SP intervista TQ – parte seconda

Ecco la seconda cinquina di domande a Sara Ventroni (SV) e Alessandro Raveggi (AR), tra i firmatari dei manifesti TQ. Coloro che avessero perso la prima parte dell’intervista possono leggerla qui.

SP: I partecipanti alla prima riunione nella sede della casa editrice Laterza (di cui peraltro non è mai uscita la lista) sono stati reclutati attraverso gli inviti, autonomi e spontanei, da parte dei cinque firmatari dell’articolo. Sempre i più maliziosi, però, hanno notato che si trattava perlopiù di autori che hanno pubblicato (o che stanno per pubblicare) con Minimum Fax, Fandango, Contromano Laterza, Einaudi (e qualche Mondadori) e di addetti ai lavori che ruotano attorno a queste case editrici. In un post pubblicato qui su Scrittori precari Enrico Piscitelli faceva notare che il 46% dei 54 fondatori di TQ ruota attorno all’orbita Minimum Fax e sospettava che, dietro “tutto questo parlare”, ci sia l’interesse di rafforzare un “gruppo” già esistente. Che ne pensate?

SV: La convocazione del 29 è stata informale, come aperta e informale è stata la prosecuzione dei lavori nei gruppi che da aprile a luglio hanno pensato, scritto e votato i documenti. TQ non è un movimento di promozione di questa o quella casa editrice, anche se nasce da persone che a vario titolo si occupano di libri, editori compresi.

AR: Vorrei ricordare prima di tutto che Andrea Cortellessa, prima scettico e oggi uno dei più attivi TQ, ha recentemente usato su La Stampa lo slogan calzante: “vogliamo sputare nel piatto in cui mangiamo”, il che significa che vogliamo lavorare all’interno di pratiche che oggi non consideriamo esenti – nessuno lo è – da miglioramenti o anche stravolgimenti interni da parte delle stesse persone che le abitano. Io non credo quindi che TQ sia nata per rafforzare un gruppo – che mettete nella vostra domanda non a caso fra virgolette, proprio perché non si capisce cosa accomuni la vostra lista, se non una generica accusa lobbistica. I progetti editoriali di Fandango, di Einaudi Stile Libero, di Contromano Laterza, includerei anche quello di Ponte alle Grazie, di Minimum fax, cosa hanno veramente in comune? Forse direi, più che altro IL Comune: Roma, una certa dose naturale, ma che in alcuni casi può portare a una certa miopia interpretativa, di romanocentrismo e conoscenza reciproca pregresse, che stiamo cercando internamente con successo e costruttività di ridimensionare – e i prossimi interventi TQ in Italia lo vorranno dimostrare. Infine sulla questione sollevata da Enrico – amico e collega nella collana di narrativa Novevolt – non posso altro che rispondere: “Sì, è stato forse così, ma adesso, di grazia, ci potremmo peritare nel considerare i tanti e nuovi membri e aderenti, tra cui ci sono non solo scrittori e addetti ai lavori romani, ma anche liberi professionisti, librai, insegnanti e bibliotecari da Milano a Palermo, da Matera a Venezia?”. Voglio anche ricordare che proprio Minimum fax nella persona di Marco Cassini ha espresso ultimamente un’intenzione fattiva di rivedere le regole della distribuzione e produzione editoriali molto interessanti. Benché Cassini parli di “modeste proposte”, credo che con una buona quantità di persone concordi si potrebbe provocare un contraccolpo che gioverebbe però all’editoria in generale. Cassini parla poi anche di formule di crowd-funding o sottoscrizione collettiva che sarebbero pratiche intelligenti, sebbene sporadiche e occasionali, per garantire una bibliodiversità editoriale allargata alle opere che il mercato chiama “sperimentali” solo perché le considera invendibili (per formato, per stile, per argomento, o perché incommensurabili, cioè non confrontabili con supposti modelli di vendibilità) ma che susciterebbero sicuramente l’interesse di molti lettori. Una regola del genere fatta dalla cura e pazienza degli stessi autori e lettori e in sintonia con un concetto di decrescita felice che si sta discutendo in questi anni e che anche Simone Barillari ha riproposto in ambito TQ. Tutte queste idee sono per me perfettamente legate al motto Non multa, sed multum che ho utilizzato con Piscitelli nello scrivere un testo-istruzione per Novevolt: meno cose, anche cose piccole, ma con una durata e intensità maggiori, bilanciando rischio editoriale e distribuzione alternativa.

