La società dello spettacaaargh! – 11

[La società dello spettacaaargh! 1 – 2 – 3 – 4 – 5 – 6 – 7 – 8 – 9 – 10]

Caro Matteo,

ho ragionato un po’ sulla tua analogia tra piani meta- e geometrie di Escher: non era proprio così che me l’immaginavo, e questo mi ha portato ad analizzare meglio il concetto, che avevo delineato in modo approssimativo e frettoloso.
Con “inerpicarsi di piani meta-” intendevo ciò che scopriamo in quelle discussioni che finiscono quasi subito per vertere su cosa si è detto, sul perché lo si è detto, sul fatto che lo si è detto (talvolta addirittura qui, si finisce) etcetera; meta-discussioni, insomma, spesso snervanti, che sono favorite dall’epidemica comunicazione in forma di trolling (e in generale da quel fenomeno della comunicazione nel quale Mario Perniola ravvisa il discorso psicotico): il discorso del troll è talmente disgregato – spesso inconsapevolmente – e superficiale – nel senso proprio che pare un’increspatura della superficie – che la prima cosa che ti viene da fare è chiedere conto dei presupposti, tentando di mostrare al tuo interlocutore quanta complessità e quanto pervertimento dei significati si celino in quelle che lui pretende essere verità lapalissiane. La cosa interessante è che ai suoi occhi è il tuo meta-discorso che inerpica piani meta- e si allontana dal reale, mentre per te il tuo meta-discorso non fa che scoprire, a ritroso, in direzione del reale, la somma di piani occultati sui quali il discorso del tuo interlocutore si muove: l’impressione prodotta nel tuo interlocutore dal tuo meta-discorso, di un ulteriore allontanamento dal reale, è causata dal fatto che stai spostando l’attenzione dalla realtà dell’originario oggetto del dibattere alla realtà dell’esistenza del piano meta-, che però, per chi vi si muove sopra, è occultato, quindi il tuo meta-discorso scade, agli occhi dell’interlocutore, a pippa.
Prendo un esempio da L’assedio del presente (il Mulino, 2008) di Claudio Giunta:

«Ti distingui dal luogo comune, suona il testo libertario, anticonformista, ribelle, di una delle ultime canzoni di Vasco Rossi: e un gestore di telefonia cellulare non ha perso tempo e ha associato questo slogan alla sua campagna pubblicitaria, rivolta a milioni di utenti che vorranno appunto distinguersi dal luogo comune».

