PICCOLO GUASTO ALLA CENTRALE DEL TEMPO

Piccolo guasto alla centrale del tempo – Cronache (quasi) immaginarie (Stilo, 2011)

di Ivan Scarcelli

 

La casa editrice Stilo punta ancora una volta sui racconti, e lo fa con l’esordiente Ivan Scarcelli, ricercatore in Filosofia politica presso l’Università di Bari.

La precisazione non è di poco conto, in quanto il filo conduttore della raccolta, d’altronde intuibile grazie al titolo azzeccatissimo, è quello del tempo e dei suoi “guasti” – un argomento su cui la filosofia, e quella novecentesca in particolare, ha ragionato a lungo.

L’autore dimostra di saper raccontare; produce, a partire da queste fratture nell’ordine di ciò che ci appare più familiare, dei racconti che portano i protagonisti su binari inediti, verso mete sconosciute – e non a caso, nel risvolto di copertina si parla di “realismo magico”.

La scrittura di Scarcelli, senza mai eccedere in virtuosismi, si piega a questa pendenza del pensiero, con cui il lettore scivola dal piano dell’ordinario a quello del fantastico nella sua dimensione più angosciante: un realismo, dunque, che trova posto soprattutto nelle premesse, ma che ritorna anche come effetto della deriva immaginifica; poiché le conseguenze, per quanto incredibili, ci appaiono del tutto plausibili e coerenti all’interno dei mondi paralleli che queste storie costruiscono.

Prendiamo ad esempio il primo racconto, uno dei più lunghi della raccolta. Il protagonista de Il cliente è sempre un cannibale rappresenta il prototipo del precario contemporaneo – disponibile ad adeguarsi, costretto a cambiare lavoro ogni volta che prova a ribellarsi ai soprusi subiti: al punto da arrendersi completamente ai clienti, che ne invadono la vita privata pur di  non accettare di essere stati fregati da una ditta che vende un apparecchio miracoloso per imparare i libri a memoria (e tutto ciò senza che il malcapitato addetto all’ufficio assistenza riceva in cambio una qualche forma di gratificazione economica, sempre dilazionata dal proprio capo). Qualcosa che dunque ci sembrava impossibile fino a poche righe prima – l’idea che un precario possa fare non solo gli straordinari non pagati, ma addirittura a casa propria e per giunta durante la malattia – succede realmente, convincendoci del fatto che potrebbe davvero accadere.

Il lettore si trova infatti invischiato in storie che lo preparano alla possibilità dell’assurdo, sempre in agguato dietro l’angolo. È così per il militare de La voce del dovere, che non riuscendo a scegliere se stare dalla parte del golpe o da quella dello Stato, finisce per essere giudicato erroneamente dal popolo; ma è anche il caso del protagonista di Un’ora nel treno, che si risveglia in uno scompartimento in cui le persone parlano una lingua a lui incomprensibile, spaccato di un mondo regolato da norme sconosciute, che gli costeranno la libertà.

Ma è nell’ultimo racconto, a parer mio il più riuscito, che la dimensione fantastica si risolve nuovamente nel “realismo” con cui si apriva la raccolta. La storia del marito geloso, che a causa della sua fissazione (frutto di un sogno seguito a una frase non carpita per strada, pronunciatagli contro da una prostituta) finisce per distruggere la propria relazione coniugale e trasformare in realtà ciò che apparteneva al regno delle possibilità, rappresenta in fondo anche una sorta di manifesto cui aderiscono le storie di questo libro: l’idea cioè che la letteratura serva a rifornirci di un paio di lenti speciali con cui guardare oltre l’apparenza delle cose, e in questo modo ad avvertirci e a prepararci soprattutto all’improbabile; che serva, in definitiva, a provare come si sta dalla parte di chi spesso giudichiamo senza porci troppi problemi.

 

Simone Ghelli

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