Lo scherzo

Quello che segue è il quinto e ultimo racconto (qua il quarto) ispirato ai disegni di Lucamaleonte e scritti appositamente per la serata di letture tenutasi al Laszlo Biro il 5 maggio.

 

Lo scherzo

di Antonio Romano

 

 

Da quando si era trasferito non aveva più dormito molto bene, ma aveva preferito essere più vicino al lavoro. Si diceva che era il materasso, ma se poi ci pensava attentamente, l’insonnia era cominciata quando avevano cambiato il nome: lui era abituato a “lavori pubblici”, poi s’erano inventati questa cosa delle “infrastrutture e trasporti” che a lui era sembrata proprio una sbruffonata, ma ovviamente nessuno gli aveva chiesto se a lui andava bene, dopo tutti gli anni che ci aveva lavorato.

Però, da quando si era trasferito, anche il momento del risveglio era diverso. Prima il bersagliere lo vedeva solo entrando in ufficio. Adesso lo perseguitava anche al momento del caffè, la mattina: non ne poteva più, gli faceva venire l’ansia.

Questo stava pensando, quella domenica mattina, mentre annodava la cravatta e ricordava mentalmente a se stesso di passare in pasticceria per prendere i dolci per sua nonna. L’unico vizio della vecchia, da consumarsi solo alla fine del loro tradizionale tête-à-tête mangereccio della domenica. Lui non era mai mancato ai pranzi domenicali con la nonna. Le voleva molto bene e giocava con lei come quand’era bambino, facendole come allora un mucchio di scherzi.

La tattica era la solita, affinata col tempo: si era nascosto dietro lo stipite della porta e ascoltava i passi strascicati arrivare. Non appena calcolò un’opportuna prossimità, saltò fuori e fece un bù piuttosto modesto: non voleva far spaventare troppo la sua adorata nonna, solo darle il piccolo brivido dello scherzo più vecchio del mondo.

Lei, come al solito, emise un piccolo urlo e sollevò la testa in quel modo particolare che significa solo che si sta incassando e digerendo un modesto spavento. Lo riprese con la consueta rabbia bonaria e lui rise di cuore.

Pensava spesso a quel gioco fra loro, dove lei si spaventava sempre nella stessa maniera e lui evitava di urlare troppo forte bù. “Povera nonna”, si disse in quell’occasione, “se glielo urlassi più forte ci resterebbe secca”, e ridacchiava fra sé e sé.

Ma il gioco era consolidato da anni, i rischi ridotti al minimo e tutto sommato era la spina dorsale di quel rapporto affettuosissimo fra nonna e nipote, l’una comprensiva per vocazione e l’altro discolo per contratto.

Si potrà dire allora che l’idea che subito dopo iniziò a formarsi nella sua mente potrebbe aver preso abbrivio da un cortocircuito, da un eccesso di zelo coglionatorio, da un malinteso senso della vita. Si potrebbe teorizzare che fu più colpa di un momentaneo lambiccamento, un cazzeggio innocuo e cialtrone. Si potrebbe benissimo.

Subito dopo essersi detto che un bù più forte l’avrebbe uccisa, s’immaginò il dispiacere che avrebbe provato se lei fosse morta e il dolore costernato se ne fosse stata lui la causa con le sue stronzate infantili. Si figurò la camera ardente, i parenti e gli amici tinti a nero di seppia scappellarsi sotto il ragno del portone, i necrofori a fumare in attesa che iniziasse il corteo sul balconcino (sbalorditiva la loro somiglianza coi grifoni, sbalorditivo l’ironico Labor sopra di loro), il corteo a serpente sotto il lampadario dell’arco davanti alla fontana. Avvertì all’addome la fitta dei dolori immaginati, quella fitta pesante che subito dopo si tuffa con sollievo nella realtà.

A questo punto, probabilmente, si colloca il cortocircuito.

Si disse che non avrebbe potuto, soprattutto in quell’ipotetica occasione di colpa, fare un bel dietrofront dalla linea di fuoco della goliardia. Ne aveva fatto una bandiera, la dichiarazione d’intenti di una vita: poteva mai sputarci sopra nell’attimo supremo della morte, massimo oggetto d’irrisione? No, non avrebbe mai potuto: ne sarebbe andata di mezzo la sua stessa identità. E allora, l’unico modo in cui avrebbe potuto presentarsi in società dopo quell’atroce sciocca morte, sarebbe stato quello cinicamente spensierato e sardonico del buffone gaudente.

Ulteriore cortocircuito: quell’idea, di se stesso nelle ultime panche della chiesa, col ciglio asciutto e la battuta pronta a lasciare stupefatti tutti quei tremebondi luttuosi vegliardi, cominciò a piacergli. Se l’accarezzava come un culo di donna. Quando ci s’immedesimava, riusciva perfino a sentirsi come una sorta di Savonarola della beffa, l’Erasmo della bestemmia. Ecco, sì: un appartatissimo Monicelli, che teneva solo per sé il proprio spirito e la cui genialità si sarebbe persa nel vento a suggello della propria incommensurabile distanza dall’umanità.

La scena, nella sua semplicità, lo faceva godere al punto tale da dimenticare il dolore che l’avrebbe consentita. Al meridione, con l’eccezionale proprietà di linguaggio degli idiomi dialettali, si sarebbe detto subito che quella scena era una fascinazione e che lui ne era stato affascinato. E proprio della magia aveva il sapore quel repentino innamoramento per la morte di sua nonna.

Giunta la sera, andò in cucina e le diede due baci sulle guance dicendo che sarebbe tornato la domenica seguente. «Sei un bravo ragazzo,» gli disse. Si abbracciarono, si scambiarono qualche altra parola e poi le diede un ultimo bacio sulla fronte.

Uscì dalla cucina e urlò un ultimo «Ciao» dalla soglia della porta di casa. Richiuse la porta e si tolse le scarpe. Leggero come un capello ritornò sui suoi passi, delicato al punto da non essere udito nemmeno ripassando davanti alla cucina dove sua nonna lavorava a maglia.

Entrò nella sua camera da letto, si rimise le scarpe, si nascose sotto il letto e lì rimase, in attesa che andasse a dormire.

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