Appunti biodegradabili dalla terra della fantasia – 1

Il sugo è quasi pronto, cuoce da quattro ore, forse cinque. Stamattina, appena sveglio, ho tirato fuori dal frizzer delle salsicce che aveva lasciato Gaetano, dicendomi che dovevano essere consumate. Ho tagliuzzato le cipolle e il sedano – mi mancavano le carote, l’altro giorno che son sceso in paese a far la spesa avevo titubato nel comprarle, e in effetti sarebbero servite – e ho soffritto il tutto con due spicchi d’aglio; ho sfumato con del vino bianco, poi, poco dopo che ho buttato in pentola le salsicce, oramai quasi del tutto scongelare, ho fatto lo stesso con un po’ di rosso. Quando la carne era quasi cotta ho aggiunto il pomodoro. Dapprima mi sono messo a girovellagare su internet, poi ho spento il computer e mi sono messo a leggere. A un certo punto, mentre il sugo cuoceva e io ero in bagno e leggevo Agostino (il romanzo di Moravia, non il santo), ho sentito i cani abbaiare. Non era il solito abbaiare di quando sentono rumori, persone o vedono mostri, no, era un abbaiare diverso, rabbioso, nervoso. Ho intimato un paio di volte di smetterla, ma niente, non la smettevano; alcuni dei cuccioli piangevano. Io ero bloccato e non potevo alzarmi, i crampi allo stomaco non mi permettevano di muovermi. Ho pensato che c’era qualcosa che non andava, ma ero impotente. Sono rimasto per qualche minuto così, col culo da fuori e il libro in mano, mentre una sensazione di agitazione cresceva. Quando ho risolto i problemi intestinali, dopo essermi pulito alla buona per sbrigarmi, mi sono precipitato fuori. I quattro cani grandi continuavano ad abbaiare, si agitavano, cercavano di andare verso la porta dell’edificio principale. Nei pochi istanti per raggiungere il luogo della scena nei miei pensieri azzardavo ipotesi per immaginare l’imprevisto: ho pensato che qualcuno stesse entrando in casa o che fosse salito un cane randagio o qualche altro animale. Quando sono arrivato mi sono accorto di avere una scopa in mano, dovevo averla presa senza nemmeno accorgermene. Davanti ai miei occhi quello che non avevo potuto immaginare: il più grande dei cuccioli, quello bianco, era avvinghiato al collo di uno dei mezzani e non lo mollava. Ho gridato spaventato. Mentre mi avvicinavo ho temuto che potesse ammazzarlo, il latrato dell’altro era sempre più disperato. Due degli altri cuccioli cercavano d’intromettersi nella lotta, mordendo ora l’uno ora l’altro. Il mio cuore ha cominciato a battere forte. Sono rimasto sbigottito dalla violenza con cui il cucciolo bianco si accaniva sul fratello. Per qualche secondo sono rimasto interdetto, non sapevo che fare, l’acqua fredda era lontana e non avevo il tempo, l’avrebbe ammazzato. Ho buttato la scopa e mi sono avventato sui due, cercavo di prendere l’aggressore, ma si muovevano lesti ed erano sfuggenti mentre io mi accorgevo di non essermi neanche abbottonato i pantaloni. Mentre con una mano mi reggevo le brache con l’altra cercavo di staccare i due, ma niente. Uno ringhiava e stringeva la presa e non mollava, l’altro si agitava, piangeva e piangeva e piangeva. L’ho visto morto, poveretto, era terrorizzato. Ho provato a mollare un calcio al grande, ma non sono riuscito a colpirlo. Ho fatto un passo verso di loro cercando di afferrarlo con le due mani, ma nel momento che sono riuscito a prenderlo mi son cascati i pantaloni e stavo cadendo anch’io. A ripensarci ora dovevo essere comico a vedermi, anche se seriamente preoccupato per il cucciolo aggredito. Si sa, un uomo che nel momento del pericolo ha le braghe calate può fare poco. È stato a quel punto che ho capito che per essere risolutivo, come prima cosa, dovevo abbottonarmi. Nel frattempo la lotta tra i due continuava feroce, il piccolo accennava una reazione, sfruttando i miei goffi tentantivi d’intromissione e riusciva a divincolarsi e azzannare l’altro al collo. È durato pochi secondi, il cane bianco s’è sottratto alla presa ed è ripartito al contrattacco, puntando sempre al collo. Solo allora, senza neanche rendermi bene conto, sono riuscito ad avventarmi su di lui e tirarlo via, lanciandolo lontano. Il cucciolo più piccolo, spaventato, è scappato al riparo sotto la macchina parcheggiata poco vicino, piangendo dolorosamente. L’altro ha cominciato a correre come impazzito per la pineta. La prossima volta che si azzarda lo lego, non vedo altra soluzione.
