La società dello spettacaaargh! – 2

[La società dello spettacaaargh – 1]

Caro Jacopo,

il senso di questo dialogo a distanza mi fa pensare a una partita a scacchi per corrispondenza: un contesto in cui la cadenza settimanale è un compromesso, in questo caso felice, tra problemi da affrontare e tempo a disposizione per trovare una risposta. Dico «compromesso» perché, per quello che mi chiedi, sospetto non mi basterebbero mesi, o addirittura anni, per rispondere come si deve! E dico «partita a scacchi», invece, perché gli scacchi sono un modello logico e dialettico in cui chi comincia per primo, in questo caso tu, introduce un tema, e la replica del secondo giocatore, in questo caso io, deve tenere conto di questo tema, accoglierlo, e svilupparlo replicando con la propria mossa, secondo regole cui non è possibile sottrarsi senza incorrere in errori. Ma poiché errare è umano, tu, mi raccomando, metti in luce con franchezza i miei errori, perché a scacchi, come recita un fondamentale assioma, “vince chi fa il penultimo errore”, e di sicuro io ne farò, non avendo tutto il tempo di cui ho bisogno per risponderti ogni volta, e non essendo certo un Kasparov. Io farò altrettanto con i tuoi errori, quando li noterò, per le stesse ragioni e con lo stesso spirito che chiedo a te. Esplicito ciò perché credo non ci sia bisogno d’essere spietati tra noi: lasciamo la spietatezza a chi guarda all’altrui errore con occhio torvo. Del resto non si tratta di vincere, quando si gioca a scacchi, non si tratta di volgare competizione o di sentirsi e mostrarsi bravi (bravi in cosa e per cosa poi?). Si tratta di una lotta per capire qualcosa il cui senso può palesarsi solo attraverso il gioco e attraverso l’altro, attraverso la perturbazione di uno stato altrimenti inerte quale è quello dei pezzi disposti su una scacchiera prima che i giocatori inizino la partita. Sia il risultato una conseguenza il più possibile naturale di quanto esposto finora. Perciò voi che assistete alla partita, mi raccomando: non suggerite e non fate troppi pettegolezzi tra una mossa e l’altra, perché qui abbiamo bisogno di concentrazione!

Ho facile e immediata empatia verso i turbamenti di cui mi parli, e comprendo dunque molte delle difficoltà che confessi, avendole vissute in molti casi nella mia vita, ed avendo a volte recepito i tuoi umanissimi sfoghi.
Mi pare di capire che, nel tuo progressivo mettere a fuoco «il primo filo che capita» tirato dalla matassa, sia però il caso di dare un nome più preciso e azzardare una definizione per questo filo, anche perché, mi pare, forse non si tratta di un filo solo, ma di due: e bisogna dunque capire se sono due fili che sono intrecciati perché dalla matassa sono stati tirati via insieme, o se è un unico filo composto dall’intrecciarsi di due cordicelle. Non è da escludere che, in virtù di quella empatia di cui ho parlato prima, le mie mani si mostrino goffe nel maneggiare il filo, finendo per annodare quello che tu hai sbrogliato, o muovendosi con una velocità tale da confonderti. Non è da escludere, infine, che io abbia bisogno di cambiare occhiali, ma in questo caso spero vorrai scusarmi!
Tu parli di «battute sessiste», «automatismi idolatrici», «tic del linguaggio», e parli di un potere che, sospetti, di esse si nutre, e di cui è bene imparare a liberarsi. Ecco, io allora ho bisogno, per meglio rispondere e non incorrere in fraintendimenti che snaturerebbero la discussione, che tu mi definisca queste manifestazioni, e soprattutto questo potere. Una volta che saranno definiti entrambi, propongo, si potrà discutere di come interagiscono, di come il sangue di uno nutra quell’altro, e passare poi a parlare della possibilità del liberarsi, dei confini, eccetera. Sempre che, sia chiaro, nel procedere della discussione non emergano elementi degni di attenzione, o da chiarire, e che ora non sono visibili perché troppo aggrovigliati.

