Atti impuri: da solo o in compagnia

Non so voi, ma io adoro guardare le persone che leggono libri mentre camminano. Questi lettori deambulanti, ogni volta che li incontro, resto a fissarli, spesso con l’intento di scoprire il titolo del libro che li ha rapiti a tal punto da non fargli badare al rischio di sbattere addosso a qualcuno o di pestare una merda. Una volta ne ho conosciuto uno, si chiamava Biagio e faceva la spesa al discount dove lavoravo. Comprava sempre l’aranciata economica e le scatolette di cibo per gatti, di rado altro. Ogni volta che veniva a fare la spesa, Biagio aveva tra le mani un libro diverso; gli ho visto leggere Bradbury, Burroughs, Ballard, oppure Miller, Dick, Orwell, e ancora Saramago, Nietzsche, Joyce, e tanti altri romanzi, di quelli che, quando li leggi, pensi: “Ecco a cosa serve, vivere!”. Leggi il resto dell’articolo

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La società dello spettacaaargh! – 3

[La società dello spettacaaargh! 12]

Caro Matteo,

tu dici: «Vedi, Jacopo, non mi pare che queste manifestazioni volgari siano una faccenda degli ultimi anni, o della nostra generazione». Vero, eppure, Matteo, avverto un salto di qualità.

È un’illusione dovuta al fatto che, per svariati motivi, oggi è più facile ritrovarsi a confronto con altre mentalità, con altri popoli? Oppure qualcosa è intervenuto a potenziare quella mentalità?

Io spero nella prima, ma penso alla seconda.

L’ultimo libro di Roberta De Monticelli, La questione morale (Raffaello Cortina, 2010), può venire in aiuto a chi voglia affrontare questi temi. Ne riassumo qualche tesi: Leggi il resto dell’articolo

Il nuovo Collettivomensa: CAPEZZONE

Sorry but Juliet is dead di Vanni Santoni

“Sorry but Juliet is dead. Please stop that.”

Lo sapevo che a frequentare i siti di appuntamenti non se ne cavava nulla di buono. Ore a fare test, ore a spulciare profili, finalmente trovo una che mi piace – e anche l’affinità, non vi dico: uno spettacolo, a sentir loro – le mando i messaggi privati e non mi risponde. Ora i miei messaggi privati sono carini, divertenti, insomma, non è che copio-incollo una cazzata e la invio a tutte, scrivo solo a quelle che mi piacciono, faccio dei riferimenti alle cose che hanno scritto nel loro profilo, lancio degli spunti ariosi, evoco, intrattengo, faccio pensare, mi impegno insomma, è normale che una mi risponda. Lei invece niente. Io allora – Internet, si sa, ci ha resi tutti così – ne ricostruisco i dati essenziali, le becco il MySpace – bello trovarlo c’erano tipo quattro foto nuove che non aveva messo sull’OkCupid – insomma lo trovo e subito le scrivo, e lei non risponde, le lascio allora un messaggio pubblico, un commento: niente. Ne lascio un altro, un altro ancora, e poi mi arriva quel commento là, da una sua amica. Una ragazza che mi piaceva, ed era morta.

Mi era capitata una cosa simile a inizio anno, a dire la verità: c’era questa ventenne androgina, che prendeva a volte il treno quando lo prendevo io. Erano ore da gente che si sveglia tardi e alla stazione eravamo spesso soli. La prima volta ci notammo perché avevamo le stesse scarpe, Osiris da skate, nere, a panettone. Di solito quando arrivavo al binario lei c’era già, allora ci guardavamo. A volte anche solo a cinque o sei metri l’uno dall’altra, se avevamo un libro da leggere. Certi giorni sembrava un ragazzo ed era molto bella, gli occhi e le ciglia affilate. Parlammo una volta sola, il tempo di sapere che si chiamava Elena. Poi un giorno, sulla Nazione, proprio al bar della stazione, vidi la sua faccia (sembrava ritagliata da un album scolastico, di certo non l’avevo mai vista coi capelli così lunghi): l’occhiello, sotto al titolo Ketamina: dose mortale per una valdarnese, diceva Aveva vissuto a Bologna, frequentava un giro di “punk-bestia”. Scritto così. A ripensarci oggi, vive nella mia memoria come uno di quei primissimi, timidi amori che si hanno da bambini.   Leggi il resto dell’articolo

Mekmetal Spa

La rubrica Interlinea ƒ64 nasce dalla collaborazione tra La Rotta per Itaca e Scrittori precari: una volta al mese, uno scrittore, leggendo tra le righe di una fotografia, ci ha raccontato una storia in profondità di campo.

