Fottuto Mengele

So perché racconto questa storia. Nessun altro potrebbe.
La storia inizia con due gemelli monozigoti. Stanno giocando nella camera da letto dei loro genitori. Hanno sette anni, sono alti come la tacca segnata sul muro in cucina, sono biondi e hanno gli occhi verdi. Stanno infilando le mani nell’armadio dei genitori. Da una parte, a sinistra, ci sono i vestiti della madre, le camicette, i tailleur, le gonne. Dall’altra, a destra, i pantaloni del padre, le camicie, i pullover, le giacche. Il gemello A si sbottona i pantaloni e li lascia cadere a terra. Si infila una gonna blu. Il gemello B lo aiuta con la cerniera lampo. Il gemello A chiede al gemello B come sto? Il gemello B sceglie una giacca di velluto marrone, la indossa dicendo benissimo. Il pomeriggio è freddo come l’inverno che ha raso al suolo il prato di fronte a casa. Gli alberi dal tronco bianco aspettano la lama delle cesoie e la brace del camino. La casa è grande, ha grandi finestre, camere dai grandi letti con grandi testiere e soffitti protetti da travi di legno. Lo scricchiolio è come un orologio da parete, non smette mai. I gemelli corrono lungo i bordi del corridoio, saltano sulla cassapanca, strisciano sotto il pianoforte a coda in soggiorno, sprimacciano il pelo del tappeto, mimano la posa delle corna dell’alce appeso in un angolo. La grande casa è vuota, l’Argentina è una terra accogliente, i gemelli sono felici, il giardiniere carica sacchi di foglie morte su un furgoncino bianco, i genitori dei gemelli stanno tornando a casa. La casa è grande e calda.
La macchina guidata dal padre dei gemelli entra dal cancello appena riverniciato verso le 15:30 del 12 luglio 1958. A Buenos Aires, quel giorno, 120 bambini vedono la luce dell’inverno, 27 uomini scoprono di essere morti,13 donne fingono svenimenti per non parlare più. La madre dei gemellini gioca con la collana di perle nere e risponde a un domanda. La voce inquirente appartiene a un uomo vicino ai cinquanta, baffi neri, rughe rassicuranti che spianano la fronte. Lasciano la macchina vicino alle scale che portano all’ingresso principale. I gemelli vedono i genitori e l’ospite da una grande finestra in soggiorno. Corrono a ritroso verso la camera da letto, verso l’armadio. Il gemello A si fa aiutare con la cerniera della gonna dal gemello B. Rimettono i vestiti nella stessa posizione in cui li avevano trovati. Quando i genitori e l’ospite entrano in casa, lo scricchiolìo si ferma.


Lo stesso suono di fibre che si divaricano, nella primavera di quindici anni prima.
A partire dalla mattina del 30 maggio 1943, un laureato in antropologia e medicina prende servizio ad Auschwitz-Birkenau. Nome cognome Josef Mengele. Detto l’Angelo della Morte, l’Angelo bianco, zio Mengele o semplicemente: Dr. Morte.
Sua moglie, Irene Schoenbein, è bionda. A Irene piacciono molto Wagner e Liszt. Quest’ultimo le piace nonostante fosse ungherese. Josef Mengele, invece, ha denti bianchi e capelli neri. Li pettina spesso, almeno dieci volte al giorno. Nella maggior parte delle fotografie ha la riga al lato sinistro. Le orecchie sono proporzionate rispetto al corpo. Tra i segni particolari, uno spazio lieve che separa gli incisivi. Il 30 maggio del 1943, il genetista Ottmar von Verscheur accoglie il suo ex studente nei laboratori medici di Auschwitz-Birkenau. La giornata è luminosa, il cielo è turchese. Il futuro della medicina zittisce ogni voce, ogni scricchiolìo.
Josef si accarezza le guance rasate con il dorso della mano e pensa, devo rimboccarmi la maniche. Lo fa.
