maglietta nera con un teschio. La Grande Madre vede l’auto fermarsi perché ha trovato posto dall’altro capo della strada e una punto con i cerchi in lega e un grosso alettone posteriore mandare a quel paese i quattro della panda bianca. La Grande Madre vede la memorabile festa danzante a cui nessuno può mancare e le centinaia di persone che vi partecipano e le centinaia di persone che vi partecipano. Si può entrare solo se si ha l’invito, all’ingresso i buttafuori controllano, ma c’è chi riesce a entrare dalle finestre. Orde di editori sull’orlo del fallimento, scrittori che vorrebbero pubblicare e altri che hanno pubblicato a proprie spese. Non ci sono lettori, ma solo gente che dice di aver letto. La sala, con il bar e i balconi con vista sul Po, è stracolma. Sul piazzale una lunga fila. La Grande Madre vede quelli della panda bianca arrivare, temporeggiare con disinvoltura, tra chiacchiere e risate e poi recarsi all’ingresso. I quattro non hanno un invito, ma hanno le giuste conoscenze. Telefonano a un amico che è autore presso la casa editrice che ha organizzato la festa, all’ingresso arriva prima lui poi tre inviti, ma loro sono in quattro. Due entrano, gli altri aspettano fuori. La calca è impressionante, ormai nessuno riesce a entrare dalle finestre. L’amico ripete ai buttafuori di fare entrare i restanti due. Senza invito non si entra, rispondono. Sono un autore! Esclama lui, ma loro non sanno nemmeno di cosa stia parlando. L’amico offeso va via. I due si avvicinano ai buttafuori, spiegano la situazione, in fin dei conti manca solo un invito. Uno degli energumeni li guarda, siete romani? chiede. In realtà sono entrambi siciliani, ma sì vivono a Roma. La calca spinge per entrare, ormai sono rimasti solo quelli senza biglietto. Il buttafuori fa segno ai due, e gli passa di nascosto uno degli inviti che tiene in mano. Ora i quattro della panda bianca si ritrovano dentro, la densità umana presente non permette di muoversi, la musica fa schifo, loro non si divertiranno per niente. La Grande Madre vede tutto questo, ma non se ne cura.

Roberto Mandracchia esprime un parere generale ma disinteressato sul Salone di Torino.

Subito dopo la morte, la salma di Lenin viaggiò da Gorkij fino alla stazione di Paveletsky, Mosca. Nessun vagone piombato, a questo giro. Stalin e soprattutto Feliks Dzeržinskij, capo della Čeka, vollero fare del corpo del rivoluzionario – nonostante egli avesse dichiarato più volte di voler essere seppellito accanto ai suoi compagni – un simbolo da esporre e da venerare in un apposito mausoleo al Cremlino. Lo congeliamo?, si chiesero; Ma sta già cominciando a marcire, non abbiamo tempo, risposero altri; Imbalsamiamolo, propose qualcuno; Imbalsamiamolo, decretarono quasi a una sol voce. L’anatomista ucraino Vladimir Vorobiov e il dottor Boris Zbarsky, a capo di un gruppo di medici, procedettero così all’imbalsamazione. Aggiungi questa cosa qui, estrai quell’altra cosa lì, inietta, spurga. Da più di ottant’anni il sovietico fantoccio viene fatto oggetto di trattamenti e attenzioni affinché appaia come se gli mancasse soltanto il respiro: ogni settimana viene ispezionato per rilevare tracce di muffa o fenomeni degenerativi; ogni anno e mezzo viene immerso per trenta giorni in un bagno di glicerolo e acetato di potassio.

Un po’ come la letteratura, al Salone del Libro di Torino.

Il ritorno: Eva Moretti e i tatuaggi di papà.

Mi ha detto che va a Torino. E’ mio padre, ma spesso lo chiamo nonno perché passo più tempo con il suo, di padre. Gli ho fatto una promessa, al suo ritorno lo abbraccerò e lo chiamerò papà, anche se la prima parola che mi verrà in mente sarà nonno, mi sforzerò di chiamarlo papà, in cambio lui mi porterà i libri: quelli della Pimpa da colorare e i pop up, che quando mi rode, li posso ingurgitare come fossero patatine.

Dice che va al Salone del libro, che non è un salone ma un posto dove ci sono i libri per bambini e i bambini che scrivono i libri.

L’ho salutato dalla finestra con la mano, l’ho chiamato nonno per un’ultima volta, che non si sa mai, che mica è sicuro che tornerà con i libri che mi ha promesso, che le promesse stancano lo spirito, e lui lo sa bene.

Poi mi sono sdraiata sul mio letto, che più di un letto è una culla, ma io sono come un nano e quindi a me sembra un letto grande. Mi sono messa sul letto e ho pensato a questo Salone del libro, pieno di bambini che scrivono libri e di gigantografie della Pimpa, con i bagni pop up che puoi fare pipì ovunque anche se non indossi il pannolino, che a me i pannolini non sono piaciuti mai.

Ho pensato a mio nonno, ops, mio padre, che camminava tra tutti quei bambini che scrivono libri e tra tutti gli animali quadrupedi come la Pimpa che annusano il sedere dei loro simili e passano la giornata a leccare il culo dei quadrupedi più grandi. Cani. Ho pensato a mio padre che camminava tra questi strani esseri leccaculo, con bagni pop up che si aprivano al suo passaggio e una vomitevole puzza di pipì di bimbi cui avevano troppo presto tolto il pannolino. Mi sono chiesta cosa ci faceva lui in quel Salone senza divani ma pieno di scranni scricchiolanti, tra bimbi viziati e senza pannolino, ancora una volta lontano da casa, quasi a volermi costringere a chiamarlo, nuovamente: nonno.

Ho deciso di dormirci su, ho bevuto il mio solito mezzo litro di latte saturo di biscotti tritati e mi sono appisolata sulle immagini lisergiche dei Waybuloo. I Waybuloo sono dei pupazzi idrocefali con le pupille dilatate. Papà dice che ingeriscono delle pasticche che gli fanno gli occhi belli ed è per questo motivo che poi volano e ballano come dei cretini. Comunque i Waybuloo conciliano il sonno, lo dico per esperienza personale.

Dormivo ma la televisione mi sembrava ancora accesa, un Waybuloo con degli occhi azzurri e grandissimi mi tendeva la mano, la afferrai e lui mi tirò e in un attimo fummo sopra l’Italia in miniatura, che io non ci sono mai stata, ma mio nonno, quello vero, sì, e io ho visto le foto. Poi siamo entrati in questo Salone gigantesco pieno di bambini che scrivono e io ho visto mio padre che comprava un libro per me.

In quel momento mi sono svegliata e ho capito tutto, ho capito perché era partito per Torino.

Al suo ritorno mi sono fatta trovare dietro la porta, è entrato porgendomi un piccolo pacco, non ho spiccicato parola e ho preso subito a scartarlo. All’interno c’era il libro che mi aveva comprato al Salone del libro di Torino: “I misteriosi tatuaggi di mio papà”.

L’ho guardato un po’ e poi abbracciandolo gli ho detto: grazie papà.

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