Impromptu #5

[Riproponiamo qui un testo di Giorgio Fontana pubblicato sul suo blog]

Quello del piano di sotto – un barbiere pugliese in pensione, arrivato qui nel ’62, prima residente all’Isola, poi rimasto vedovo e da allora lì in via Frua, di fianco all’officina, un figlio a Roma – quello del piano di sotto mi mandava a comprare la “Settimana Enigmistica”. Faceva fatica ad alzarsi, diceva, diabete, diceva, sto per morire, soffiava: ma secondo me stava benone. Era così allenato con i cruciverba che pur non avendo studiato li azzeccava quasi tutti: “La cosa peggiore”, mi diceva, “è quando ti rimane una sola parola buca, e per quanto ci provi non ti viene, non ti viene proprio.”

Era quasi inverno. Fu in quei giorni che Leo – un pomeriggio, tornando dal turno di lavoro: non un’alba da ubriaco, non un venerdì sera, non in un momento di romantica disperazione: un mercoledì pomeriggio – comprò il suo biglietto per Porto. Perché Porto? Che domande. Era la solita storia: conosceva qualcuno che conosceva qualcun altro, lui il portoghese lo masticava – non ricordo nemmeno perché – e costava poco, e poi di fondo una città valeva l’altra: nel labirinto delle possibilità di quegli anni ogni cosa si equivaleva, e in questo non aveva torto: rimanere a fare il commesso part-time da Rizzoli in Galleria, di contratto in contratto, non era molto diverso dal perdersi su un colle umbro e vivere di bacche, oppure bruciare quanto rimasto in un viaggio a Los Angeles e poi tornare a ubriacarsi al bar di paese – o ancora, come aveva fatto Michele, andare in Africa con una ONG a scavare pozzi e curare bambini: nient’altro che la medesima inquietudine, la stessa assenza di terra sotto i piedi, lo stesso ideale piegato secondo le forme del momento: follia, rock and roll, santità da quattro lire.

Leo, bisogna ammetterlo, su questo almeno taceva. Aveva fatto la somma dei propri averi spirituali (magra, sottile, imbarbarita da troppe assenze e troppi abbandoni) e aveva deciso di conseguenza. L’ennesimo uomo in fuga, senza nemmeno più un’epica a custodirlo. Niente. Il nudo realismo delle cose, della roba resa equivalente: il bonifico a fine mese e le aurore oceaniche di Porto.
Quello che altrove poteva sembrare libertà – e lo era – a noi sembrava spesso una prigione sottile. Qualcuno un giorno, probabilmente fra gli otto e dodici anni, ci aveva raccontato che l’amore poteva salvarci tutti. Ed eravamo cresciuti con quest’idea: la salvezza, l’amore. E ora? Solo i cinici sembravano sopravvivere. O i santi. Io e Leo eravamo due ragazzi qualunque.

Due sere dopo comprammo del cabernet al PAM e andammo a berlo in fondo alla strada, dove il naviglio della Martesana curva all’improvviso verso sinistra, in via Idro, e diritto poco oltre c’è l’ultimo frammento di via Palmanova, e la tangenziale est, e la fermata di Cascina Gobba, e il mercato degli slavi dove partono e arrivano le camionette per l’Ucraina, cariche di cibo e corpi.
Faceva freddo. Leo armeggiò con il cavatappi. Io mi aggiustai i guanti e gli chiesi di dirmi come si sentiva. Sarebbe partito entro una settimana, probabilmente era la nostra ultima sera insieme, poi doveva tornare dai suoi a Bergamo, e fare il solito, patetico ultimo tentativo con Chiara, e licenziarsi, e credo ritagliarsi due giorni di droga sulle montagne con gli amici d’infanzia – e chissà cos’altro.

“Boh”, rispose. “Non lo so.”
“Quindi finisce tutto così, con un non so.”
“A quanto pare.” Fece un sorso, poi mi puntò la bottiglia contro: “Non so che dirti, davvero. Ho la testa vuota. E poi che cazzo devo raccontarti. Sono partiti in troppi prima di noi, e ogni viaggio è lo stesso, e ogni addio una boiata.”
“Forse hai ragione.”
Si fece più serio, di colpo.
“Vorrei sapertelo dire”, sospirò. “Ma non mi viene proprio.”
“Forse hai ragione”, ripetei, senza motivo, e presi un sorso anch’io.

Poi ripensai al vecchio pugliese. La parola che manca. Sai che è lì, a un millimetro di distanza dalla tua penna – hai tutti gli strumenti per coglierla, tutto il tuo sforzo e il tuo tempo sono stati dedicati a scavarla fuori dal resto delle caselle bianche – sai che esiste, soprattutto, sai che non è una chimera né un compito posto all’infinito: è la chiave che apre un regno, finisce una storia, la parola che addormenta di fronte al camino, ma tu non la trovi.

E’ lì, da qualche parte. E non la trovi.

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