La prima cosa da fare è circondarsi di personale specializzato. Josef trova quindici medici tra i prigionieri del campo. Sono uomini di varie nazionalità, accomunati dalla passione per la scienza medica e dall’impotenza. Josef organizza il laboratorio in meno di una settimana. Promettendo migliori condizioni di vita, Josef ottiene ciò che gli manca. Una ventina di infermiere professionali. C’è solo una cosa di cui Josef ha ancora bisogno: un archivio fotografico dei pazienti. Tra i prigionieri del campo c’è una graziosa disegnatrice. Farà lei i ritratti ai pazienti. Quindi iniziano le analisi, le misurazioni, le sperimentazioni. Josef è affascinato dalle possibilità della ricerca sui gemelli monozigoti. Ad ogni vagonata di merce, Josef chiama personalmente a raccolta i gemelli. Zwillinge heraus, dice, Zwillinge heraus!
C’è da dire che Josef apprezza anche i nani. I nani e i gemelli diventano il suo campo di specializzazione. Dormono separati dagli altri prigionieri, in una baracca speciale, nel blocco 14 del lager BIIf. Qui il vitto e le condizioni igieniche sono accettabili, qui i letti sono comodi e i prigionieri sono esentati dal taglio dei capelli, almeno per qualche giorno. Sono tutti piccoli, i prigionieri della baracca speciale. I soldati hanno istruzioni precise sul trattamento dei piccoli. Nessuno deve colpirli. Non è permesso uccidere nessun nano e nessun gemello, senza l’autorizzazione scritta di Josef. Nessuno può fare niente, senza che Josef lo sappia.
Gli esami vanno a gonfie vele e la merce è abbondante. Perciò la vita media dei gemelli non può superare le tre settimane. Sono sicuro che qualcuno dei lettori starà soffiando, in questo momento, o sbuffando. Sono sicuro che alcuni di voi stiano pensando che non è necessario, sapere tutto questo non è necessario.
I gemelli vengono uccisi simultaneamente con un’iniezione al cuore.

Sono il gemello B. Mi chiamo Bernard. Mio padre era un famoso psicologo tedesco. Mia madre era una casalinga. Io e il mio fratello gemello siamo nati a Buenos Aires il 13 luglio del 1951. I miei genitori si sono trasferiti in Argentina nel 1945. Da allora non sono mai tornati in Germania. Sono morti a Buenos Aires. Sono morti qualche giorno fa, se ricordo bene. Simultaneamente.
Nell’inverno del 1958 Josef Mengele venne a farci a visita. Mio padre lo rispettava come medico e come antropologo. Da un po’ di tempo i miei genitori erano preoccupati per l’atteggiamento di mio fratello, il gemello A. Il fatto che si travestisse da donna. Non riuscivano a capirlo. Mio padre, che era uno psicologo rispettato, non sapeva cosa fare con mio fratello. Chiese aiuto a molti colleghi, ma nessuno riuscì a cambiare nulla della natura di mio fratello. Il 12 luglio del 1958 Josef Mengele entrò in casa mia. Mio fratello, il gemello A, morì il giorno dopo, il giorno del nostro compleanno.
Quell’anno Thomas Bernhard pubblicò In hora mortis. Josef apprezzò quelle poesie. Gli parlavano di morte. Aveva l’impressione che fossero la vivisezione della sua vita. Erano potenti quelle parole. E lui le amava.
Signore lasciami dimenticare/la mia anima/e il tormento degli occhi/e il pugnale di stanche labbra/e il fuoco verde di lontane capanne/la bocca di ogni stagno/dimenticare/Signore/mio Dio/il giorno/che mi ha squarciato il grido/che gridai/e il corteo dei molti uccelli/è in pezzi la mia ira/e libero il mio sangue/in fiumi.

