Impressioni Noir

Un bar fumoso dall’atmosfera grigia come il tono della pellicola.

Alain Delon ordina un whisky al tavolo. Il complice, invece, dice di non bere alcol. A questo punto Delon si gira verso il cameriere e, con aria convinta, dice: «Allora un doppio whisky per me».

Un piccolo gioiello noir di Melville: I senza nome, classe 1970.

Uomini umbratili, apparentemente senza debolezze. Passato scomodo e misterioso. Silenzi, cappotto trench abbottonato e perenne fumo di sigaretta che buca la pellicola. E la storia, una storia fatta di personaggi incomodi, magari un Terzo uomo come il film di Carol Reed. Una storia dove non è oro ciò che luccica, dove non intricarsi nelle sue pieghe, non approfondire per non restare trincerati nelle sue macchinazioni e non farsi travolgere nel suo vortice di segreti e peccati .

Ma il noir non è solo fumo, jazz e femme fatale in una pellicola di cellulosa.

Il noir scorre nella vita, oltre l’immaginifico cinematografico. Il noir è qualcosa di più.

«Il noir non è un genere. È un colore, uno stato d’animo, una sensazione» asserì Giorgio Gosetti, professore.

Uno stato d’animo, sensazioni: movimento “dentro”, aggiungerei. Una sommossa dall’interno che si sviluppa piano piano eppoi sfocia fuori; in modo brusco come una pentola a pressione o in maniera subdola come i sonagli di un serpente.

E quando vado a raccontare una storia noir non posso fare altro che sondare “l’altra faccia della luna”, quella che non si vede, quella oscura, interiore, esistenziale. Ognuno di noi ha un lato non illuminato che può venir fuori di botto. La Bibbia stessa ne parla, definendo simbolicamente i reni, organi tra i più inaccessibili, i pensieri più intimi e le emozioni più profonde: una parte di noi che non conosciamo e che può venir fuori da un momento all’altro, senza redini.

Una storia nera ha una forza propulsiva. Il noir è come un cappuccino. Mettiamo poche gocce di caffè nero e bollente in una tazza di latte. Macchieranno tutto il bianco puro in pochi secondi. Quello che prima era candido adesso è macchiato, sporco. A causa di poche gocce. Un cappuccino che rilascia fumo bollente e vaporoso che sale al cielo, alla luce, come qualcosa a lungo rimossa o nascosta e adesso sbrigliata. E un cappuccino non si beve tutto in un sorso perché scotta e brucia dentro. Scotta quanto un segreto celato a lungo.

Questo è quello che più c’è di esistenziale in una vicenda “buia”. Il resto è la struttura, lo scheletro (o gli scheletri) della storia.

Una storia fatta di situazioni spiacevoli, delusioni, rabbia o tragedie improvvise che scateneranno l’Io, il profilo del personaggio; spesso in un irreversibile effetto domino.

Mai come adesso vi è terreno florido per i noir. Mai come in questi decenni.

Il paradosso è che i punti di partenza per una vicenda li fornisce direttamente la cronaca. Il precariato sempre in crescita e il rancore che porta. La perdita del lavoro e la distruzione mentale per non sapere come “mandare avanti la baracca”. La bancarotta di molti stati, le alluvioni costanti, i terremoti, le centrali nucleari pronte a crollare rilasciando chimica tossica nell’aria, come gli ultimi ’80 di Chernobyl.

E il noir non si avvale di effetti speciali all’americana, ma sonda, entra nei pori mentali della gente sempre più introversa e disillusa, scardinando ciò che potrebbe portare al punto clou della vicenda, ossia l’effetto “pulp”.

Come pulp sono tutti gli episodi di cronaca non più inverosimili come una volta, dove il vicino del piano di sopra imbraccia un fucile, scende la rampa delle scale e suonando al vicino del piano di sopra gli spara per la musica troppo alta. O come l’episodio dell’accoltellamento di due attempati tifosi, ognuno in difesa della propria squadra.

Il noir è una piccola storia nell’immenso mondo, a mio parere. Una piccola, sofferta storia che volterà piano piano, senza ritorni, alla tragedia.

Una sensazione che poi diventa stato d’animo sempre più sofferto man mano che procede la narrazione.

Una storia di cronaca. Una piccola, nera storia di cronaca.

Poco tempo fa ho visto l’ottimo Animal Kingdom di David Michôd: una storia criminale, “scorsesiana” e a tinte noir. La vicenda racconta di un casato di parenti criminali a Melbourne che, sotto pressione della polizia, si fanno fare fuori (e si fanno fuori ) l’un l’altro per un crollo mentale progressivo, a causa della morte di alcuni d’essi e dalla paura di esser presi. Un crollo che fa perdere lentamente la ragione. Rabbia, rancore e irrazionalità a poco a poco porteranno al cedimento psicologico e all’inevitabile tragedia.

Ho pensato: e se si cambiasse la struttura iniziale? Invece di parlare di una famiglia di criminali si potrebbe parlare di una famiglia di onesti lavoratori, in cui il primo perde il lavoro per una crisi e la disperazione lo porta a togliersi la vita. Gli altri parenti verranno investiti da un alone di pessimismo e rancore che li farà compiere gesti avventati.

Subito dopo questa riflessione una vena di malinconia mi ha pervaso. Non è un racconto, dissi tra me e me, è cronaca odierna.

Il noir è intriso nell’aria.

«Il noir, come il mercurio, si moltiplica di fronte ad ogni tentativo di afferrarne definitivamente la sua essenza» ha scritto Leonardo Gandini.

Forse è meglio berci un po’ su, forse no.

Un doppio whisky, semmai. Con Alain Delon e con indosso il trench di Bogart.

Gionatan Squillace

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4 Responses to Impressioni Noir

  1. Alessandra says:

    bel pezzo

  2. Alessandra says:

    sentimentale, passionale, per niente lezioso. quando la critica viene fatta da un cinefilo e non da un critico

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