Maggio *

Primo pensiero: non ci vado ai funerali. Non voglio dividere questo dolore: non ha nome. Non ha forma. Non ammette colpa.
Secondo: ho sbagliato. Dovevo ucciderlo prima.
Terzo: mai più regali difficili.

Ho inventato un modo per sopravvivere alla distanza che mi hai imposto ma sento un buco nero nel petto che mi asciuga le lacrime e un odio verso tutto questo sopportato non amore.

Cammino e bevo il mio veleno. Potentissimo e magico. Fa sì che nessuno veda dentro. E io vuota, come un vuoto a perdere. Ma nessuno vede attraverso le vetrate delle chiese. Figuriamoci qui, dentro gli occhi.

Sono giorni che passeggio e mi muovo tra le mie cose normali. Mi hanno detto che sei morto. Maddai. Ho risposto. Cancro? C’è riserbo. Un silenzio che parla da solo.

Poi le conversazioni deviano. Le vacanze estive, il prossimo ponte. Tiro le labbra e mostro i denti. Ma non trovo divertente quello che dico. Invece gli altri, intorno, sembra che si divertano comunque. Ridono. Lì per lì ho pensato che fosse una forma di scaramanzia che portasse tutta questa allegria. Invece no. E’ solo un modo per distrarsi da se stessi.
Mi volto e continuo a fare la spesa. Continuo a lavarmi i capelli. Li pettino. Mi affaccio alla finestra. All’orizzonte neanche una lacrima. E’ trucco. Dico. Pizzica. Di tanto in tanto mi sento spiata come se qualcuno dovesse indovinare. Mi esplode nella testa il ricordo.

Nessuno ha misurato l’universo che avevo coltivato per te. Nessuno.

Mi sono così abituata a non lasciare tracce nei telefoni, nei pc, sui libri, che la fuga non sembra un castigo. Piuttosto un nascondiglio.

Quello che facevo, continuo a farlo. La mia doppia vita correva veloce quando eri vivo.

Il mio doppio continua ad esistere per tutto quello che ho già vissuto. Non mi sembra peggio. Sono ancora innocente. Le menzogne che ho trascinato per strada non mi fanno vacillare. La mia soglia del dolore è alta e penso di non vivere già più. Se mi taglio è un inconveniente. Se sudo è solo per distrarmi. Se mangio è per occupare il tempo. Se parlo è per intrattenere qualcuno. Le mie bugie, non c’è stato verso di confessarle. E allora ho deciso di sgusciare via, per salvarmi da questo strano gusto di ferro che mi corre in bocca.
Scendo le scale. Incontro il portiere. Dico buon giorno. E’ essenziale. Le persone ti dimenticano se sei educato. Un torto si ricorda per sempre perché mette in discussione l’egocentrismo che ci portiamo dentro tutti. La forza che muove le cose si chiama centripeta e tutti ricordano gli eventi solo se consentono una narrazione appropriata, solo se assecondano una memoria dorata.
Il talento di nascondersi coincide con l’atto di rimanere volontariamente esclusi da tutti gli universi. Costruirne uno mobile è la mia strategia di sopravvivenza. Scivolare via dalla memoria del mondo. Camminare, ridere, vivere, apparire, parlare, mangiare, assaggiare. Giusto così, per riempire gli spazi lasciati vuoti dalla vanità altrui. Per non destare sospetti di protagonismo. Così si alimenta la menzogna. E insieme si rimane innocenti. Il mio anestetico.
E allora giù. Seduti al sole. Davanti a un ubriaco non cedo ad alcun sorriso. Solo uno sguardo complice che la signora dabbene si aspetta che io le restituisca, segno di un’intesa che non capisco ma che è obbligatoria.
Da giorni mi sveglio nella notte. E’ buio. Un silenzio innaturale mi bussa alle spalle. Ma è finto. I miei ricordi sono là. In fila contro la parete nella notte. Nulla di romantico. Solo strategie militari. La mattina, poi, conto le vittime. Armata, per evitare i feriti. In guerra non ci sono diritti, soprattutto quelli dei vinti. Solo trattati dopo le vittorie. Solo nuovi confini dopo le sconfitte.
Nel frattempo mi muovo e parlo come nulla fosse successo.

Ma il mio pensiero diventa un altro e alcune volte ha il suono della tua voce. Mi dici di essere una brava persona. Di essere corretto. Generoso. Di saper amare. Ma interrompi i racconti come sul ciglio di un precipizio. Concludi tutti i tuoi sospesi dicendo che, poi, un giorno, sono arrivata io.
Poi, un giorno, sei arrivata tu.