E questo non è tutto. Questa è una parte, è sola la punta dell’iceberg. Mengele vive, respira bene. Io cresco. I miei mi mandano in Europa. Studio a Parigi, a Berlino, a Lisbona. Poi a Roma. Vado a vivere da uno zio, Tobias, pancia larga e occhi grigi. Ha i baffi color senape, fuma la pipa, mangia in piccole trattorie che lui chiama gioielli. Finisce per parlarmi di cose di cui non avrebbe voluto parlare. Mi racconta di Hitler, di mio padre, di mia madre, di mio fratello. So molte di quelle cose. Ma lo ascolto. Finisce per parlarmi di Kafka, di Varlam Šalamov, di Aleksandr Solženicyn, di Heinrich Böll, di Günter Grass, di Kafka ancora. Imparo a rispettare i tramonti. Guardo la luce tremolante che si infila tra le statue di ponte Sant’Angelo. Imparo la lingua che arrota le R e asciuga le consonanti. Sulle gambe mi crescono piccoli peli biondi. Il pene si inturgidisce casualmente. Ascolto tutto quello che sento. Il cuore striscia in un angolo ogni volta che mio padre e mia madre mi chiamano. So che non mi chiederanno di tornare, ma ho paura lo stesso. Mio zio poi muore. Lo saluto con gli amici del bar, in un cimitero monumentale circondato da marmi e gatti. Nessuno piange. La sera mi portano a mangiare in una vecchia osteria. Dicono che non sarò solo. Di non preoccuparmi. La mattina dopo bussano alla porta. Sento male, una specie di cerume alcolico occlude i timpani. Aperta la porta, mio padre e mia madre entrano con pellicce vistose e occhi asciutti. Dicono di andare.
Dobbiamo andare.
Dico che non è necessario.
Dicono che è ora.
Dico che il cimitero è vicino.
Dicono che il cimitero è lontano.
Dico mi fate schifo.
Dicono è normale, non ci pensare.
Dico lo so che è normale, fate schifo.
Dicono smettila ora muoviti.
Dico no.
Dico no.
Dico no.
Così sono il gemello B, quello scampato. Dimentico ogni cosa di mio fratello. So tutto, ma non posso scegliere. Devo cambiare. Devo ricordarmi di essere un uomo. Lascio tutto quello che ho. Mio padre mi disereda. Mia madre prova a chiamarmi di nascosto. Urlo, quando lo fa. Mi innamoro. Odio. Perdo oggetti, case. Cambio case e ritrovo tramonti. Seguo la scia della sabbia color zafferano. Corro sulle spiagge di Ostia. Ho qualche amico, pochi, essenziali. Cambio posto troppo spesso. Nessuno si ricorda di me, nessuno mi chiede come va. Studio, nel frattempo. Copro giornate intere con il cuore che striscia sui libri. Cresco ancora. Piango, ogni tanto. Faccio a pugni, anche. Mi tingo i capelli. Non posso guardarmi allo specchio. Non posso vedere mio fratello, il nostro marchio di fabbrica, la nostra condanna. Ho i capelli castani, ora, la barba anche. Scrivo, lentamente scrivo. Arrivo a capire qualcosa, della mia scrittura. Amo qualche donna. Amo qualche uomo. Viaggio, ma ritorno sempre in questa città. Ogni 13 luglio mi travesto. Esco di casa quando il tramonto lascia il cielo ai pipistrelli. Cammino male con i tacchi, ma ho imparato a non cadere. Uomini con grandi pance sorridono e mi accarezzano le natiche. Scendo per i vicoli di Trastevere, le ombre dei fili rossi della parrucca sui muri del ghetto. Vado in giro tutta la notte, ogni anno, per anni. Continuo a scrivere. Scrivo storie di uomini, di cani. Scrivo storie senza umorismo, senza nessuna vena ironica. Non riesco a ridere. Non ce la faccio. Poi immagino di scrivere di mio fratello. Sogno di scrivere. Incubi, arrivano presto. Ho paura, imparo ad ammetterlo. Paura di mio padre. Paura di mia madre. Paura che leggano ciò che scrivo. Un amico essenziale mi dice di inviare tutto a gente che conosce, gente che può fare qualcosa. Dico no.
