La società dello spettacaaargh! – 12

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Caro Jacopo,

ho usato il modello di Escher per dare conto di una situazione cognitiva, di una difficoltà nel rapporto con la realtà che riguarda il punto di vista dell’osservatore.
Non è immediato né scontato, mi pare, che nel modello da te dato la deriva sia in alto, e il reale in basso. Per me è inoltre interessante l’espressione «precipitare verso l’alto», un ossimoro efficace nel rendere l’idea di un moto assurdo, e con accezione negativa. Sarei curioso di comprendere il motivo per cui hai messo quel concetto in alto, e quell’altro in basso. Inoltre, non ricordo se tu abbia dato una definizione di «piano meta-», che forse è bene definire al di fuori di come agiscono, perché è un concetto che ricorre spesso, nei nostri discorsi, e che si presta a molte interpretazioni.
Il punto per me non è che le derive siano mille: mi sta bene il discorso sulle due prospettive, ma per me il problema centrale, in una data situazione, è la difficoltà nel rispondere alla domanda “che cosa è deriva?” o “questa possibilità qui conduce a una deriva?”. Contribuisce alla difficoltà nel rispondere il fatto che le derive non è detto che manifestino subito i loro incontrovertibili effetti, o che non sempre si abbia lo sguardo lucido e pronto ad accogliere una simile verità in relazione a una nostra scelta. Inoltre io credo sia in parte necessità della mente semplificare da un punto di vista percettivo, e poi cognitivo. Ad esempio, nel mio campo visivo opero delle scelte, rispetto a tutto ciò che vedo, non posso attribuire la stessa attenzione o importanza ad ogni elemento, né posso saltare da un dettaglio all’altro, ma devo in qualche modo “creare” un piano meta–. La deriva, in questo esempio, una deriva nichilistica, sarebbe dire “siccome la tazzina da caffè sul tavolo non mi interessa, non mi serve, allora non esiste”; la deriva sarebbe muovere il braccio come se non ci fosse, ignorando il tonfo e il rumore di cocci rotti, eccetera.

Ora questo esempio, di per sé sciocco e piuttosto lapalissiano mi serve per dire che lo scivolare fuori dai significati talvolta è una difesa contro la complessità che non si comprende. Ossia: poiché non riesco a trovare una relazione logica, poiché ogni logica agli occhi miei decade, mi rifugio nell’utile, nel pratico per sfuggire all’horror vacui. Poiché quella tazzina, per motivi che sono il primo a ignorare, mi terrorizza (facciamo che sia una tazzina hitchcockiana!) allora la escludo perché non mi è utile, non mi serve. Io non bevo caffè, non ricordo di averla messa lì, dunque non deve esistere. Posso tranquillamente usare tutto il tavolo tralasciando quei pochi centimetri di tazzina. Ma poiché, in qualche irrazionale modo, ho terrore di quella tazzina, capisci bene che negarne l’esistenza è un modo per affermare la mia identità e convivere con le mie paure. Se tu volessi convincermi dell’esistenza della tazzina sulla base del principio “esiste, è lì”, ignorando la mia situazione personale, il mio terrore, eccetera, falliresti. Camus, nel già citato L’uomo in rivolta (perdonami se cito un libro il cui stile e il cui impianto non ti convincono, ma per me è un libro fondamentale), parla di questa dimensione pragmatica e utilitarista come prima difesa dall’assurdo, per esempio: una dimensione che non è naturalmente una soluzione e che prospetta un modello di società terribile. Andando indietro nel tempo, e cercando luoghi letterari a te più graditi, pensa a Socrate, nel Gorgia, quando parla della vergogna dell’uomo messo di fronte dialetticamente alla propria fallacia. Mi sembra parli anche di quanto ho detto finora, ossia dell’atteggiamento di chi nega a tutti i costi l’errore, magari per atavica paura che l’errore sia un sintomo della nostra corruzione morale (ho sbagliato perché sono empio, ma non voglio essere empio): voler negare o non ammettere completamente il sintomo per paura della malattia e di una sua incurabilità, capirai, è dunque un errore molto umano. Il modo in cui Socrate, nei Dialoghi, ricorre spesso all’esplicitazione del metodo usato, comunichi i piani meta-, o usi delle lodi che, in linea di massima, sono funzionali al discorso e al metodo usato, per mettere a suo agio l’interlocutore e preservarlo in qualche modo dall’aggressività che potrebbe sprigionarsi di fronte alla fallacia del discorso, mostra come il rischio delle derive nella comunicazione sia un qualcosa di incredibilmente umano. Socrate non ha bisogno di esplicitare un metodo, quello dialettico, che è noto al suo interlocutore, così come non ha senso che ricorra alla lusinga: nel Gorgia ciò si vede bene, proprio perché Socrate, che considera la retorica una lusinga, non può ricorrervi per argomentare logicamente. Diventerebbe un retore, e smetterebbe di filosofare.
Io separo perciò una dinamica che è dell’individuo e che, come dici tu, probabilmente fa presa su qualcosa che appartiene all’essere umano, da un sistema sociale o da una forma di potere centrata su questa dinamica. Separo cioè l’aspetto psicologico e individuale da quello collettivo e politico. Perché sempre nell’esempio di cui sopra, se tu volessi convincermi dell’esistenza della tazzina ignorando completamente le mie paure, o perché non le conosci o perché non le reputi importanti ai fini del discorso, le derive in ballo riguarderebbero sia il mio atteggiamento che il tuo.
Concordo con il discorso che la «macchina» sia contrapposta allo spirituale, e sono molto interessanti le tue osservazioni a margine in questo post, ad esempio. Ossia il modello-macchina, che è il modello della tecnocrazia, tende a ridurre la realtà ad ingranaggio, alla cosa che coincide con la sua (o le sue) funzioni e solo con quello. Mentre un modello spirituale-creativo tende ad esplorare il possibile, a cercare un modo di essere e di agire che è libero dalla dinamica orizzontale dell’organizzazione, dell’utile, del fare, ma cerca di esplorare il possibile attraverso l’interazione tra reale e immaginazione. La tazzina da caffè è definita dalla somma delle operazioni che compie, secondo il modello-macchina. Se io la usassi per giocoleria, per un’azione creativa, farei qualcosa che il modello-macchina reputerebbe errato, perché tra le operazioni definite dalla tazzina non c’è la giocoleria, a meno che il modello-macchina non decida di implementare questa possibilità, la quale però dovrebbe soggiacere ad una utilità, per esempio il diletto, o il passatempo (la funzione del tempo libero, ad esempio). Di sicuro il modello-macchina non contempla che io possa giocare con la tazzina come azione fine a se stessa, e non per tempo libero o per giocoleria o per cose che si possono fare con una tazzina. Ciò, sospetto, rappresenterebbe un assurdo, per il modello-macchina, un errore. Così come è indubbio che l’aver notato, mentre stavo scrivendo, la tazzina da caffè alla destra del computer, mi abbia ispirato alcuni spunti ed esempi per questa mia replica: vai a spiegare al modello-macchina l’ispirazione!
Mi ricordo quando, da piccolo, alla tastiera di un Commodore 64 scrissi la domanda «quante stelle ci sono nell’universo?». La riposta del computer fu «SYNTAX ERROR»: per lui la mia operazione era assurda, ma in realtà la domanda era sensata, e difatti io chiamai mia madre convinto che il computer avesse qualcosa che non andava, perché nel mio puerile candore era assurdo che il computer reputasse sbagliata la domanda.
Concordo sul tipo di ruolo che attribuisci all’arte e all’umanistico, e forse dobbiamo iniziare ad attuarlo in questa sede, ad attuare quel processo di liberazione dalle dinamiche che finora abbiamo esplorato e definito. Non vorrei infatti che finissimo per inerpicarci in piani meta– a nostra volta, sviscerando dettagli di concetti già affrontati, e ripassandoci tra le mani il filo dipanato dal gomitolo da cui siamo partiti. Che ne pensi?

