Alcune osservazioni sui manifesti TQ

In generale, la lettura dei tre manifesti di Generazione TQ mi ha lasciato un misto di condivisione sulle linee generali e di delusione per la vaghezza che si registra nel discorso.
I manifesti contengono alcuni ottimi propositi concreti (l’osservatorio sulle buone e cattive pratiche editoriali è una cosa che andrebbe fatta da tempo) persi in troppi proclami politici, così generali da essere vuoti di senso (o semplicemente retorici).

Penso ad esempio ai vari propositi del secondo manifesto, quello sull’editoria (e il più rilevante, mi sembra). TQ si impegna a “promuovere” valori come il diritto del lavoro, la qualità, la trasparenza, la pubblicità, il sostegno pubblico, la bibliodiversità eccetera nell’editoria, e “combattere” disvalori quali l’editoria a pagamento, la concentrazione, eccetera.

Primo punto: molti di questi concetti (non tutti) sono un po’ controversi. La “qualità” e la “bibliodiversità”, ad esempio: come si definiscono? Lungo quali parametri un libro è considerabile di qualità? Dire che si sostiene la qualità non è come dire che bisogna essere buoni (e dunque altrettanto vuoto)? E quanti e quali tipologie di libri vanno salvaguardate affinché non vi siano tipologie prevalenti che soffocano l’intero mercato? E se TQ elaborerà un paradigma proprio di qualità, come farà a tollerare altri paradigmi anche molto diversi? E siamo sicuri che le librerie indipendenti necessitino di sostegno pubblico? E così via.

Secondo punto: poniamo di trovare un accordo ragionevole a priori (da “persone perbene e informate dei fatti”, diciamo) su cosa siano la qualità, la trasparenza, la pubblicità, il sostegno pubblico ecc. In che modo, concretamente, TQ “promuoverà” tali valori? Quali saranno le vie d’intervento? Come si fa a cambiare un mondo così statico come la cultura italiana? (Questa è la domanda chiave, che viene elusa: il come, il mezzo, l’arma da trovare).

Riassumendo, la mia impressione complessiva di questi manifesti si può riassumere con il commento che fece Burroughs a Go! di John Clellon Holmes: “E’ ok, ma in modo ovvio”.

Mi si risponderà che una certa vaghezza sia di definizioni che di mezzi è connaturata allo stile letterario del manifesto stesso (che è sempre un po’ formale, come ogni carta di diritti), e che esso si concreterà strada facendo attraverso il dialogo e le prime iniziative. Una risposta intelligente. Ma a questo punto mi domando se fosse davvero necessario elaborare un manifesto.

Questo è un po’ il punto chiave della mia posizione. Del mio lavoro come scrittore (in tutti i sensi: narratore, saggistia, articolista, redattore…) fin da quando ho iniziato. E cioè: bisogna fare le cose veramente per bene. Bisogna essere onesti, trasparenti, diritti, e puntare alla verità. Mi sembra che il manifesto TQ si ispiri di fondo a concetti molto simili a questi, e non può farmi che piacere. Ma come si fa a dare ad essi un corpo? Facendo.

Il sito che leggete è una parte della mia risposta: tutto disponibile, tutto gratuito, tutto citato. Non ho mai recensito un libro senza averlo letto e non l’ho mai fatto per amicizia o secondi fini. Non ho mai messo i bastoni fra le ruote a nessuno per questioni di potere. In generale non ho mai cercato alcun potere. Ho sempre, nei limiti del possibile (e delle conversazioni da bar), detto ciò che penso in faccia a chiunque. E non l’ho fatto perché sono un figo, ma perché credo fermamente che chi lavora con le parole abbia un compito morale che trascende del tutto il porre una firma a un documento. Informa l’intera vita. Fino in fondo. Fino anche a conseguenze spiacevoli. Ed è una cosa che difficilmente, per me, si concilia con l’edificazione di un movimento – è qualcosa che nasce dal profondo e necessita di assoluta intransigenza, così come di una buona dose di silenzio.

Questo, come dicevo e ripeto, non significa chiudersi in alcuna torre d’avorio. Tutt’altro. Significa soltanto evitare il rischio di una collettività fondata su principi molto vaghi, cercando di ricrearla fuori da qualsiasi adesione o carta dei doveri: facendo, facendo e ancora facendo. Con buone argomentazioni, passione e disponibilità.