SP: Non c’è rischio di conflitto d’interessi con l’autore tizio che magari evita di entrare in contrasto con l’editor caio solo perché forse c’è la possibilità che gli pubblichino il libro? E da qui viene da sé un’altra perplessità: tra gli aderenti, come vi siete organizzati per tenere alla larga quegli autori che si sono imbarcati sul carrozzone con lo scopo (il solo?) primario di pubblicare i propri libri?

SV: Per giudicare la malafede bisogna allestire processi alle intenzioni. TQ preferisce affidarsi a due criteri – adesione non formale ai documenti; principio di autocritica – per indirizzare il lavoro comune.

AR: Avete forse un po’ furbescamente rigirato la domanda precedente! Prima sottolineavate il problema possibile del rafforzamento lobbistico, forse comprensibile come rischio nei casi di un movimento di addetti ai lavori già all’interno di un mondo che vorrebbero contribuire a riformare, adesso parlate del possibile diffondersi di una sorta di “qualunquismo TQ”. Credo che si possa evitare, pensando a TQ come a una pratica responsabilizzante, una pratica d’incontro responsabile tra cittadini: se sto pensando o facendo o promuovendo cose errate o correggibili, nell’incontro con un collettivo così eclettico di persone posso, nella pratica, correggere le mie azioni e incontrarne di nuove, senza che questa attitudine debba essere presa, come fa l’ex-ministro Bondi in una recente sua “analisi” su Panorama, come una pratica da soviet. Rispondendo quindi all’ultima domanda: spero che nessuno entri in TQ per pubblicare libri, anche perché chiediamo fin da subito un’adesione motivata: “Entro in TQ non perché mi piace o fa figo o perché mi promuoverà, ma perché voglio proporre il mio aiuto in quest’ambito di cui sono competente o perché ho maturato queste esperienze passate che posso condividere, eccetera”. TQ come movimento sta poi comportando una dose di lavoro personale giornaliero che qualsiasi scrivente interessato alla mera pubblicazione – piuttosto che, ad esempio, alla qualità pensata di quello scrive e di quello che fruisce – eviterebbe di farsi. Sarebbe paradossalmente molto più semplice per lui conoscere persone al bar di un festival letterario, per ottenere eventuali favori!

SP: Perché nel manifesto/1 si parla di raccolta attorno a istanze politiche e sociali, anziché estetiche? Un artista non fa già politica attraverso la propria estetica e la prassi che vi si lega?

SV: TQ non è un movimento letterario. Non è mossa dalla volontà di definire un canone estetico (o una poetica) ma dal desiderio di intervenire nel sistema culturale attraverso pratiche comuni.

AR: Un artista può creare la propria estetica dalla propria politica, direi, dagli argomenti che mangia e vive e su cui agisce ogni giorno. Tuttavia non è sempre detto. Insomma non starò qui a scomodare Céline per l’ennesima volta… Comunque le due istanze non sono necessariamente legate in TQ, in quanto non è un movimento di poetica. Faccio un esempio: per estetica, posso aborrire ad esempio un autore, ma posso considerare che la sua opera debba essere diffusa, magari aiutandone la diffusione attraverso un’azione di sottoscrizione di molti autori, in quanto reputo/reputiamo con cognizione di causa che essa sia qualitativamente elevata, ed è questo che ci interessa: i criteri delle pratiche intellettuali prima che i criteri della valutazione delle opere all’interno di un canone, stile o moda. Siamo una generazione senza canoni o dal canone misto e intermediale, questo non significa che siamo senza direzioni, senza criteri. In TQ, infine, siamo in primis cittadini e poi scrittori, e abbiamo bisogno della prima attitudine per ritornare a fare il lavoro dell’altra, in tempi come questi.

SP: Sempre rimanendo al primo manifesto: non pensate che una chiusura come “Siamo ormai pienamente convinti, infatti, che non sia più sufficiente dedicarsi ciascuno per sé, con distaccata purezza, all’arte e alla letteratura: oggi più che mai è necessario praticare un’alternativa umana e comune al lungo sonno della ragione” possa apparire un po’ pretenziosa, oltre che irrispettosa nei confronti di chi in questi anni si è anche “sporcato le mani”? Inoltre, non pensate che il fatto di non nominare, non considerare affatto, nei vostri manifesti, quello che è un vitalissimo mondo di riviste, collettivi, realtà consolidate nel cosiddetto panorama underground, vi ponga di fatto come un elemento corporativo, elitario, per cui si esiste solo se “TQ”?

