Harley Davidson

ROMA 1997

Armando parcheggiò il motorino nel cortiletto che dava sul lotto nove. Suonato il citofono, salì al quarto piano del palazzo, nel complesso delle case popolari. Il Befera lo accolse in tuta, abbracciandolo e baciandolo sulle guance. Erano le dieci e mezza di un martedì mattina. La città, intorno, lavorava frenetica. Quei due invece se ne stavano dentro un bolla. Sveglia alle nove, telefonatina, caffè e un paio di cannoni d’erba. Quando a quasi trent’anni non lavori, devi stare a sentire le pippe di tutti quelli che ti esortano a cambiar registro. Gli amici e, soprattutto, i parenti. Ma i loro parenti certi discorsi non li facevano. Erano entrati e usciti di galera per una vita. Non potevano permettersi troppe ramanzine. La prole, d’altro canto, non si era mai allontanata dalle tradizioni di famiglia.
Armando rollò una canna e la accese: “Sbrigati a prepararti, il Fratta c’aspetta prima di pranzo. Se non arriviamo in tempo succede come l’altra volta, troviamo soltanto quel fumo di merda che non vuole nessuno.”
“L’erba del Fratta invece… chissà quanto è buona, no?”
“Non è così male.”
Il Befera aspirò profondamente dalla canna e poi riprese a parlare: “Questa roba è una fregatura, ha un sapore paraculo e ti spacca il cervello. Ti vien voglia di fumare a ogni ora.”
“Beh? E’ il problema di tutte le droghe. Di quelle buone, intendo.”
“Sarà. Però secondo me quest’erba l’hanno resa più potente coi concimi chimici. Ma ti sembra naturale che per una canna stiamo fatti tre, pure quattro ore?”
“E’ una vita che fumiamo roba che non vale un cazzo. Almeno questa ha un buon sapore, ti fa stare fatto come una scimmia e, cosa più importante, si vende come il pane a quindicimila lire al grammo. Che cazzo te ne frega se è naturale o no.”
Parlarono per qualche altro minuto. Fumarono ancora e si prepararono un altro caffè. Poi uscirono. Appena fuori dal portone, Armando si mise le mani nei capelli: “Porca troia m’hanno fregato il motorino!”
“Non l’avevi legato?”
“No, come sempre… vaffanculo… Cristo! E adesso?”
Il Befera si guardò intorno e scrutò lontano, come ad avvistare un oggetto invisibile: “C’è solo un coglione capace di venire a rubare qui ai lotti.”

Monticchio viveva in un garage, nella parte del quartiere di Ponte Mammolo che si affacciava sulle sponde del fiume Aniene. Rubava macchine e motorini, ma se la prendeva soltanto con i forestieri, come voleva una regola non scritta imperante in borgata. Il fatto di essere tossico lo portava però a stare rincoglionito e commettere degli errori, come non riconoscere i veicoli degli abitanti. A quel punto andavi in quella specie di casa e ti facevi ridare il maltolto. Se opponeva resistenza, oppure rispondeva maleducatamente, gli tiravi un paio di ceffoni.
Il Befera e Armando, quella volta, non si limitarono alle sberle. Lo malmenarono con pugni e calci sui reni, perché quello non voleva saperne di riconsegnare il maltolto. Alla fine, dopo averlo gonfiato, i due convennero sul fatto che Monticcho di quella storia non sapesse nulla. Si fecero prestare la sua vespa e con quella si recarono finalmente dal Fratta, che li aspettava da un pezzo e aveva già dato via la roba migliore. Acquistarono mezzo chilo di fumo scadente tra lamentele, contrattazioni e discorsi sulla qualità del prodotto. Riportarono la Vespa a Monticchio, facendosi promettere di guardarsi in giro per ritrovare il motorino rubato.

Non fu Monticchio a fare la soffiata, qualche giorno dopo. Ci pensò Aldo, un ragazzetto sveglio che viveva a Ponte Mammolo ed era solito comprare il fumo dal Befera. Faceva il corriere espresso e stava tutto il giorno col culo sul furgone a consegnar pacchi. Disse di aver visto il motorino dalle parti di Vicolo Cellini, a Trastevere. Con la scusa delle consegne, si era fatto un giro. Aveva notato che il conducente era un ragazzo poco più che ventenne, mingherlino, roscio e vestito alla cazzo, con un giubbotto di pelle tipo motociclista Harley Davidson. Abitava proprio lì, in Vicolo Cellini; legava il motorino al palo di un segnale di senso unico.
Aldo non pagò il fumo quella volta. Dopo qualche minuto il Befera chiamò Armando e lo informò dell’accaduto. Presero l’autobus, senza alcun dubbio sarebbero tornati su due ruote.

Il ciclomotore era proprio lì, legato al palo indicato da Aldo. Il Befera aprì lo zaino, prese le tronchesi e le passò al suo compagno. Quello sgarbo poteva benissimo finir lì, col ritrovamento della refurtiva. Invece il Roscio, che aveva la finestra aperta al primo piano, pensò bene di affacciarsi e cominciare a urlare. Probabilmente quel coglione pensava di farli scappare soltanto con le urla. Li aveva presi per dei comuni ladri. Quando vide che i due non fuggivano e si mettevano persino a minacciarlo, ebbe la splendida trovata di scendere. Niente parole, niente spiegazioni. Un portone si apre e due energumeni si avventano su un terzo uomo, indifeso. Lo massacrarono, costringendolo poi a entrare in casa con loro, rendergli le chiavi del motorino e farsi rapinare di ogni risparmio: quasi un milione di lire.
L’aria di primavera, profumata e tiepida, quel mattino era addirittura graziosa sul viso dei due compagni mentre tornavano a Ponte Mammolo zigzagando nel traffico.