E sarebbe stato un bell’inizio per qualunque altra storia.
Invece no. Io sono arrivata mentre decideva che avrebbe vissuto la sua parte nascosta. A me piaceva anche quella. Ci sono rimasta avvinghiata. E quando mi diceva che ero libera di andar via, mi trovavo prostrata ai piedi della sua indifferenza.

Mi hai ucciso per primo. Mille colpi posso ancora ricevere. Mi ritrovo come una cagna a desiderare gli ossi peggiori. Quelli che proprio non vuole nessuno e forse possono essere solo miei.

Sono andata in giro morta ammazzata e nessuno se ne è accorto.
Mi raccontano dell’autopsia. Mi fa impressione che l’abbiano frugato. Non mi hanno trovato lì dentro. Era ovvio. Sono io ad averlo dentro. Non il contrario. E chiedo con indifferenza i dettagli. Con lo stupore, la curiosità morbosa dei passanti e lo spavento di chi si immagina vittima.
Bevo. Mi lavo le mani. Rifiuto un invito a pranzo. Mi muovo piano e senza emozioni. Mi faccio guardare negli occhi ma non serve a confessare.
Mi chiedo se tutti gli amori violenti chiedano tutti lo stesso tributo: maltrattare per vedere l’effetto che fa. E io ho scelto di rimanere, per provare a giustificarlo, tinteggiando con vivide pennellate di romanticismo i confini di uno spazio a volte proprio buio.
Mi sveglio la mattina, ferma sulla banchina della metro. Mi trovo a trasferire i miei pensieri nei tunnel sotterranei. Scendo e scendo sotto l’asfalto e insieme nella mia pancia. Scongiuro gli incontri con conoscenti. Il buio è già un buon anestetico.

E quello che ho in mente è solo il tuo tentativo di urlare. Ma non potevi.
Ora davvero non rimango che io. E tu sei stato uno che non ha mai amato gli amori difficili. Quelli pieni di cose da svelare. Quelli dove la tensione si nutre di veli, di scoperte, di nodi da sciogliere.

Incontro un collega per strada. E ingoio subito i miei pensieri per parlare di quanto ci si stanchi a fare questa vita. Di quante soluzioni sapremmo trovare se ne avessimo l’opportunità, di quante mancanze siamo bravissimi a elencare. Spero che finisca presto.
È così. Mi gela la paura che qualcuno mi guardi le mani e riconosca le impronte. Ma non succede. Sembra che tutti prendano un anestetico più potente del mio.
La menzogna che all’inizio sembrava dolce come una schermaglia d’amore, ora, mi stomaca.

E di me non è rimasta che questa. Quella che ti ha assassinato. Me lo ripeto e non mi fa impressione. Ti ho levato dal mondo. E’ definitivo e non mi da dolore. Assassinato. Ucciso. Strappato via dalla faccia della terra. Morto. Stecchito. Giro le parole e salgo sulla giostra. Estirpato. Un giro ancora e la giostra non mi cambia. Non mi trasforma in assassina.

Togliere significato. Tutto è senza importanza. L’anestetico, la mia unica salvezza.
Togliere significato per non subire il dolore delle privazioni. Così mi salverò in questo oceano solo mio.
Scelgo la strada da compiere a piedi, la fermata alla quale chiedere permesso. Mi incanalo nella folla e mi dirigo di nuovo verso l’alto. La luce mi avvisa che mi devo riappropriare dei gesti, della figura, del mio approccio razionale alle cose. La confusione della strada mi mette sull’avviso. Devo confondermi, spostarmi e riposizionarmi sulla direzione da prendere. Lungo la strada, lungo la mia storia perdo ogni desiderio.
E la menzogna della mia estraneità ai fatti copre tutto e sembra più vera della realtà. Perché meno complessa. Perché più facile. Perché più comprensibile. Tutti tifiamo per l’inganno senza saperlo.
Ho sorriso.
La pioggia di maggio è appiccicosa. Si stampa addosso e sembra sonno, cattivo umore.
La pioggia di maggio è un’eco dell’inverno passato e un anticipo di desideri estivi. Suggerisce la voglia di complicità e la certezza del disincanto più crudele.
La pioggia di maggio è sottile, come i pensieri più infidi e carezzevole come raso.

