Il nuovo Collettivomensa: CAPEZZONE

Sorry but Juliet is dead di Vanni Santoni

“Sorry but Juliet is dead. Please stop that.”

Lo sapevo che a frequentare i siti di appuntamenti non se ne cavava nulla di buono. Ore a fare test, ore a spulciare profili, finalmente trovo una che mi piace – e anche l’affinità, non vi dico: uno spettacolo, a sentir loro – le mando i messaggi privati e non mi risponde. Ora i miei messaggi privati sono carini, divertenti, insomma, non è che copio-incollo una cazzata e la invio a tutte, scrivo solo a quelle che mi piacciono, faccio dei riferimenti alle cose che hanno scritto nel loro profilo, lancio degli spunti ariosi, evoco, intrattengo, faccio pensare, mi impegno insomma, è normale che una mi risponda. Lei invece niente. Io allora – Internet, si sa, ci ha resi tutti così – ne ricostruisco i dati essenziali, le becco il MySpace – bello trovarlo c’erano tipo quattro foto nuove che non aveva messo sull’OkCupid – insomma lo trovo e subito le scrivo, e lei non risponde, le lascio allora un messaggio pubblico, un commento: niente. Ne lascio un altro, un altro ancora, e poi mi arriva quel commento là, da una sua amica. Una ragazza che mi piaceva, ed era morta.

Mi era capitata una cosa simile a inizio anno, a dire la verità: c’era questa ventenne androgina, che prendeva a volte il treno quando lo prendevo io. Erano ore da gente che si sveglia tardi e alla stazione eravamo spesso soli. La prima volta ci notammo perché avevamo le stesse scarpe, Osiris da skate, nere, a panettone. Di solito quando arrivavo al binario lei c’era già, allora ci guardavamo. A volte anche solo a cinque o sei metri l’uno dall’altra, se avevamo un libro da leggere. Certi giorni sembrava un ragazzo ed era molto bella, gli occhi e le ciglia affilate. Parlammo una volta sola, il tempo di sapere che si chiamava Elena. Poi un giorno, sulla Nazione, proprio al bar della stazione, vidi la sua faccia (sembrava ritagliata da un album scolastico, di certo non l’avevo mai vista coi capelli così lunghi): l’occhiello, sotto al titolo Ketamina: dose mortale per una valdarnese, diceva Aveva vissuto a Bologna, frequentava un giro di “punk-bestia”. Scritto così. A ripensarci oggi, vive nella mia memoria come uno di quei primissimi, timidi amori che si hanno da bambini.  

Il racconto continua su CAPEZZONE, il nuovo numero del Collettivomensa, autoproduzione di letteratura e arte, ideata nel 2008 a Firenze da tre giovinotti lucani che non sono né un collettivo, né una mensa, ma un Collettivomensa. Dopo Non si esce vivi dall’underground e L’immaginazione al dovere, CAPEZZONE è il nuovo albo di racconti e fumetti che registra ancora una volta collaborazioni con i migliori autori della penisola, quasi 200 pagine di racconti, fumetti, foto, arte, illustrazioni, poesie, intorno a un tema, uno e trino: CAPEZZONE, ovvero: fastidio, disgusto e angoscia, – tre cantiche dell’inferno di una probabile terrena commedia. Nomi noti e sconosciuti per la stessa sfida degli altri numeri: per i più noti cimentarsi fuori dalla “produzione” in uno spazio completamente slegato dalle prospettive dell’editoria commerciale, per i meno noti provare a stare a livello, fuori dalla bellettristica. Perciò, se non ci stai il ricatto è abbastanza facile. Gli speciali del Collettivomensa sono opere uniche, blocchi di marmo, irripetibili, fuori dal contingente e dal contesto, aperiodiche, forse più che un semestrale, il Collettivomensa è una Biennale. Senza mettere in risalto solo i big, ecco tutti gli autori, dal primo all’ultimo, sullo stesso piano, che è un piano altissimo: Akab, Amanda Paganini, Andrea Aureli, Andrea Bovo, Andrea Bruno, Angelo Zabaglio, Antonio Speciale, Benedetta Torchia, Ciro Fanelli, Claudia Ragusa, Claudio Delicato, Collettivomensa, Domenico Topazio, Dottor Pira, Elena Rapa, Fabio Tonetto, Fabrizio Gabrielli, Federica de Ruvo, Filippo Balestra, Francesco Cattani, Francesco d’Isa, Gianluca Garrapa, Giulio Giordano, Gregorio Magini, Hogre, Iacopo Barison, Isabella Pedaci Depica, Jacopo Nacci, Kyon, Leandro Picarella, Luca Bernardi, Maicol & Mirco, Marco Cazzato, Marco Corona, Marco Purè, Massimo Niccolai, Massimo Pasca, Massimo Vitali, Matteo Salimbeni, Michele Risi, Nigraz, Paolo Cattaneo, Paolo Moretti Pentolino, Puverille, Riccardo Guasco, Robert Gligorov, Roberto Biadi, Roberto Dramis Ink, Sara Pavan, Silvio Giordano, Simona Ragnolini, Simone Cortese Ilovetu, Simone Lucciola, Simone Rossi, Stefano Boring, Toni Bruno, Tostoini, Vanni SantoniVeronica Leffe, Walter Giordano, Antonio Pronostico, Fabiagio Salerno, Sacha Biazzo.

