Cos’è tutto questo teatro?

La prima tesi sul teatro potrebbe essere: “Il teatro è una nostra riproduzione. I personaggi sono tutti frutti della nostra mente, riproduce la vita”. La seconda: “Il teatro non ha nulla a che vedere con la vita o con la realtà: come fanno i personaggi teatrali a essere delle proiezioni della mente umana?”.

A questo punto si potrebbe rispondere che il teatro offre delle “macroscopicizzazioni” di fatti reali microscopici, cioè ingigantisce aspetti remoti della realtà. Ma questo non vorrebbe dire che il teatro è una fotografia della realtà.

Probabilmente sarebbe più esatto dire che il teatro non è così semplice, anzi, è più complesso delle altre arti. Lo è perché nasce da identità e diversità. Identità perché i personaggi teatrali nascono dalla realtà. Aristotele scrisse nella Poetica che «se si rimprovera al poeta una scarsa verità, si può rispondere che egli rappresenta le cose come dovrebbero essere, come diceva Sofocle di sé, che rappresentava i personaggi come dovrebbero essere, mentre Euripide li rappresentava come sono» e quindi pure lui la pensava così. È però ovvio che le storie del teatro non sono quelle della vita. Anche Aristotele non ha detto tutto su Euripide. Innanzitutto perché Euripide non era realista di suo, ma era rimasto contagiato dal concetto del “bello come razionale” di Socrate (infatti, a Nietzsche, che già ce l’aveva con Socrate, non sta molto simpatico neanche Euripide). In secondo luogo perché i personaggi di Euripide non sono propriamente reali, ma si trovano proprio a un pelo dalla linea di demarcazione fra reale e surreale. Ma, ugualmente, dire che il teatro non ha niente a che fare con la realtà sarebbe inesatto.

Il teatro è un paradosso perché si basa su due principii contrastanti. Basti pensare a Schiller: quando lui scrive I masnadieri crea un personaggio, Carlo, che è un personaggio squisitamente naif.

Si potrebbe dire che è una contraddizione per due motivi. Uno: l’uomo si rende conto di dover essere diverso, ma resta sempre com’è e si limita a creare personaggi ideali da guardare pensando “Dovrei essere così”. Due: l’uomo ha creato un’arte così paradossale che, a rigor di logica, non dovrebbe esistere.

Ma, senza scomporsi troppo, al primo motivo si potrebbe rispondere con quello che dice Rousseau all’inizio dell’Emilio: «Tutto è bene uscendo dall’Autore delle cose, tutto degenera fra le mani dell’uomo» (compreso l’uomo, si dovrebbe aggiungere). L’uomo nasce ottimale e poi si rovina stando con gli altri uomini (e qui mi viene il desiderio di fare un paragone fra Rousseau e Marx, ma mi trattengo). Per il secondo motivo, sia sufficiente precisare che l’arte è sempre stata molto ambigua, l’uomo non è mai riuscito a capire se sia una cosa buona o cattiva: è straordinaria, ma è pur sempre prodotta dall’uomo. Per cui la tragedia era amata dai greci per la catarsi, ma l’arte è odiata da Platone perché è mimesi; Il Libro dei mutamenti utilizza per la musica e per il tuono lo stesso simbolo (Ü) e dice che la musica è il comunicare divino, ma Borodin affermava che «la gente rispettabile non scrive musica per professione, così come non fa l’amore per professione». Insomma, stiamo ancora cercando di raccapezzarci. Forse l’unico che s’è avvicinato di più alla soluzione è stato Nietzsche, quando, con una specie di complimento-insulto, dice che «L’arte ha bisogno di una memoria infedele, in modo da non copiare la natura, ma trasfigurarla».

Alla fin fine il teatro, per non rischiare, mette in scena l’uomo condizionale e lo fa vivere senza mischiarlo con la realtà.

 

Antonio Romano

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