C’è da dire che per anni ho avuto paura dei cani. Non era, la mia, una semplice paura, quanto piuttosto una vera e propria fobia. Da piccolo, se malauguratamente trovavo per caso un cane sulla mia via, attraversavo la strada. Il cuore mi batteva forte, il respiro si affannava, il sangue saliva al cervello e mi rendeva completamente incapace di intendere e di volere. Penso che la colpa sia dovuta al fatto che sia mia madre che mia nonna facevano lo stesso, era una sorta di eredità che mi portavo dietro, come i debiti che la mia generazione deve pagare per gli errori e i ladrocini di quarant’anni di classi dirigenti incapaci e corrotte. Ci son cose che non hai rotto tu, ma devi ugualmente pagare. Insomma, se qualcuno da piccolo m’avesse detto che un giorno mi sarei trovato da solo a badare a quattro cani e cinque cuccioli gli avrei riso in faccia. In effetti se, fino a qualche mese fa, qualcuno m’avesse detto che la mattina dovevo curarmi di dar da mangiare alle galline e alle anatre, o alla sera dovevo innaffiare le piante e l’orto e gli alberi da frutta, gli avrei detto che era completamente pazzo. Eppur si cambia. Dopo una settimana qui a Frigolandia mi sto accorgendo che dieci anni tra le maglie della metropoli mi avevano contaminato. La metropoli, vista da qui, sembra un mostro cannibale. Forse lo è. Forse è che sono arrivato da poco. Il silenzio, qui, la pace, la calma, la profondissima quiete, quello che Roma nemmeno ad agosto sa essere, mi stanno portando a riscoprire un’interiorità che mi sembrava di aver smarrito, in qualche modo inquinato: è un altro mondo, un’altra vita. Però, questa quiete, almeno in questi giorni, mi sta donando una grossa serenità, un senso di riappacificazione con me stesso che mi schiarisce e purifica le idee. Il silenzio schiarisce i pensieri, li decontamina. Mandracchia, qualche giorno fa via mail, mi ha definito Liguori Contadino, ma è un’altra storia. Certo, quassù non è che ci sia molto da fare, a parte leggere e scrivere, ma in questo periodo della mia vita non chiedevo di meglio. Tra cinque mesi compio trent’anni e avevo una terribile paura di poter diventare un TQ. Me ne sono scappato. Dar da mangiare ai cani e al pollame erano impegni a Roma impensabili. Posso tornare a guardare dentro di me, sondare al meglio la mia interiorità. Mi sembra di recuperare una certa spiritualità che negli ultimi tempi a Roma ho come l’impressione che stavo perdendo. Sto bene. Certo, la montagna è tutto intorno, potrebbero venire i lupi a sbranarmi. Ma è una paura piacevole, è naturale. E la vista di panorami bellissimi da tutto distoglie e perde.
Non c’è bisogno di correre, fermatevi un attimo. Spegnete le televisioni, non leggete i giornali. Riprendete la vita per la testa, non lasciate che sia lei a dominare le vostre scelte. Quando la mattina trovo che la gallina ha fatto l’uovo, mi emoziono. Dovevate vedermi, un paio di giorni fa, quando ne ho trovate due. Una era più piccola e allungata, bianca: credo debba essere di una delle anatre, c’ho fatto una frittata insieme all’altra.
Il passaggio dalla metropoli alla montagna penso che mi stia facendo bene, è un ritorno alle origini che non ho mai avuto. La vita bucolica comincia a piacermi, chi l’avrebbe immaginato.
I cuccioli sono tornati buoni. Vado a preparargli da mangiare. Da quando una volta ho fatto la cazzata di buttargli gli avanzi fuori pasto, mi seguono ovunque, fanno schiera, mi gironzolano intorno come se fossi il loro capo clan. Oggi però mi hanno fatto spaventare, pensavo si ammazzassero. Ma sono ragazzi, è l’euforia dell’età. Cominciano pure a giocare a ingropparella, se li vedesse Coffami di sicuro scriverebbe un racconto porno dove i cuccioli di cane fanno all’amore. Ah, no, lo ha fatto già .

