La società dello spettacaaargh! – 5

[La società dello spettacaaargh! 1 – 2 – 3 – 4]

Caro Matteo,

il tuo ultimo intervento chiarisce di molto i termini della questione1. Si delinea una galassia di temi dei quali credo nessuno possa essere affrontato isolatamente e una volta per tutte.
Provo a riassumere il quadro emerso finora.
L’assurdo che non dà scandalo, e il suo rapporto con la fede2: questo fattore mi pare possa essere preso – su questo, credo, siamo d’accordo – come il modo in cui l’attitudine nichilista alla riduzione della realtà nel puro qui e ora si manifesta nella sua declinazione italiana3.
La messa in fuga del reale: il rifiuto della logica come lettura della struttura del reale e quindi come garante dello spazio dialogico, l’indebolimento della presa del reale sul sentire dei singoli, la creazione del nulla: uno spazio sociale e mediatico nel quale manifestare simulazioni condivise di sentimenti.
Lo scetticismo etico e il fatalismo: più su ho usato l’espressione messa in fuga del reale e non fuga del reale, per mantenermi distante da una tradizione filosofica nella quale sembra sempre che le cose accadano come “destino dell’Occidente”, e mai che noi le facciamo. Tra fatalismo e scetticismo etico mi pare ci sia un reciproco rafforzamento: le cose accadono perché sì, il che genera un appiattimento del sentire, sostituito spesso da una fervida adesione attiva a ciò che si ritiene essere il destino.4
Assurdo, comunicazione di massa, scetticismo etico: queste mi sembrano dunque le tre componenti – antropologica, tecnologica, filosofica – del nichilismo italiano, le coordinate del nostro spazio, che ti chiedo di aggiustare, se credi.

Ora, ti sarai accorto, Matteo, che procedo a intuizioni, a sensazioni; in ciò che scrivo confluiscono le mie speranze, le mie paure; a volte vedo i miei stessi difetti, i miei stessi demoni muoversi e ringhiare sullo schermo gigante-Italia. Quindi se sono vittima di abbagli correggimi, perché la trave nell’occhio può essere, come voleva Adorno, la migliore lente d’ingrandimento, ma può essere anche una semplice quanto incresciosa trave nell’occhio.
Dico questo a proposito di un punto del tuo ultimo intervento che mi interessa più di quanto venga spontaneo immaginare. Tu scrivi: «E quanto ai tic linguistici, non è assurda la tendenza dei politici statunitensi a infilare Dio il più possibile in ogni discorso, sebbene nel preambolo della loro costituzione si parli di “We the people”, e non di “God, our Father”?». Mi interessa perché con tic linguistici intendevo non dei tic mentali che si manifestano nel linguaggio – come quelli cui mi pare tu ti riferisca – quanto dei tic del linguaggio che sembrano scavalcare le facoltà intellettive, ridurre la persona al linguaggio e in particolare al linguaggio mediatico. In sintesi: riduzione della persona a ripetitore del bla bla mediatico; penso ai «dai cazzo», ai «qualunquemente», alle ripetizioni degli slogan pubblicitari.
Il fatto è che, però, io per primo avevo annoverato «moralista» – ma, mentalmente, anche «la macchina del fango» e «il pd meno elle», insomma, quelli che appaiono a prima vista come tic mentali – tra i tic linguistici. La domanda è: perché l’ho fatto?
E la risposta che mi sono dato è: perché ho paura. Non so se la paura sia motivata dalla sensazione o se la sensazione sia generata dalla paura, ma la mia sensazione è che i tic mentali – almeno in Italia – siano tic linguistici travestiti da tic mentali; che siano dei trojan che non servono a comunicare un concetto quanto a installarlo, passando non dalla riflessione ma dal riflesso condizionato; che più che parlanti noi siamo parlati, come se la reiterazione dell’espressione surclassasse in velocità la comprensione del concetto associato all’espressione, e lo desse per buono in sé, per il suo solo esistere ed essere trasmesso; e che ciò abbia a che fare con il nostro modo di partecipare a una comunità, che per noi è partecipare alla simulazione nel paradiso terrestre della creazione del nulla. Non mi sto ponendo tanto il problema della consapevolezza di chi inventa e diffonde i tic linguistici, quanto del fenomeno in sé – se esiste – dal lato di chi ne è posseduto: qui il nostro bisogno di relazionarci gli uni agli altri mediante un patrimonio comune non solo è annichilito, ma addirittura il suo surrogato ci trasforma in robot.
Ecco. Io sono terrorizzato dal dominio della tecnica. C’è chi ha il terrore di cadere nella bestia. Io no: io, che sono convinto che Dio sia sesso caprino e lana degli angeli, ho piuttosto il terrore di cadere nella macchina. Sono terrorizzato dalle parole d’ordine, ogni volta che un significante è reiterato a oltranza mi sembra prendere possesso della mente, e nella mia testa vedo marciare le camicie brune.5