Lavoro come facchino negli alberghi per turisti. Guadagno il necessario. Il cuore della città cambia. Cambiano gli archi, cambia la traiettoria del passeggio. La gente inizia a rientrare prima. Paura. Hanno paura di qualcosa. Leggo i giornali. Leggo di uomini che fanno la rivoluzione. Nei bar la gente parla. Poi tutti a casa. Continuo a tingermi i capelli. Mia madre ormai non ha più notizie di me. Una notte, a fine agosto, chiamo a casa dei miei. Risponde mia madre. Le chiedo soltanto, è ancora vivo?
Parto il primo gennaio del 1979. Ho 27 anni. La prima settimana a Buenos Aires. Passo due volte davanti a casa dei miei. Non vedo mai nessuno. Il giardino è lo stesso, la stessa pulizia. Riconosco da lontano il giardiniere. Mi nascondo e lo guardo lavorare per ore. Viaggio ancora. Prendo corriere notturne. Attraverso campi, foreste. Piccoli contadini con la pelle scura mi guardano. Ho smesso di tingermi i capelli. Dopo un mese di viaggi, decido di prendere una stanza in affitto a Sao Paulo. La trovo al 5551 di via Alvarenga. Il quartiere è povero, strade sterrate, baracche di lamiera e case improvvisate con residui di cantieri. Imparo a conoscere il cuore dei brasiliani. Passo le notti del carnevale con il cuore che striscia su materassi unti. Sento il sudore, il cuore degli altri come fuochi d’artificio. Bevo nelle notti che dimenticano tutto. Rido, ricomincio a muovere quei muscoli dimenticati. Una notte sogno un uomo che mi accarezza mentre qualcuno dice svegliati. Mi sveglio all’alba. Vedo il colore incresparsi, l’arancione diventare rosso. Mangio uova, quel mattino. Ricordo bene la forchetta. Il manico leggermente distorto. Quando esco le strade sono ancora vuote. Poi sento una porta aprirsi. Mi giro. Vedo il numero scritto a mano sul muro. 5555. Qualche vicino mattiniero, penso. Mi va di parlare con qualcuno. Ho bisogno di ascoltare una voce. Stamattina, penso in quel momento, devo scegliere. L’uomo che esce dalla porta verde indossa un cappello. Ha i capelli bianchi. Dice qualcosa, ma parla a se stesso.
Lo guardo. Seguo la linea dei pantaloni cachi. Risalgo e vedo il movimento dei gomiti, gli avambracci scoperti, le maniche della camicia ripiegate in un certo modo. Non so spiegarlo. Non posso. So che ricordo. In quel momento ricordo. So che è lui. Che lo devo seguire. Che se smetto di pensare e forse fingo di cercare qualcosa tra i rifiuti non si accorgerà di me. Cerco qualcosa tra i rifiuti. Lui mi passa accanto. Sputa nel mucchietto di bottiglie in cui fingo di cercare. Sento il rumore di un motore. Una macchina. Si fermano davanti a lui e lui sale. Partono.
Corro. Corro sulla strada che porta a un piccolo spiazzo. Da lì si può tagliare, lo so. C’è una bicicletta lasciata all’angolo da un magnaccia. Lo conosco, lo chiamano tutti Jimenez. Lui dorme ora. Nessuno prenderebbe mai la sua bicicletta. Io la prendo.
Taglio per la strada. Tra i mucchi di spazzatura ci sono ratti e bambini. Il cuore dell’alba è fermo. Scende la luce che riscalda i secchi sui balconi. Pedalo, sento nei muscoli il formicolio del sangue. Attraverso altre strade. Baracche, palazzi, distributori di benzina, mendicanti assopiti agli angoli, sotto le tettoie. Vado veloce, il cuore che striscia nelle vie di Sao Paulo. Vedo l’ombra dei miei capelli su un muro su cui qualcuno ha disegnato un uomo con un fucile.
Vanno lontano, lo capisco. Così faccio una cosa che non avrei mai pensato di fare. Taglio per una piccola strada che porta a una strada più grande. Ho sognato quella strada, una volta. Quando giro, la macchina mi prende in pieno.