Muovendo da qui ho parlato di piani meta- anche per quelle parole-slogan che mi pare puntino sulla rapidità e presunta scontatezza affinché non si scopra il pervertimento del significato: libertà, popolo, felicità, morale, moderazione, moralismo, sinistra, democrazia, verità; sovrastrutture di semplificazione distorta, semplicismi omologanti che hanno presupposti troppo complessi per essere smontati in due parole, e che nel contempo celebrano la semplificazione: la celebrazione della semplificazione, in sé, trasforma la complessità in un tabù, e trasforma dunque l’avventurarsi nella complessità in un errore morale (la pippa); ma senza entrare nella complessità non è possibile mostrare la complessità dei presupposti di quelle sovrastrutture e delle perversioni che operano nel rapporto tra significante e significato. Voilà, il sistema è perfetto.
Questa complessità che occulta se stessa sembra fine a sé, al mero proliferare dei piani meta-, e questo è il modo in cui in generale funziona, mi pare, la tecnica, la macchina che crediamo di dominare come un mezzo e che invece ci domina sostituendosi al fine, che attraverso di noi produce se stessa.
Questo processo avviene più facilmente con quei termini maggiormente percepiti, in un contesto culturale relativista, come astratti e soggettivi: libertà, popolo, felicità, morale, sinistra, democrazia, verità etcetera. Il problema – come mostra il passo di Claudio Giunta – è che il soggettivo stesso, inteso come personale, è in realtà falso-soggettivo: oggettiva il soggetto con un significante perverso, lo espropria di se stesso.
Più che uno spazio à la Escher, tutto ciò mi sembra assomigliare a un sistema con due sole prospettive: reale e deriva. Tu forse mi dirai che le derive sono mille perché, per l’appunto, son derive. A me pare piuttosto che le derive dal reale vadano tutte nella stessa direzione, se non altro per le progressive semplificazioni e omologazioni linguistiche che escludono qualsiasi proliferazione e anzi sembrano convergere nel creare un piano linguistico mediatico, ipersemplificato e antagonista rispetto al piano del reale: l’incremento dei piani meta- è tale che il nuovo piano, più semplificato, si sovrappone al precedente allontanandosi dal reale ogni volta, appunto, della misura di un piano.
Credo poi che i piani meta- abbiano anche una loro forza gravitazionale, antagonista alla gravità del reale; e più il piano è semplificato, più la sua forza gravitazionale aumenta rispetto al piano precedente. Quindi: più un piano è distante dal reale, più forza gravitazionale possiede. Questo probabilmente perché più è distante, e meglio nasconde la complessità che fa orrore, e più fa orrore l’idea di indagare la complessità dei suoi presupposti, che è l’insieme di tutti i piani meta- precedenti sui quali poggia.
Insomma, i piani meta- vengono a configurarsi come i nuovi piani sociali, un sociale basato sulla simulazione piuttosto che sulla realtà. Sento che è questo il sociale che mi e ci spaventa, ed è quello che risponde meglio alla rabbia perché è strettamente connesso alla cancellazione della persona intesa come soggetto singolare, individuale (anche nel passo di Claudio Giunta). A tal riguardo ho notato che anche molti tra i cosiddetti progressisti, quando sono colti da una forte reazione emotiva e intendono attaccare, utilizzano lo stigma sociale: negro, frocio, troia, intellettuale. Sento che molta parte della nostra vita è una lotta per non lasciare il controllo ai virus della macchina omologante, per non precipitare verso l’alto, per così dire, attratti dalla forza gravitazionale del sociale più deteriore. E, se ci pensi, anche chiamare “sociale” questo piano sarebbe un montare un piano meta-.
Questa macchina non solo sembra fine a se stessa, ma produce se stessa con un’organicità tale che riesce difficile non pensarla come una possibilità metafisica fondamentale, come uno degli stati elementari dell’essere.
E in effetti, Matteo, ti confesso che credo che lo sia, e credo che sia la polarità opposta allo strato della nostra personalità dove noi essenzialmente siamo – ed è proprio perché questo strato è, che possiamo allontanarcene, scomparire, diventare robot –, quello che definirei, secondo una antica distinzione, lo strato spirituale. Io credo che lì sia il centro delle nostre vocazioni, che lì nasca ciò che di originale e irripetibile ognuno di noi, e solo lui, può portare alla luce del mondo.
Ricordi i tic linguistici, gli automatismi, il mio terrore di precipitare nel robot? A me sembra che più avanza la semplificazione, più salgono i piani meta-, più sembra regnare incontrastata la spersonalizzazione del soggetto stesso o che il soggetto esercita sugli altri. Lo strato spirituale me lo immagino massimamente semplice – la semplicità dello sguardo, ricordi? – e l’automatismo, il suo opposto, lo simula con la semplificazione della realtà: il relativismo, il riduzionismo fisico, economico, giuridico, la new age.
E allora ho pensato questa cosa: di quali mezzi disponiamo per opporci a questa tendenza a precipitare verso l’alto? La letteratura, la filosofia, l’arte, mi pare. Tutto ciò che si rivolge allo strato spirituale, tutto ciò che infatti chiamiamo “umanistico”. Il lavoro di uno scrittore, per esempio, è anche una lotta contro gli automatismi che salgono alla lingua, una lotta per dire esattamente il reale, e un contributo a una più sana connessione di significanti e significati. Ma più si inerpicano i piani meta-, più aumenta la loro forza gravitazionale: questa potenza credo sia causa e scopo anche dell’attacco che la tecnocrazia spesso muove alla formazione umanistica: non servendo quest’ultima ad altro che allo strato più spirituale della nostra persona, secondo un paradigma tecnocratico, essa non serve a nulla, e questo perché, là dove serve, la tecnica vede il nulla. Perciò ritengo che l’errore del tecnocrate non stia tanto nell’attaccare l’opera di fantasia come menzogna, quanto nel ritenere menzogna un’opera della fantasia, e che questo accada perché il tecnocrate ignora la parte di sé a cui quell’opera si rivolge e sulla quale, magari, l’opera dice il vero attraverso la metafora – del resto credo che senza la metafora sarebbe difficile indicare anche solo dove guardare per poterla vedere, quella parte di sé.
Per il resto credo che valgano queste tue parole: «Nel labirinto arriva un punto in cui devo accettare l’assurdo, e comprendere che il presupposto su cui costruire una qualsivoglia verità è l’umano: la consapevolezza che entrambi condividiamo disorientamento, angoscia, paura e difficoltà, che entrambi siamo bloccati nell’assurdo», sulle quali – oltre che sul resto, se ti va – mi piacerebbe riflettessimo ancora.