Fin qui ho dato spazio al me terrorizzato e pessimista, ma c’è un altro me: quello che crede che ragioniamo sempre, che dietro a certe espressioni un po’ stereotipate ci siamo comunque noi e i nostri disagi reali, e ci sia più una mancanza di tempo per la riflessione che una macchinizzazione in atto, che tra la «la macchina del fango» e «il pd meno elle» da una parte e i «qualunquemente» e i «dai cazzo» dall’altra ci sia una differenza sostanziale, e che sappiamo le cose anche se non siamo sempre nella disposizione giusta per esplicitarle.

Sento che c’è qualcosa di vero in entrambe le visioni, e non riesco a capire, Matteo, se sarà infine la materia a liberarci dal nulla, se sarà lo stare veramente male, il non avere davvero il pane, il soffrire veramente i rapporti di produzione a costringerci a tornare al reale, o se ci stiamo già evolvendo. Non riesco a capire se le possibili nuove parole d’ordine, le parole d’ordine “buone” del dopo-Berlusconi, allontaneranno ulteriormente la realtà in una doppia contraffazione, in un inerpicarsi nel nulla dei piani meta-, oppure se le parole possano salvarci, se sia possibile comunicare parole che sappiano porre nella giusta prospettiva, che sappiano convertirci al reale, che sappiano addirittura rivalorizzare la complessità: narrazioni sulle narrazioni, slogan contro gli slogan, idoli mediatici che si spogliano e mostrano al loro pubblico il funzionamento della comunicazione.

Jacopo

1 Per quanto riguarda la questione dell’Illuminismo in Italia, non mi pare che le tue considerazioni si discostino da quelle espresse da De Monticelli nella Questione morale se con Illuminismo intendiamo kantianamente l’uscita dalla minore età morale. Su Kant, prima o poi, penso che si dovrà tornare nell’ambito di un discorso su verità, realtà, stato etico, arbitrio e autonomia della coscienza.

2 Accetto qui una definizione di fede come “credenza”, che personalmente rifiuto, ma che è di ampia diffusione, e, mi pare, è antropologicamente un fatto; forse, prima o poi, si dovrà anche parlare di soluzione mistica e soluzione materiale, perché ciò riguarda, concretamente, le strategie di sopravvivenza psichica attuabili da chi si trovi nella condizione in cui si trovano oggi molti italiani.

3 Rimando qui al concetto di balcanizzazione dell’Occidente così come è affrontato nell’ottimo saggio di Carlo Chiurco, “Il nulla in casa”, contenuto nel volume a cura dello stesso Chiurco La filosofia di Berlusconi (Ombre corte, 2011).

4Penso a Heidegger e al suo rapporto con il nazismo.

5Diceva Bergson che ridiamo quando una persona ci dà l’impressione di una cosa, e che il riso è una sospensione momentanea dell’empatia. A me anche chi ride, ormai, sembra una cosa, una macchina programmata per ridere. Chi reifica mediante una risata indotta da un sistema, non è egli stesso reificato? Non scopriamo, al fondo dei meccanismi dell’intesa tra coloro che ridono, l’intesa che avviene nel giardino del nulla?

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