T’ho aspettato tre ore sotto la pioggia di maggio.
Sul marciapiede, come una puttana.
Dimmi che sei mia, mi sussurri nelle orecchie. Dimmelo, mi incalzi.
Ti rispondo. Te lo soffio sulle labbra.
E non aggiungo altro.
La tua eccitazione non vuole distrazioni. Mi guardi la bocca con l’aria vorace di chi non sa se usarla o baciarla.
Dimmi che sei mia. E quando arriva, mi colpisce, mi frusta.
Mi trascina via. Mi emoziona, quel dimmi che sei mia.
E io, che non desidero altro, che devo leccarti ogni centimetro di pelle per sentirmi tutti i tuoi comandamenti.
E io, che ti ho supplicato di essere voluta, che per mille volte avrei voluta essere tua.
Io che mi perderei con te, che camminerei sentieri lontani e io che cerco le mie risposte da sola. Io che godo dei tuoi sorrisi, che mi sazio delle tue mani. Io che ti rimango fedele. Io lo dico.
Sono tua.
E niente di più.
Perché sono solo le parole con cui avvii il tuo rituale.
Le prendo così come sono e me le porto dentro.
Le respiro dalla tua bocca e le porto con me, fino alla fine.
Mi mordi la schiena. Mi frughi con forza. Strizzi i miei polsi in un nodo troppo stretto. Torci la mia pelle. Soffi nelle ferite, nelle pieghe della mia carne. E stai bene attento a non lasciarmi lividi.
Mi ripeti le tue regole. Stai zitta. Ti ecciti ma ti si alza a fatica. Hai bisogno di graffiarmi il viso. Hai bisogno di uno specchio. Hai bisogno che te lo prenda in bocca senza stancarmi. Di guardarti mentre sei sicuro che ti onori a dovere. Tracci col dito il regno del tuo dominio. Mi sputi in faccia che non ti interessa altro che lo spazio che riesci a occupare qui e ora.
Ma io ti amo. E riconosco il tuo odore. Sento forte la rabbia degli abbracci che non arrivano mai. Sento la solitudine di un rituale che è solo tuo. La certezza che io o un’altra sarebbe uguale. Sei salato. I tuoi occhi rimangono chiusi. Guardami, guardami. Ma a guidarmi c’è solo la tua mollezza. E non mi guardi mai.
Continuo a sperare che la negazione di me sia sufficiente a tenerti qui. Adesso. Almeno in questo pomeriggio. In questa casa quasi vuota. In questa stanza fatta di uno specchio e un materasso senza lenzuola. In questa posizione che ti restituisce il dominio, sempre.
Con queste mani che mi premono ogni volta che provo a muovermi.
Ma questo è il tuo rito. Tu sei la mia religione.
Mi bagni sul viso. Nella bocca. Ti piacerebbe venirmi dentro ma non ce la fai. Non ce la fai perché non sei capace. Ma faccio finta di non saperlo. Faccio finta di credere che ti piaccia di più macchiare i miei capelli. Invece non ce la fai.
Ma io ti amo. E ti mento. Sono anni che mi sbrani a pezzi. La mia lucidità nell’accompagnarti. Il mio affetto per farti digerire due figli non miei. Il mio sguardo liquido per ingoiarti quando ne hai voglia. La mia immaginazione quando sei stanco. La mia caparbia presenza quando sei solo. E fai finta di non saperlo.
Hai finito. Una linea di imbarazzo ti segna il sorriso. Quasi a scusarti. E’ brutto stare a guardarla. Mi rubi anche quel poco di complicità imprevista.
Ti alzi. Prendi il telefono. Chiedi un’informazione. Ti ascolto. Sei gentile al telefono.
In attesa che la segretaria ti passi il commercialista, ti giri e mi dici, sai, è un periodo che è necessario mettere ordine. Le spese mediche. Lo stipendio. Le consulenze. La successione. La tassa sulla prima casa. Sapere cosa si può detrarre.
Il cacciavite era troppo vicino. La mia dignità troppo lontana. La mia rabbia troppo taciuta. La tua ipocrisia troppo evidente. La capacità di giocare davvero troppo piccola. L’onestà di riconoscere i regali difficili quasi inesistente. L’esercizio del potere troppo smaccato. La fretta di rientrare nel completo blu.
T’ho lasciato con gli occhi stupiti. T’ho guardato mentre non riuscivi neanche a urlare. Spero d’averti fatto male.
Mi dicevi che se mai ti fosse venuto un infarto, avrei dovuto chiudere la porta, lasciarti lì e andare via.
L’infarto non t’è venuto. Hai girato la passione in schifo. T’ho bucato i polmoni. Ho chiuso la porta.
Sono uscita e pioveva. Era maggio. l’acqua non ha lavato via il mio disgusto
Poi, dopo qualche giorno, m’hanno detto ch’eri morto.

Benedetta Torchia Sonqua

* Testo di Benedetta Torchia Sonqua e illustrazioni di Veronica Leffe pubblicati su Collettivomensa CAPEZZONE

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