Quindi: sarei disposto a firmare un manifesto per dire che bisogna fare le cose per bene? No, sinceramente no (e infatti non l’ho fatto). E a dirla tutta mi sentirei anche un po’ pirla. Perché non ne vedo alcun bisogno: preferisco farle e lasciare che brillino da sole (oppure, se sto sbagliando, che marciscano da sole e mia e solo mia ne sia la colpa).

Ma questo sono io. Quanto al gruppo stesso, io credo che i TQ si siano messi nei guai. Perché il loro manifesto (che nell’ispirazione fondante condivido) è molto impegnativo, molto difficile da seguire autenticamente in massa, e che necessita di uno sforzo collettivo straordinario. Già sarebbe dura per un singolo individuo farsi carico di tutto questo: mi domando se coordinarne così tanti, sotto un cappello di etica comune, sia possibile.

Insomma: mi attendo, dopo queste parole, dei fatti davvero significativi. Mi attendo che facciano casino nel vero senso del termine: mi attendo che facciano esattamente ciò che dicono:

Specularmente, TQ si ripropone di denunciare in sede pubblica tutte le pratiche che contrastino con principi di etica e di qualità e in particolare quelle che tendono a erodere gli spazi della critica e a depotenziare il dibattito e la formazione di un’opinione pubblica: tra esse l’abuso delle anticipazioni dei libri e la pubblicazione, sui giornali italiani, di recensioni positive della stampa straniera fornite a spese dell’editore.

Mi attendo qualcosa che vada ben oltre i buoni propositi – perché di buoni propositi è pieno il mondo, e la cosa di cui abbiamo più bisogno ora sono degli esempi. Esempi di virtù e di trasparenza e di onestà intellettuale. Non basta dire che si promuovono queste cose: io potrei dirlo e poi fottermene. Invece bisogna farlo. In questo consisterebbe l’autentica novità, il vero straordinario abisso che darebbe nuova linfa a questo mondo culturale devastato, la rivoluzione di cui abbiamo bisogno. Se accadrà, sarò ben lieto di gettare a terra le mie armi e ringraziare i TQ.

(Ciò nonostante, io continuo a pensare che questo si possa tranquillamente fare anche da soli, senza firmare alcun manifesto, come dicevo qualche giorno fa).

Sono per natura scettico e portato all’isolamento, ma non voglio credere alle stupidaggini di chi pensa (senza fornire spiegazioni o fatti) che dietro tutto ciò vi sia solo un’operazione di marketing.

Questo però significa soltanto una cosa: prendo questi tre manifesti come una serissima ammissione di responsabilità da parte dei loro firmatari. Li prendo sul serio, dalla prima all’ultima riga e dal primo all’ultimo intento, e seguirò con interesse gli sviluppi della cosa.

Ma se mi capiterà di veder emergere desideri di potere da anche solo uno di essi, o palesi incompatibilità con quanto firmato, o creazioni di conventicole, o ipocrisie varie – be’, sappiate che mi incazzerò sul serio.

Giorgio Fontana

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6 Responses to Alcune osservazioni sui manifesti TQ

  1. matteoplatone says:

    Mi pare uno di quei felici casi in cui lo stile limpido ha un valore etico.

  2. Massimo vaj says:

    Quello sulla qualità di un’opera è un dibattere vecchio come il tempo, ma se si chiede a qualcuno cosa misuri la qualità difficilmente si avranno risposte. È come per lo stato di salute o di malattia, che sono difficili da definire quando si è nella necessità di ricordare che l’una ha bisogno dell’altra. Tutto è in movimento, pure il bersaglio delle nostre indagini, eppure la qualità, o la sua mancanza, sono costantemente sotto ai nostri occhi. Come la direzione spaziale determina la qualità di una sostanza – spaghetti e zucchero sono il risultato delle stesse molecole, diversamente orientate nell’estensione spaziale – così la qualità di un’azione, nel nostro caso di uno scritto, è in relazione alla direzione che costituisce il senso verso il quale l’intenzione che l’ha prodotto guarda. Naturalmente per un demone la qualità è data dalla volontà di dominio e di annientamento della diversità. Non mi pare necessario dire altro.

  3. Direi che va dritto al punto, senza troppi giri di parole.

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