La legalità? Attenti a quando scade! /2

Dopo aver specificato che la legalità è un valore relativo ed esterno perché cambia a seconda delle leggi e non pretende una spinta interiore, dovremo porci una domanda: cosa spinge gli uomini a produrre delle regole? Cosa vogliono raggiungere con l’edificazione d’un palazzo di leggi e norme? D’istinto si risponderebbe che vogliono la giustizia, confondendola erroneamente con la legalità (che dovrebbe invece essere un modello di saggezza). Ma è non è del tutto ridondante specificare che esse sono due cose radicalmente differenti: la legalità è la “giustizia” degli uomini, la Giustizia vera e propria è un concetto che solo Dio (se esiste) conosce.

Di conseguenza, nessuna legge è perfetta perché nasce dalla mente limitata dell’uomo, che attraverso la legalità tende alla giustizia senza mai arrivarci. Per questo le leggi (compresa la regola giustinianea) sono solo palliativi che vorrebbero punire i prevaricatori e preservare i prevaricati, condannare chi non osserva la norma e tutelare chi l’osserva: difendere, in pratica, i “buoni” e punire i “cattivi”. Approfittando del proposito di analizzare quella regola di Giustiniano, smembriamola e anatomizziamo col microscopio ciascuno dei tre termini in cui essa si articola:

1. Honestae vivere. Giustiniano esprime così il concetto sopra espresso: tutela il buoncostume e punisce i malvagi; dice di vivere onestamente secondo il buonsenso, secondo il rispetto di quelle regole del buon vivere che formano il concetto di legalità e penalizza quelle persone che infrangerebbero la legge. Ma che intende per “onestamente”?

2. Alterum non ledere. Si ribadisce il concetto di giustizia: punisce il malcostume e preserva i buoni; dice di non danneggiare il prossimo, cioè di agire nell’osservanza della pace, mettendo da parte cattivi propositi ed evitando di danneggiare le persone che invece sono nella legalità. Soprattutto c’è la velata condanna a farsi giustizia da soli.

3. Suum cuique tribuere. Ancora una volta ecco la giustizia: riconoscere a tutti ciò che loro spetta; ritorna la tutela delle persone giuste che potrebbero essere vittime della malvagità altrui.

Ecco, quindi, che anche le regole che Giustiniano aveva dato – benché possano avere una valenza “indifferentistica” – si ritrovano nell’utopia della ricerca della giustizia.

Indifferenza e giustizia: un binomio del tutto inusuale.

La legge, strumento per la ricerca della giustizia, è in realtà un’alleata del ben più fulgido motore della giustizia: l’atarassia.

È necessaria l’indifferenza perché la giustizia, come la vede Giustiniano, possa avere luogo, altrimenti si ritorna a quella che i greci chiamavano “giustizia di Radamante” (come la nomina esplicitamente Aristotele nell’Etica nicomachea: V, 8), ossia la legge del taglione: ideale pitagorico di armonia che si fonda sulla reciprocità proporzionale, come ricorda Anne Baudart nel suo esemplare Socrate e Gesù. Infatti sia Socrate che Gesù, come a monito per il Corpus, sottostanno a una legge che non è quella del taglione, a una legge il cui castigo non è “retribuzione” bensì “intimidazione”: la pena non è commisurato al delitto. Per accettare ciò è necessaria l’indifferenza.

 Epigono debordante di Socrate, per Platone la giustizia è racchiusa nell’osservanza dei propri compiti e nell’equilibrio con cui lo Stato organizzerà le tre classi sociali in cui è diviso (secondo il disegno tracciato dal filosofo nella Repubblica le classi sociali di questo Stato utopico sarebbero state: quella dei filosofi, quella dei guerrieri e quella degli artigiani, per analogia con la tripartizione dell’anima in intelletto, passioni animose e passioni sensibili).

Aristotele distingue la giustizia commutativa da quella distributiva. La prima consiste nel restituire a ciascuno quanto ha dato o l’equivalente. La seconda consiste nel distribuire in base ai meriti onori e sostanze.

Una giustizia paritaria, che attraversava la popolazione orizzontalmente, da una parte; e una concezione di giustizia meritocratica che si muove verticalmente dal più meritevole al meno meritevole, dall’altra parte.

 

Antonio Romano

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