Dopo un paio di giorni tranquilli qualcosa si mosse nel quartiere. Un elemento estraneo spiava ogni giorno i movimenti dell’abitato a cavallo della via Tiburtina. Motociclisti e Harley Davidson, almeno a ogni ora, passavano per le vie strette facendo rombare al massimo i cavalli del motore. Bande di motociclisti, a Roma, non s’erano mai viste. Sembravano cercare qualcuno. Eccedevano col rumore, ma andavano piano. E osservavano tutto e tutti.
Più o meno all’ora di pranzo, Armando si presentò a casa del Befera parlando di una storia assurda, che non stava in piedi ma era vera. Dopo il pestaggio del Roscio, Aldo si era trovato ancora a passare dalle parti di Vicolo Cellini. Lì aveva visto due colossi piantonare il portone del ragazzo. Due ciccioni dalle braccia muscolose che indossavano giubbotti di pelle tipo Harley Davidson. Aldo era venuto a sapere, da un barista della zona suo vecchio amico, che quei tipi facevano parte di una banda di motociclisti famosa in tutto il nord Europa e parecchio conosciuta anche in Italia. Quella combriccola di uomini barbuti e motorizzati gestiva da parecchi anni un vero e proprio impero fatto di negozi di tatuaggi e rivendite di accessori vari. Unite alle attività legali ce n’erano alcune che si perdevano in vari rigagnoli di illegalità. Spaccio di droga. Prostituzione. Avevano un negozietto anche Roma, vicino al Pantheon. Quel posto era più che altro la sede locale del loro club, l’appoggio verso una Roma che frequentavano soltanto di striscio, per qualche affare di tanto in tanto.
Il barista li conosceva bene perché, a sua volta, era un appassionato di due ruote e assiduo frequentatore dei motoraduni di Ferrara e Faenza. Evidentemente il Roscio era uno di loro. Magari il figlio di qualcuno di loro. Probabilmente qualcuno di importante, per armare tutto quel casino. Evidentemente il Roscio non era un ladro di motorini, magari qualcuno glielo aveva soltanto venduto. Al di là di come stavano le cose, erano cazzi amari. Lo sapeva Armando e lo sapeva il Befera. Quest’ultimo però riuscì a mantenere una certa calma. Andò al telefono e prese in mano la cornetta: “Abbiamo ancora degli amici, non lo dimenticare.”
Chiamò Galls. Gli spiegò l’accaduto per filo e per segno. Condì il tutto con discorsi sull’amicizia, il rispetto, ricordi d’infanzia. Armando e il Befera, a Ponte Mammolo, fin da bambini li conoscevano tutti. Quattro stronzi in moto, amici di un coglione che aveva avuto il fatto suo, non potevano permettersi di venire da fuori e dargli una lezione. Galls chiamò subito il Piastra. Gli spiegò l’accaduto per filo e per segno. Il Piastra chiamò il Profeta che chiamò Raul che avvertì il Serafini che stava al bar Diam con i fratelli e quattro amici. All’ennesimo passaggio giornaliero dei motociclisti nel quartiere, all’incrocio tra via Francesco Selmi e Via Giovan Battista Scanaroli, un buon assembramento si schierò compatto bloccando la strada. Quando le moto si fermarono, i facinorosi si fecero avanti correndo. Prese il via una rissa di dimensioni colossali, aperta all’entrata di nuovi partecipanti.

Porzia Ambrogio aveva superato i sessanta da un pezzo. Da giovane era stato pugile. Definito da una famosa penna dell’epoca Il picchiatore Porzia, fece parlare di sé, per un po’, sui giornali. Purtroppo il talento non ebbe la meglio sul carattere scontroso, la sua carriera si spense in breve.
Ambrogio, quel giorno, se ne stava tranquillo sul balcone. Seguì l’evento dall’alto e, quando la faccenda gli sembrò chiara, imboccò la porta e le scale. I forestieri commisero l’errore di sottovalutare da subito il vecchio. Ma Porzia era ancora in forma per l’età che aveva e per quegli stronzi poteva bastare. Dei ragazzi sedicenni si trovarono a passare da quelle parti. Dopo aver osservato per qualche istante la scena, decisero di ingannare il pomeriggio in maniera diversa. Il Sor Guglielmo aveva il bar proprio sull’incrocio. Appena si rese conto di quel che stava accadendo, si fece sulla soglia. Osservò quell’orda e notò che, in mezzo, ci stava pure suo figlio. Rientrò e uscì tenendo stretta in mano l’asta di ferro che gli serviva a tirar giù la serranda del negozio. In una decina di minuti se ne aggiunsero parecchi.
Il Befera e Armando arrivarono quando i giochi erano ormai decisi. Armando sorrise e mise una mano sulla spalla dell’amico: “Adesso diamogliele pure noi ai compari di quel Roscio di merda!”
Si fiondarono nella calca e si impegnarono per rimettersi in pari con gli amici.

Luca Piccolino

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