Salto il passaggio che dovrebbe spiegare cosa succede dopo. Dico solo che entro in macchina. Parlo in tedesco, loro parlano tedesco. Parliamo nella lingua che ho cercato di dimenticare. Devo sforzarmi. Ogni articolo, ogni sostantivo, pesa come pugni in bocca. Mi chiedono di me. L’uomo che guida si chiama Bossert. La moglie gli siede accanto. Dietro, invece, siamo io e l’uomo che si fa chiamare Wolfgang Gerhard. So chi è. So che è lui. Attraversiamo piccole città, altre strade sterrate. La moglie di Bossert mi offre dell’acqua. Ammetto di essere uno scrittore. Wolfgang Gerhard mi chiede se conosco Bernhard. Dico no. Lui sorride. Da lontano il cuore della piccola città di Bertioga si estende sulla superficie dell’oceano. Vedo la spuma delle onde, i palmizi, il colore della sabbia simile allo zafferano, ma più scuro. Così la macchina si ferma. I Bossert scendono per primi. Lui si stiracchia premendo il sedere sul cofano, mentre lei indossa i suoi occhiali da sole. L’uomo che si fa chiamare Wolfgang Gerhard resta in macchina. Siamo soli, io e lui. Non dice niente. Guarda l’Oceano Atlantico. Penso a come farlo fuori. Penso che questo sia il momento. Lui guarda le onde e io lo uccido. Ma come ucciderlo, come non lo so. Esce, lui esce. Il vento corre sulla sabbia. I Bossert vanno in spiaggia tenendosi mano nella mano. Lui cammina lentamente. Come un uomo sulla luna. Un passo. Un altro. Lo seguo dal finestrino della macchina. Poi i Bossert si girano, mi chiamano. Dicono vieni. Dico arrivo.
Lui cammina, un passo, la sabbia che ingoia i piedi, e ancora un passo. Lo vedo spogliarsi. La camicia. Lo vedo che si toglie i pantaloni. Lo vedo che lascia un oggetto sui vestiti. Esco dalla macchina. La sabbia si richiude come sabbia mobile. Entri ed esci. Ma devi fare forza. Ogni passo costa. Lui, Mengele, perché è lui, è Mengele, sta a riva. Scivola con i piedi nell’acqua. Mormora qualcosa ai Bossert. Loro ridono. Continuo a camminare. Ormai mancano venti metri. Lui si ferma. Si asciuga la fronte con il dorso della mano. Si tuffa. Entra nell’acqua.
Cammino ancora. Ho solo cinque metri davanti a me. I Bossert si baciano. Lui è in acqua, la sua testa bianca illuminata dal sole. Vedo qualcosa. Cerca di dire qualcosa. I Bossert si baciano ancora. Lui, Mengele, si muove male in acqua. Sembra un uomo sulla luna, o uno a cui hanno morso un piede. Apre la bocca, la richiude. Io resto fermo. Posso entrare, posso farlo. Ma resto con i piedi sulla sabbia. Lui sprofonda. Scende. I Bossert si baciano. Si baciano ancora. Guardo la scia di bolle. I Bossert si baciano. La scia di bolle che sale in superficie. La spuma che la copre. Devi stare attento, mi dico, guarda bene. Crea un diversivo. I Bossert ancora si baciano. Crea un diversivo. Ma intanto conto. Trenta secondi. I Bossert si baciano. Quaranta secondi. Lui la accarezza. Cinquanta secondi. Lui le dice qualcosa nell’orecchio. Un minuto. Lui si gira. Guarda l’oceano. Si gira ancora. Guarda me. Fingo, fingo di avere gli occhi incollati al palmizio che decora la spiaggia. Urla qualcosa, Bossert. Dice Josef, poi dice Wolfgang, poi se ne fotte e urla solo Josef. Ma Josef è colato a picco. Josef è dentro. Josef è andato. 

    

Marco Lupo 

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