La legalità? Attenti a quando scade! /3

Col Giusnaturalismo osserveremo la nascita di una concezione di giustizia che si basa sulla reciprocità, come la giustizia commutativa di Aristotele, e sul sistema di limitazione reciproca (secondo cui la propria libertà finisce dove comincia quella degli altri). E in ogni caso si tratta di un diritto connaturato con l’uomo, anteriore a qualsiasi altra legge scritta.

Avremo un cambiamento radicale con Hobbes, che teorizzerà l’esistenza del diritto naturale di tutti su tutto, che automaticamente si vanifica piombando nell’ambito della casualità e dell’arbitrio soggettivo. Egli sosteneva – rientrando pienamente nell’ambito del nominalismo – che se non vengono scritte leggi, non è possibile infrangerle; per questo, finché non si trova un capo assoluto a cui affidare il destino della comunità, le leggi non esisteranno e tutti potranno agire liberamente secondo il suddetto diritto che tutti possono vantare nei confronti di tutto. Insomma, ci dice che non esiste alcuna regola a cui dobbiamo sottostare che non abbiamo codificato noi stessi. Per dovere di chiarezza, inoltre, bisogna dire che perfino Hobbes aggiungerà che serve un capo a cui sottomettersi per poter trovare un ordine in cui vivere serenamente.

Nel Settecento e nell’Ottocento, il valore di giustizia viene accoppiato o assorbito da altri valori come l’utilità sociale, la felicità della maggioranza della popolazione o la pace e la convivenza intese come rispetto reciproco e reciproco limite. Mosse, in Sessualità e nazionalismo sottolineerà come la riuscita del matrimonio borghese (quando di divorzio non se ne parlava) era da attribuire alla condotta abitualmente fedifraga dei mariti e spesso anche delle mogli: un argomento su cui, se parliamodi giustizia morale ed etica, varrebbe la pena di soffermarsi.

Verso la fine del XVIII secolo, la letteratura socialista intenderà la giustizia come l’uguaglianza politica e sociale delle persone. Arriviamo praticamente ai giorni nostri con John Rawls che riprenderà il concetto classico di giustizia, identificandola con la distribuzione equa di costi e guadagni fra i partecipanti all’impresa sociale, i quali sono scelti da un soggetto che garantisca il rispetto dell’equità.

Poiché la legalità arriva a identificarsi con la giustizia – dal momento che cerca di portarla fra gli uomini – possiamo dire che, con le varie interpretazioni di giustizia che si sono viste attraverso i secoli, anche quella di legalità sarà variata.

Attraverso le varie civiltà, legalità e giustizia sono state l’osservanza dei propri compiti, la reciprocità degli scambi e la premiazione meritocratica, un diritto congenito che mi dice che la mia libertà finisce dove comincia quella del mio prossimo, una regola che ci si dà quando si trova un capo e che prima non esisteva, l’utilità sociale, la felicità della maggioranza, l’uguaglianza politica e sociale, la distribuzione equa dei costi e dei benefici dell’impresa sociale. La legalità è stata questa girandola di significati per secoli, una sciarpa cangiante che mutava a seconda del significato che gli uomini attribuivano al valore di giustizia.

 

Antonio Romano

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