Gianluca Liguori

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12 Responses to Appunti biodegradabili dalla terra della fantasia – 1

  1. “Ma sono ragazzi, è l’euforia dell’età”. Pure con le bbestie fai il vecchio saggio! Ciao nonnino, ti verremo a trovare presto…quando meno te l’aspetti. di notte. mentre dormi.

  2. Io non aspettavo altro che la deriva mistico-naturalista di quest’uomo.

  3. @Carlo: adesso riscoprirà Rousseau, vedrai… 😀

  4. Carolina says:

    grande! apriti un blog dedicato, poi se se lo saranno meritato, riposti su SP ; )

    • scrittoriprecari says:

      Grazie, Caroli’, ma non posso postare tutti i giorni ché devo riprendere i lavori su La percezione… gli ultimi due lettori preliminari mi hanno dato tanto da fare :-))))
      Gianluca

  5. marcolupoaltezzaunoeottantascarpequarantacinque says:

    “Liguori, ovvero La vita con le galline”.
    Verremo di notte, come dice Zab, e accenderemo la luce, per capire se t’è cresciuta la barba alla Thoreau.

  6. Massimo Vaj says:

    Questa cosa dell’attenzione alla spiritualità mi incuriosisce, perché i significati che sono attribuiti alla spiritualità, pur essendo innumerevoli, di solito sottendono una vaga inclinazione al guardare il cielo, cercando di intravederne le mutande. Poiché lo spirito, nei suoi attributi essenziali, è privo di connotazioni relative, dello spirito si possono dire tante cose, tutte obbligate a mancare l’obiettivo. Da questo punto di vista il dare attenzione alla propria spiritualità dovrebbe significare l’avere un comportamento ai confini con la pennichella. Eppure questo funambolico spirito, se c’è, anche considerandolo nella sua natura trascendente la natura… deve poter essere considerabile attraverso i suoi riflessi, nel relativo mondo che ci ospita con disagio. Il riflesso più distante dalla natura, quella che ci costringe a essere peggio di quello che vorremmo, è l’intelligenza. Si potrebbe avanzare l’ipotesi che l’intelligenza totale sia una sorta di sinonimo dello spirito. Sempre ammettendo che sia stata una cosa intelligente metterci in questo stato di sofferenza concesso dal vivere.
    Io non credo che il soggiornare fuori città debba per forza favorire la spiritualità, né l’intelligenza riesca a guadagnarci. Potrebbe, forse, come potrebbe, con le stesse probabilità, conservare il proprio stato di degrado o, addirittura, peggiorarlo. Non si spiegherebbe altrimenti l’enorme percentuale di razzisti che popola la montagna dove vivo.

  7. Pingback: La società dello spettacaaargh! – 13 « Scrittori precari

  8. Rob rock says:

    Chi l’avrebbe detto: in soccorso ad un cane e non la fuga a gambe levate. Mi fa piacere, davvero!

  9. Pingback: Appunti biodegradabili dalla terra della fantasia – 2 « Scrittori precari

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