Jacopo

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22 Responses to La società dello spettacaaargh! – 11

  1. pieroangelo says:

    Di solito appoggio il cazzo sulle spalle di ignare abbronzate stese su comodi lettini blu, o sussurro frasi estrapolate dal sito di trenitalia o ad alto contenuto anti-sionista, ma questa tecnica di abbordaggio tronfia di charme ha perso il suo appeal.

    http://ferroviedellostatoreclami.blogspot.com/2011/08/sedurre-una-donna-di-mezza-eta-in.html

  2. Pingback: Guns don’t aaargue | YATTARAN

  3. Massimo vaj says:

    La verità, intesa come totalità di ciò che è, deve necessariamente essere una, analogamente al principio dal quale è irradiata. Dunque il dire che la verità si appoggia al presupposto umano è una coglionata, perché l’umano è anticipato dalla verità. Ciò che l’umano deve capire è che non tutta la verità è alla sua portata di comprensione, perché la logica che l’umano usa è figlia della verità, non madre, quindi in quanto effetto non può comprendere la verità nella sua interezza, dal momento che ne è compresa. Mai un contenuto può contenere il proprio contenitore.
    Ci si deve chiedere qual’è la natura del principio primo e se questo è assimilabile all’Assoluto che non è frutto di relazioni, ma le determina. Il primo principio universale, in quanto unità, costituisce una determinazione, dunque non può essere assoluto perché l’Assoluto, includendo il tutto in potenza, non può essere determinato a causa del fatto che ogni determinazione è… in quanto esclude quello che non appartiene a quella stessa determinazione. L’Assoluto è oltre l’essere, ma anche il dire “oltre” è limitante, perché si riferisce a un’analogia di ordine spaziale mentre l’Assoluto non ha un dominio che si possa definire esteso. Molte sono le considerazioni da fare in questo ambito, prima fra tutte quella che implica una contraddizione chiedersi se l’Assoluto “esiste”, a causa del fatto che l’esistenza è anch’essa affermativa. L’unità primigenia dell’essere affermato non è, per esempio, il correlativo della molteplicità la quale ha l’unità come principio dal quale è contenuta, e mai ciò che contiene ha come opposizione il proprio contenuto. La molteplicità ha, come opposto e complementare, l’unicità, non l’unità. Non è questa la sede per fare lezioni di metafisica, ma nell’ambito affrontato dall’articolo che sto commentando non è insensato affermare che per conoscere i principi, anche quando riferiti a un semplice calcolo quantitativo, bisogna risalire all’unità che di questo calcolare è il punto iniziale. Allo stesso modo occorre chiedersi cosa e quali siano i princìpi universali dell’esistenza, prima di tentare di mettere intelletti privi di unghie sui nodi intrecciati dall’esistere.
    Senza questa consapevolezza tutto resta sul piano delle ipotesi, che è un piano per modo di dire, a causa della sua estrema inclinazione all’errore di principio…

  4. matteoplatone says:

    “coglionata”?
    Ma Vaj, va’.

  5. matteoplatone says:

    Da un punto di vista metafisico, non hai capito la frase.
    Il significato in realtà è il seguente:
    “specchio riflesso, masturbati nel cesso”.
    Saluti alla signora.