Matteo

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13 Responses to La società dello spettacaaargh! – 12

  1. Massimo vaj says:

    Dunque a matteoplatone piace il post che ha scritto lui stesso? Che cosa singolare…
    Più una persona è colta, ma di una cultura che non capisce, e più è confusa. Chissenefrega se a matteo sta sul culo la tazzina hitchcockiana? Un individuo intelligente si sforza di capire perché è dalla comprensione che la paura perde la sua ragione d’essere. Non si pone il problema del meta-piano da costruire per aggirare la quastione che lo terrorizza, perché “meta” significa al di sopra delle contingenze date dai piani sotto che infastidiscono, non al di sotto e ogni moto d’incoscienza si colloca, per ciò stesso, sotto la coscienza, nelle zone d’ombra che non possono reclamare alcun diritto d’essere diverso dalla sopravvivenza di un imbecille.
    La persona intelligente, al contrario, cerca di capire il perché la tazzina, e Hitchcok che l’ha riempita, lo terrorizza. Quando la superficialità inutile di una cultura sincretica trapana in profondità un individuo gli capovolge i valori e lo fa sentire profondamente intelligente, ma di un intelligenza che se ne frega di intuire cosa dovrebbe essere per meritarsi il nome che indica capacità di approfondire elevandosi sul piano dove l’attribuzione di superiorità “meta” ha ragione d’essere. E, questa volta, l’espressione non costituisce ossimoro.

  2. Massimo vaj says:

    Inoltre, tra le poche cose intelligenti che Camus – che piace tanto a Matteo – ha detto, c’è questa:
    La grandezza dell’uomo è nella decisione di essere più forte della sua condizione…

  3. Massimo vaj says:

    Camus, giusto per riequilibrare una cosa sensata, disse anche questa cagata:
    Il fine giustifica i mezzi? È possibile. Ma chi giustificherà il fine? A questa domanda che il pensiero lascia in sospeso, la rivolta risponde: i mezzi

    Mio caro Camus… I mezzi non giustificano il fine e mai lo devono contraddire. Il fine si giustifica da sé attraverso il bene che consente, oppure si squalifica per il male che fa. Non è che occorra essere dei geni per capirlo…

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