La società dello spettacaaargh! – 8

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Caro Jacopo,

grazie innanzi tutto per la precisazione sull’Illuminismo. Mi rendo conto che l’avevamo trattato da diverse prospettive, girando un po’ intorno a una sua definizione, solo sfiorata. Faccio presente, per sintetizzare le nostre posizioni e i nostri linguaggi (ma correggi pure se scorgi errori, mi raccomando) come nel breve scritto di Kant sia toccato un discorso da me posto:

Forse una rivoluzione potrà sì determinare l’affrancamento da un dispotismo personale e da un’oppressione avida di guadagno e di potere, ma mai una vera riforma del modo di pensare.

Ossia che la riforma del modo di pensare non può prescindere dal percorso individuale: ci si può emancipare dall’oppressione in quanto istituzione sociale, ma questo non determina, di per sé, una liberazione individuale, in particolare per quanto riguarda le categorie di pensiero. Ciò ritorna anche nel discorso che fai, mi pare, sulla contiguità tra fascismo e berlusconismo (che condivido in particolare sull’elemento che individui, il «me ne frego»): ci siamo liberati di quella nefasta dittatura, ma ciò non ha coinciso, immediatamente e automaticamente, con l’emancipazione dal modo di pensare fascista.

Tu parli di «allontanamento della complessità del reale», e penso sia il caso di soffermarsi su questo punto, anche perché in apparenza potrebbe sembrare una contraddizione, dato che se si danno risposte semplici, legate al qui e ora, il mondo che ne dovrebbe venire fuori, per quanto orribile, dovrebbe risultare livellato, facile, accessibile. A riguardo, trovo molto interessante il tuo usare parole che esprimono proporzione, dimensione, distanza, rapporti di spazio fino all’«espulsione», che esprime allontanamento violento. Spero non sia una deformazione professionale, la mia, ma ho bisogno di dare forma all’idea, e parlando di forma e di idea mi viene in mente l’archetipo del labirinto, che, tra l’altro, ci parla del rapporto tra l’uomo e l’ignoto. La sua evoluzione in quanto modello mi pare abbia qualcosa di pertinente, se pensiamo che, nel corso delle epoche, da un labirinto di tipo unicursale (il labirinto di Cnosso), siamo passati a un labirinto manieristico (Irrweg) al labirinto di terzo tipo (rete rizomatica)1. Quest’ultimo tipo, secondo me, trova una sua raffigurazione parossistica nel labirinto di Escher, dove la complessità del reale rende impossibile all’osservatore stabilire con esattezza dove siano l’alto e il basso, e dove ogni possibilità di relazione è legata al qui e ora, al punto in cui si è, mancando categorie di riferimento astratte da applicare in concreto. Ossia: a che serve, nell’immediatezza dei miei sensi, la nozione di alto, in questo labirinto? Essa viene immediatamente aggredita dalle mie stesse percezioni2 non appena distolgo lo sguardo e la mente dal pavimento. Il labirinto di terzo tipo è fortemente fenomenologico, e concerne anche, ma non solo, il linguaggio e i problemi del linguaggio di cui abbiamo parlato, proprio perché un linguaggio esprime una visione del mondo, fosse anche una visione gretta, semplificata, brutale3.

Penso che questo tipo di labirinto esprima un potere che non sta sotto, ma «fuori» dal labirinto, un potere che ha costruito quel labirinto, e ne conosce il codice, la chiave; oppure il potere è diventato il labirinto stesso, e si reitera da solo, ormai, in attesa di implodere o esplodere. In entrambi i casi, non c’è un rapporto diretto tra natura del potere e forma immediata del labirinto. Do due esempi tratti dal cinema, dove per l’appunto il modello rizomatico, appena si astrae dal qui e ora, mostra la propria architettura labirintica. Per il primo tipo, allegoricamente parlando, il potere è l’Architetto di Matrix. Tu puoi anche essere l’Eletto, puoi vestirti da prete, volare e al contempo spaccare il coccige ai fringuelli, ma senza una guida che conosca l’esatta porta e l’esatta chiave nulla può portarti all’Architetto. E, una volta giunto lì, potresti soltanto scoprire che la tua esistenza si basa su una scelta le cui possibili risposte sono state già previste e codificate, e vallo a dire a Morpheus che forse aveva ragione Cypher, tutto sommato. Il secondo tipo di potere è quello di Brazil, dove il labirinto è costituito dalla burocrazia, la quale scatena senza preavviso una violenza inutile e illogica, perfettamente sensata solo dal punto vista della tecnica e dello status quo, e dove persecuzione, tortura e morte sono momenti del grottesco.

