Seppellitemi dietro il battiscopa

Seppellitemi dietro il battiscopa è un libro esilarante.
Se volete notizie su Pavel Sanaev potete andare a leggerle qui o qui o potete digitare su Google direttamente il titolo perché ci hanno scritto in molti su Seppellitemi dietro il battiscopa.
A dirla tutta, è un libro che racconta per lo più episodi tristi, tristissimi, quasi tragici. Però, mentre lo leggi, sorridi. Veramente, a tratti, ridi.
Un bambino cresce credendo di essere stato barattato dalla madre per un “nano succhiasangue”. In ostaggio delle nevrosi della nonna.
Un nonno che sprofonda a faccia in giù sul divano. Che fugge e va a pesca. Che sceglie l’impegno politico per nascondersi dalla famiglia.
Un pittore ubriaco di bassa statura. Non sappiamo se è bravo, piuttosto non ricco, sembra buono ma si lascia mettere da parte dal turbinìo delle relazioni deviate di nonna e madre.
Una madre che si stravacca sul divano di casa, che quasi si arrende ad una visione immutabile che è quella della generazione precedente, fatta di fame, malattia, di stufette elettriche e di buoni vacanza.
E da subito la nonna. La vera protagonista del libro. La dirompenza di un mondo costruito a misura delle manie e delle mancanze delle donne, comunque amate, comunque seguite.
Con approccio parzialmente autobiografico, la narrazione scorre con gli occhi di un bambino che vive, sulla pelle e nelle orecchie, le isterie ossessive di questa nonna. L’igiene. La lotta alle malattie, forse inventate, ma non importa. L’accanimento contro la vita normale. L’arroganza di essere sempre speciali anche nella negatività. La gara a chi sta peggio. L’egocentrismo del lamento. Il protagonismo indisturbato della propria visione della vita.
E fa pena questo bambino che viene trasformato in malato immaginario e in morto che cammina, il corpo, entità individuale, quasi assente. E’ proprietà della nonna. E’ un travestimento continuo sotto gli asciugamani a nido d’ape, dietro i fazzoletti da cambiare dopo aver sudato, nel cappuccio della notte.
E fa ridere questo libro. Fa ridere proprio per lo strabordante protagonismo delle calzamaglie di lana. Nell’utilizzo smodato dei rimedi che si mettono in piedi contro il raffreddore e che insieme tengono lontano il mondo dei piccoli coetanei. Strategie comiche per ritagliarsi una fetta di solitudine e rivincite senza rivali. Saša nelle mani della nonna diventa lo strumento per affermare ancora una sua utilità, un ruolo, uno qualsiasi, anche il più sgradevole. I principi educativi che sbandiera sono continuamente cavalcati dai meccanismi della sostituzione che annichilisce, a scuola, in ospedale, in vacanza, a casa, al telefono.
E’ una tragedia. E non ha importanza che sia ambientata nella Mosca degli anni 70 e 80 perché le stesse ossessioni hanno colpito chiunque, ovunque in nome della scommessa di riuscire a morire sani e salvi.
Ma questo libro fa ridere. E fa ridere soprattutto per l’esagerazione del linguaggio. Che altro non è che lo strumento attraverso cui la figura della nonna si trasforma in un personaggio carnascialesco e perpetua il rovesciamento di un mondo che può essere preso sul serio solo da un bambino. L’unica àncora di salvezza, l’unico segno di redenzione possibile, l’uscita di emergenza, l’unico modo di riconoscere ed etichettare la prepotenza della nonna è proprio questo suo fiume ininterrotto di parole che passa dagli insulti agli auguri di morte precoce.
Gli adulti fuggono via. I bambini rimangono e ci fanno il vaccino.
E a ripensarci questo libro fa ridere perché descrive un’era da cui prima o poi ci si riesce ad affrancare. Uno stagno da cui si riesce ad evadere e crescere, in fondo, è un gran sollievo. Riviviamo il nostro personalissimo carnevale fatto di calzettoni duri, di pantaloni a quadri che pizzicano, di ghiaccioli negati perché non c’era sufficiente sostanza. Di personaggi misteriosi che regalavano le figurine che non bisogna leccare perché c’era la droga e invece la droga dentro non c’era mai. Di bambini venduti al mercato. Di uomo nero e delle guardie che arrivano se non finisci la merenda. Di cibo calato giù a forza contro la fame nel mondo. Di caramelle da sconosciuti anche quando purtroppo gli orchi erano in casa.
Un carnevale fatto così che, per chi è vissuto a contatto o almeno nelle onde della eco della scuola pedagogica della strada romana, aveva il suono strano di ordini capaci di ammutolirti per sempre, per interi pomeriggi, addirittura. Se cadi ti do il resto. Ora ti picchio così piangi per un buon motivo. Non farmi alzare che se vengo lì non esci vivo. Ti riduco in polpette e ti do al cane. Ti do un manrovescio che si devono mettere in due per raddrizzarti la faccia. Ti stacco le mani e ti ci schiaffeggio.
E poi ovviamente c’era la grazia di dio. E questa grazia di dio era così stretta che a un certo punto sembrava ci rimanesse fuori tutto: questo e quest’altro è fuori dalla grazia di dio. Cosa ci fosse dentro non s’è mai capito. Forse dopo. Ma non era già più carnevale.
Ma le iperboli crescevano e crescevano e insieme si portavano dietro la possenza della cultura popolare con gli intenti più nobili dell’educazione informale.
E insomma, questo libro sorprende per la portata del continuo approdare agli strumenti stilistici del carnevale della cultura medioevale e rinascimentale. Un’opera straordinariamente popolare che pesca a piene mani nelle formule apotropaiche che tentano di scongiurare la morte e nell’esaltazione del corpo, pur deformato dalla magrezza dei bimbi o dalle descrizioni delle figurine dei personaggi.
E sorprende una volta di più se pensiamo che l’autore, questo ragazzo del 69, nato e vissuto a Mosca, ha venduto oltre mezzo milione di copie, ha vinto il Triumph Prize nel 2005, è stato nominato per il Russian Booker Prize del 2007. II libro è stato ristampato quindici volte ed è anche diventato un film diretto da Sergej Snezkin. Da noi, è arrivato solo lo scorso aprile.
Dopo la crisi di qualsiasi modello economico, passati gli anni zero, a quanto pare, inaspettatamente, i turbinii del carnevale e le scuole di pedagogia uniscono ancora. Pensa te.

Comunque, se volete sentire come rendere il bagno una cosa complicatissima cliccate QUI. E’ la lettura del capitolo “Il bagno”, in Seppellitemi dietro il battiscopa, ed. Nottetempo, 2011.

Benedetta Torchia Sonqua

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