Quello che segue è il quarto e (per adesso) ultimo racconto in vista della pausa estiva.

di Nadia Turrin da una foto di Andrea Pozzato

I muri esterni della Mekmetal Spa sono gli stessi da decenni. Scrostati, incolori, con crepe profonde attorno alle finestrelle, e le centraline della corrente elettrica circondate da inquietanti cavi scoperti e tubi marci di umidità.

«Perché cazzo il sig. Weiner non mette a posto quei cavi, con tutti i soldi che ha?» si chiedono da anni in molti, passando davanti a quei muri.

E da anni c’è sempre qualcuno che replica : «È da tanto che il sig. Weiner vuole rifare tutto, ma poverino, ne ha sempre una. Prima ha dovuto investire nello stabilimento in Romania, che se no non ce l’avrebbe più fatta coi costi di produzione di Bolzano. Poi sono arrivati i cinesi a fare concorrenza. Adesso c’è la CRISI. Poverino!» In ogni caso, ad ogni tornata di licenziamento di massa qualche operaio si è suicidato, mentre il sig. Weiner è sempre vivo. Sarà. Leggi il resto dell’articolo

La legalità? Attenti a quando scade! /3

Col Giusnaturalismo osserveremo la nascita di una concezione di giustizia che si basa sulla reciprocità, come la giustizia commutativa di Aristotele, e sul sistema di limitazione reciproca (secondo cui la propria libertà finisce dove comincia quella degli altri). E in ogni caso si tratta di un diritto connaturato con l’uomo, anteriore a qualsiasi altra legge scritta.

Avremo un cambiamento radicale con Hobbes, che teorizzerà l’esistenza del diritto naturale di tutti su tutto, che automaticamente si vanifica piombando nell’ambito della casualità e dell’arbitrio soggettivo. Egli sosteneva – rientrando pienamente nell’ambito del nominalismo – che se non vengono scritte leggi, non è possibile infrangerle; per questo, finché non si trova un capo assoluto a cui affidare il destino della comunità, le leggi non esisteranno e tutti potranno agire liberamente secondo il suddetto diritto che tutti possono vantare nei confronti di tutto. Insomma, ci dice che non esiste alcuna regola a cui dobbiamo sottostare che non abbiamo codificato noi stessi. Per dovere di chiarezza, inoltre, bisogna dire che perfino Hobbes aggiungerà che serve un capo a cui sottomettersi per poter trovare un ordine in cui vivere serenamente. Leggi il resto dell’articolo

Impromptu #5

[Riproponiamo qui un testo di Giorgio Fontana pubblicato sul suo blog]

Quello del piano di sotto – un barbiere pugliese in pensione, arrivato qui nel ’62, prima residente all’Isola, poi rimasto vedovo e da allora lì in via Frua, di fianco all’officina, un figlio a Roma – quello del piano di sotto mi mandava a comprare la “Settimana Enigmistica”. Faceva fatica ad alzarsi, diceva, diabete, diceva, sto per morire, soffiava: ma secondo me stava benone. Era così allenato con i cruciverba che pur non avendo studiato li azzeccava quasi tutti: “La cosa peggiore”, mi diceva, “è quando ti rimane una sola parola buca, e per quanto ci provi non ti viene, non ti viene proprio.” Leggi il resto dell’articolo

La società dello spettacaaargh! – 2

[La società dello spettacaaargh – 1]

Caro Jacopo,

il senso di questo dialogo a distanza mi fa pensare a una partita a scacchi per corrispondenza: un contesto in cui la cadenza settimanale è un compromesso, in questo caso felice, tra problemi da affrontare e tempo a disposizione per trovare una risposta. Dico «compromesso» perché, per quello che mi chiedi, sospetto non mi basterebbero mesi, o addirittura anni, per rispondere come si deve! E dico «partita a scacchi», invece, perché gli scacchi sono un modello logico e dialettico in cui chi comincia per primo, in questo caso tu, introduce un tema, e la replica del secondo giocatore, in questo caso io, deve tenere conto di questo tema, accoglierlo, e svilupparlo replicando con la propria mossa, secondo regole cui non è possibile sottrarsi senza incorrere in errori. Ma poiché errare è umano, tu, mi raccomando, metti in luce con franchezza i miei errori, perché a scacchi, come recita un fondamentale assioma, “vince chi fa il penultimo errore”, e di sicuro io ne farò, non avendo tutto il tempo di cui ho bisogno per risponderti ogni volta, e non essendo certo un Kasparov. Io farò altrettanto con i tuoi errori, quando li noterò, per le stesse ragioni e con lo stesso spirito che chiedo a te. Esplicito ciò perché credo non ci sia bisogno d’essere spietati tra noi: lasciamo la spietatezza a chi guarda all’altrui errore con occhio torvo. Leggi il resto dell’articolo