Ora, io credo che il potere con cui abbiamo a che fare, pur presentando elementi del primo tipo (la cosiddetta «società dello spettacolo» e le sue idolatrie reificanti) sia soprattutto del secondo, e a tal proposito cito un dato, ché finora ho usato troppe metafore e allegorie, e quindi rischio di generare delle catacresi (vade retro!). In ciò compio un azzardo, per cui in questo caso eventuali commenti di chi legge, o considerazioni da parte tua sono assolutamente ben accetti.
Il dato è la Costituzione Europea, che è una codifica di potere il cui linguaggio è un labirinto della tecnica e della burocrazia. È, di fatto, una costituzione che vige al di sopra delle costituzioni degli stati membri, ma è una costituzione che, nella forma apparente del linguaggio (il primo strato dei piani meta di cui parlavi), è presentata come una costellazione di Trattati e carte dei diritti: una rete, insomma. Sono trattati e carte perché una Costituzione avrebbe previsto un referendum confermativo, il quale bocciò nel 2005 l’originale Costituzione Europea in Francia e Olanda. Un trattato, invece, può essere sottoscritto dai paesi membri, e poi ratificato dai parlamenti, esautorando l’istituzione referendaria, che è la forma più diretta di democrazia. Ora, io ti esorto, come metodo empirico, a leggere brevemente la nostra costituzione del ’484, o quella di altre democrazie occidentali, e leggere poi questa galassia di trattati, piene di rimandi interni a leggi, direttive, codici e codicilli e, nel leggerla, prova a sforzarti nel capire quale mondo disegni questa galassia. Se ci riesci, ti prego, fammelo sapere, perché io ancora non ci sono riuscito! Però è indubbio, per esempio, che la Grecia oggi sia un paese membro la cui politica economica viene decisa altrove, e se un paese deve contrattare con un’autorità esterna la propria politica economica, esso è un paese a sovranità limitata, commissariato, sottoposto a un potere estero. Un tempo questa condizione richiedeva guerre: oggi bastano burocrazia, debito pubblico e mercato.

Caro Jacopo, penso che il potere, la Tirannide5, non potendo più fondarsi di fronte alle masse sul senso del sacro, e dunque su un’intoccabilità di tipo magico, nel tempo abbia fondato se stessa su un’inaccessibilità di tipo fenomenologico.
Vedi, è forse un bene aver separato il discorso sui fenomeni e il discorso sul potere, perché l’interazione che corre tra questi due aspetti non è affatto immediata. Noi, a questo livello del labirinto, percepiamo come ostacoli e forme di vessazione una classe politica cialtrona e violentissima nelle ricadute sociali delle proprie scelte. Ma essa è paragonabile a un grottesco e crudele aguzzino, nella mia visione, mentre il vero potere sta al di fuori, o ben nascosto, e concede ampi potere all’aguzzino e soprattutto grande visibilità, in modo da distrarre le masse.
Ma non ho la presunzione di aver risposto così ai dubbi con cui tu hai iniziato questo piacevole scambio tra me e te, per cui attendo con curiosità il tuo pensiero a riguardo.

Matteo

1 A riguardo, cfr. U. ECO, Dall’albero al labirinto, pp. 57-60. Qui propongo, naturalmente come spunto, un’ulteriore accezione di labirinto rispetto al terzo tipo, quello rizomatico.

2 Noi italiani, che davvero abbiamo una traduzione dell’assurdo invidiabile, forniamo esempi del labirinto di questo tipo in diversi contesti. Ne prendo uno legato all’uso comune, che sarebbe piaciuto a Magritte. Che senso ha, ad un bivio, il cartello “tutte le direzioni”? Se una strada porta a tutte le direzioni, quella che va in senso opposto dove mi porta?

3 Sarebbe interessante chiedersi, a proposito “è un meccanismo difensivo l’espulsione della complessità? In che modo?”, ma su questo devo ancora meditare.

4 Dico del ’48 perché alcune modifiche compiute in tempi recenti risentono di questo tipo di potere da me descritto, con rimandi ad articoli ecc.

5 Sintetizzo, forse troppo brevemente, un processo storico avvenuto nel corso dei secoli. Un momento cardine è stato sicuramente la già citata Rivoluzione Francese, poiché in essa si è processato a livello ideologico e ontologico l’aspetto divino del sovrano, e dunque la forma dell’idea di divino nella società, espellendola.


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