  6. Massimo vaj says:

    Tratto dal Tao Té Ching:
    Quando un uomo saggio sente parlare dei princìpi del Tao si impegna a rispettare le conseguenze di quel conoscere
    Quando un uomo nobile ne sente parlare cerca di informarsi più a fondo
    Quando un uomo volgare ne considera l’esistenza ne ride. Se non ne ridesse non sarebbero i princìpi del Tao

  7. matteoplatone says:

    Saluti alla signora, e al libraio del paese.

  8. Massimo vaj says:

    E stata un’imprudenza, per te, incapponirsi sul termine “coglionata”. Così a lungo da dover poi trascurare il resto del mio discorrere. Non so, a questo punto critico del nostro confronto a scarso tenore dialettico, quanto valga la pena chiarirsi sull’intera penosa e irridente faccenda, ma di certo non guasterà soffermarsi un pochetto sui significati estensivi all’organo in questione: il coglione; anche chiamato, nel ristretto ambito naturalistico: testicolo.
    Ho rovistato a lungo, sugli scaffali infestati dalle camole della libreria del paesello, alla ricerca di un manuale d’uso, ma sono riuscito a trovare solo quello destinato al consumo. Poiché del consumo di questo essenziale organo sembri occupartene tu… procederò all’analisi, con l’obiettivo di una esaustiva sintesi, delle correlazioni riassunte nei parallelismi che spontaneamente si allineano alla centralità dell’essere sottomessi alle crude esigenze fisiologiche di un organo tanto poco adatto a ricamare litanie in chiesa. Con una evidente dominanza del fisico, sulla logica del pene che gli sta sopra, amichevolmente apostrofato “cazzo” dalle moltitudini che non hanno affrontato gli onerosi studi di medicina, l’importanza del ruolo del coglione è pressoché misconosciuta ai più.
    Resta tuttora un mistero il fatto che, pur essendo una coppia molto unita, non sia in uso dare dei “coglioni” a un solo individuo che se lo merita.
    È il momento, ora, di addentrarmi nel regno in cui il coglione spadroneggia: le palle.
    Non sfuggirà alla vostra pregevole attenzione che un coglione non dovrebbe avere bisogno di raccontare palle, dal momento che non si sputa nella vescica dove si abita per una questione d’igiene così ovvia che non la faremo rientrare nella mia ricerca. Eppure a tutti è noto che chi è coglione lo è anche per le palle che dice. Questa incongruenza, però, non mi distoglierà dal fine che mi sono dato.
    Compito del coglione, analogo a quello del suo fratello gemello, è di obbedire ai richiami al dovere che dal cazzo provengono, quando è vigorosamente stimolato nelle sue parti sensibili. Addirittura potrei espormi col dire che è proprio la sensibilità, regina di questo centrale distretto corporeo, la principale ragione d’essere delle funzioni che ora esporrò. Qualche studioso insinua che le vere ragioni siano da ricercare nella necessità di perpetuare la razza, ma non mi lascerò certo intimorire dalle bizzarre ipotesi di stampo nazista dell’ultima ora.
    Mai un cazzo si è eretto brandendo una bandiera, così almeno mi pare di ricordare.
    Di fatto il coglione è incapace di disobbedire, quando è un coglione in uno stato di salute accettabile, dunque spruzza a comando credendo di godere. Nella sua estensione di significato, quando applicato alla sfera intellettuale, il coglione reagisce a ciò che non capisce, e che lo riguarda anche poco, sputando sentenze da lui considerate fertili, al primo stimolo che il suo padrone, il cazzo, ha male interpretato.

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  22. sARA says:

    in realtà vaj, a prescindere da favoleggiamenti e virtuosismi linguistico-speculativi (che si rivelano soltanto mezzucci con cui combatte penose garette chi per ovvie ragioni si ritrova contenitore di testosterone frustrato) e dei quali ti fregi, la citazione di Matteo mi trovava concorde. nonostante ciò devo ammetterlo, dannazione, estrapolata del contesto quest’ultima replica merita…

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