Vedi, Jacopo, non mi pare che queste manifestazioni volgari siano una faccenda degli ultimi anni, o della nostra generazione. Nel dirlo penso a un film come Il sorpasso di Dino Risi, dove Gassman dà volto, corpo e voce all’italiano medio Bruno Cortona, qualunquista e superficiale che, in tema di alienazione, preferisce Modugno ad Antonioni («Hai visto L’eclisse? Io c’ho dormito, ‘na bella pennichella…»). Penso alla Trilogia di Vigevano di Mastronardi (Il calzolaio di Vigevano, Il maestro di Vigevano, Il meridionale di Vigevano), dove il microcosmo della provincia del nord Italia, tutta presa dalla cultura del fare e del denaro, dal disprezzo per gli improduttivi statali e per gli sporchi immigrati, sa essere metafora di quella società, ma anche profetica ombra arrivata fino al nostro presente. E andando ancora indietro nel tempo, penso al Leopardi del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani, che parla dell’abitudine italiana a svilire e livellare tutto e tutti con feroce e impietoso umorismo, quasi disinteressandosi dell’oggetto di scherno, della sua complessità e del suo valore, ma tutto concentrato sul buttarla in risata, una risata amara e cattiva, nichilista nella pratica:

In Italia il più del riso è sopra gli uomini e i presenti. La raillerie il persifflage, cose sì poco proprie della buona conversazione altrove, occupano e formano tutto quel poco di vera conversazione che v’ha in Italia. Quest’è l’unico modo, l’unica arte di conversare che vi si conosca. Chi si distingue in essa è fra noi l’uomo di più mondo, e considerato per superiore agli altri nelle maniere e nella conversazione, quando altrove sarebbe considerato per il più insopportabile e il più alieno dal modo di conversare. Gl’Italiani posseggono l’arte di perseguitarsi scambievolmente e di se pousser à bout colle parole, più che alcun’altra nazione. Il persifflage degli altri è certamente molto più fino, il nostro ha spesso e per lo più del grossolano, ed è una specie di polissonnerie, ma con tutto questo io compiangerei quello straniero che venisse a competenza e battaglia con un italiano in genere di raillerie. […] Gl’Italiani non bisognosi passano il loro tempo a deridersi scambievolmente, a pungersi fino al sangue. Come altrove è il maggior pregio il rispettar gli altri, il risparmiare il loro amor proprio, senza di che non vi può aver società, il lusingarlo senza bassezza, il procurar che gli altri sieno contenti di voi, così in Italia la principale e la più necessaria dote di chi vuole conversare, è il mostrar colle parole e coi modi ogni sorta di disprezzo verso altrui, l’offendere quanto più si possa il loro amor proprio, il lasciarli più che sia possibile mal soddisfatti di se stessi e per conseguenza di voi.

E andando ancora e ancora più indietro, penso a Dante, che nel canto VI del Purgatorio esclama:

Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave sanza nocchiere in gran tempesta,

non donna di province, ma bordello!

Tutti esempi in cui quel potere di cui parli non è magari direttamente o automaticamente visibile, ma in cui sono certamente visibili i suoi effetti più volgari sulla società, e sull’individuo che la osserva e che vive in essa. E ho citato queste autorevoli ed eterogenee voci proprio per farti capire che è un problema inerente la matassa da te scelta, e non dunque i miei occhi o le tue mani, tanto è vero che forse ho esagerato, e di esempi ne ho fatti quattro, quando magari ne sarebbero bastati di meno.

Per cui, per favore, definiamo insieme meglio queste manifestazioni che danno il loro sangue, come dici tu, e definiamo meglio poi questo potere. D’accordo?

Matteo Pascoletti


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24 Responses to La società dello spettacaaargh! – 2

  1. Fatjona says:

    Definite velocemente e arrivate al dunque perdiana!

    🙂

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