Su sto numero c’è pure la Madonna.

CAPEZZONE sarà possibile vederlo per la prima volta al CRACK! di Roma, Festival internazionale di fumetti e arte disegnata e stampata che si svolgerà al Forte Prenestino dal 16 al 19 Giugno, dove il Collettivomensa ha in serbo una bella sorpresa per tutti i disgusti. Per riceverlo direttamente a casa tua, è possibile acquistarlo online QUI.

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13 Responses to Il nuovo Collettivomensa: CAPEZZONE

  1. che poi quel racconto lo scrissi per ruzzo, per far da contraltare a Magini che a ogni Colmensa scrive un ponderoso capolavoro… ^_^ il 27 alla Cité di Firenze verrà presentato il numero con guest star il Galimba, non mancate.

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  4. Massimo vaj says:

    Ecco… io la cosa dei nomi in neretto, inoculati tra quelli in grigiolino, la trovo squallidissima, altro che scrittori fuori da ogni prospettiva e che si pongono “sullo stesso piano”.
    No, no, il neretto qualcosa dice. Dice che ce ne sono alcuni che hanno taglie diverse. La diversità è sempre un bene, quando non si tratta di aspetti maligni che si differenziano tra loro, e questo mi sembra uno di quei casi che ricordano gli eterni conflitti infantili tra personalità che stanno sulla punta dei piedi. Ma a chi è venuta in mente una cosa così ridicola? Eppoi, suvvia, dare a un nome così pieno di dignità istituzionale il ruolo di titolare una rivista… senza aspettare che il personaggio in questione abbia finalizzato il suo primo e ultimo sciopero della fame e della sete…

  5. @Massimo: quei neretti dicono semplicemente che quelle persone, nel corso del tempo, hanno collaborato con il nostro collettivo.

  6. Massimo vaj says:

    La qual cosa le rende degne di merito… 😀

  7. Massimo vaj says:

    Di fronte all’importanza che ha, in quel contesto, il trovarsi sul medesimo piano di collaborazione in un’impresa che ha, tra i suoi valori migliori, l’assenza di una competitività che striscia nell’organigramma aziendale, sgomitando sui denti, avete ritenuto essenziale creare una divisione basata sul tempo di collaborazione? Se foste commercianti di vecchie automobili non ne vendereste mezza.

  8. Va bene Massimo, c’hai ragione… e io che pure ti rispondo 😀

  9. Massimo vaj says:

    Di solito sono ignorato dal mondo intero. Probabilmente sarebbe il caso di andare a farti una radiografia di controllo alla ghiandola pineale.
    Per come la vedo io l’inclinazione a formare gruppi, che ultimamente hanno gli scrittori, è la via peggiore per tentare di nascondere la rabbia generazionale data dal non avere un agevole accesso al mondo dell’editoria da ricettario di cucina.
    Altri dovrebbero essere i princìpi che legano tra loro autori tesi al miglioramento delle dinamiche che la condivisione di valori necessita per potersi avviare. Intanto questi valori, che avranno la dignità di essere dei princìpi, dovranno essere chiariti, e da quelli non si dovrà deviare. Non basta essere rabbiosi, occorre proporsi come alternativa ai rapporti basati sul guadagno e sul clientelismo. Questo non implica il regalarsi per morire di fame, ma il vendere a un giusto prezzo il frutto del proprio impegno. Significa creare momenti di aggregazione e discussione rivolti ad affinare strategie editoriali diverse dal “tu paga e io intasco” ma, sopra ogni altra considerazione, sarebbe essenziale la costituzione di una collettività di opinione che sappia esprimere non solo storiellette sdolcinate per adolescenti inquieti, ma valori generazionali. Il problema successivo da affrontare sta nel fatto che i valori non sono mai generazionali, ma universali.

  10. matteoplatone says:

    Senti, ma te dove abiti? cioè, se un giorno passo dalle parti tue, si può prendere un caffè, insieme?

  11. Massimo vaj says:

    Dicon tutti così quelli che vogliono la mia pelle, così ho smesso di bere caffè perché non conviene farsi trovare agitati quando si è davanti al Padreterno. Vivo su una montagna che guarda il lago di Como, a lato di un villaggetto, Naggio, che mi schiva come la peste perché detesto i razzisti. Non so quanto convenga annusarmi da vicino, considerato che, al di là del parlare, l’unica cosa che so per certo è che le certezze non sono mai comunicabili. 😉
    In tutti i casi chiunque sia convinto che la ragionevolezza non sia sempre una dote è il benvenuto, sempre che non si slurpi la mia bellissima compagna mentre sta perdendo il filo del discorso che stavamo facendo 😀

  12. matteoplatone says:

    ok se passo da quelle parti faccio un salto, no caffè, no slurp.

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