AR: Penso che molti dei membri di TQ che hanno sottoscritto i manifesti siano persone che negli anni si sono “sporcate le mani”, come dite, ma che adesso hanno deciso di sporcarsi le mani trasversalmente, uso ancora il termine, e collettivamente. Magari sono anche persone che, come me, hanno tentato in passato una sorta di attivismo politico, ma che sono rimasti delusi dalle inesistenti politiche culturali dei partiti politici italiani. Che tipo di politica culturale vorrebbe ad esempio esprimere il PD, un partito che, anche solo per moda dei tempi, dovrebbe esprimere, o cercare di esprimere, di intercettare, la posizione di molti scrittori, intellettuali, teatranti, cineasti, comici italiani? Oggi è molto più facile per un italiano medio abbracciare così qualcosa che è in fondo già: il risultato e l’agente di una deformazione antropologico-culturale espressa dai canoni del berlusconismo, uno strano mix di neoliberismo libertario, a volte supportato da intellettuali di destra parafascisti e da ciellini ispirati: una triade che si confà spesso all’italiano, individualista per autoconservazione di status, giustizialista del manganello invisibile e cattolico del confessionale mediatico. Molti dei nuovi membri vengono poi, arrivando alla seconda domanda, dall’esperienza di riviste e altre realtà cosiddette “underground” – che io chiamerei semplicemente “a distribuzione alternativa” – cioè sono o fanno parte di collettivi letterari: alcuni hanno aderito anche collettivamente, firmando in gruppo. Inviteremo inoltre molti altri interlocutori del genere per partecipare ai seminari TQ nell’autunno, perché ci interessa molto il ruolo sociale delle nuove riviste rispetto a un’idea di rivista moderna oramai decaduta in Italia.

SV: Molte persone, dentro e fuori TQ, da tempo si dedicano a blog, a riviste letterarie; all’impegno politico. Nel manifesto premeva segnalare, dopo una lunga stagione segnata da percorsi solitari o pulviscolari, la consapevolezza condivisa di una significativa diversione di rotta.

SP: Chiudiamo con un ultima domanda sul discorso “Qualità”: “TQ si impegna ad alimentare l’attenzione pubblica sulla questione della qualità letteraria, che è indipendente dal successo commerciale di un libro, e a fare ragionate battaglie contro le più deleterie derive mercatistiche dell’editoria italiana, come lo spostamento delle risorse delle case editrici dalla fase di produzione a quella di promozione dei libri”. In base a quanto scritto nel manifesto/2, il libro di Camilleri/Lucarelli, è un esempio di queste pratiche nocive, secondo voi?

AR: È evidente come il libro di Camilleri/Lucarelli sia un libro che non s’inscrive nel catalogo Minimum fax, ed è uscito non a caso per la collana Fuori collana. Stiamo parlando di autori notissimi, forse fiaccati da iper-produttività e sovraesposti, ma non certo di due autori che non hanno saputo esprimersi con qualità in passato. Non vi nego che l’uscita mi abbia un po’ sorpreso, da aficionado lettore delle proposte della casa editrice, non solo in termini di diffusione di autori americani, ma anche guardando alle pubblicazioni recenti di saggi di giornalismo culturale davvero notevoli e di nuovi autori italiani che non avrebbero forse avuto spazio altrove, e adesso si sono imposti come tra i migliori che abbiamo in Italia. Quello di Camilleri/Lucarelli è d’altronde un libro d’occasione, e guarderei piuttosto ad altre collane come Indi o Nichel, o ancora a progetti editoriali come Sur, per capire veramente la direzione di Minimum fax – e posso comprenderla benissimo! Il problema più grave si pone invece quando vedi altri editori sforniti di vere collane, ergo senza direzioni precise, con collane-calderone o collane-scaffale. I libri hanno oggi più editor che curatori e autori attorno, o meglio più direttori commerciali e meno direttori editoriali: l’editoria si è in qualche modo spersonalizzata – un grande editore corre il rischio di diventare uno stampatore di cose vendibili, quindi cosa lo distinguerà da ilmioesordio o Amazon? Sarebbe una gran cosa, ad esempio, che per ogni collana si dichiarassero i curatori e gli editor che hanno scelto, proposto e lavorato al prodotto editoriale. Bisognerebbe forse rivendicare fino in fondo il valore della scelta intellettuale, anche per evitare accuse lobbistiche che fiaccano le persone che ancora oggi fanno un grosso lavoro di scelta, e soprattutto come antidoto all’emergere di questa piaga autunnale che sarà il self-publishing, il vero e proprio suicidio anticipato degli editori, stando a quanto dichiarato da alcuni direttori sotto l’ombrellone, assieme a vari concorsi da idolatria dell’esordiente. Prepariamoci, perché saremo invasi.

SV: Il successo di pubblico non è sinonimo di mancanza di qualità; allo stesso tempo, non tutto ciò che oggi ha successo di mercato è destinato a trasmettersi ai lettori che verrano. TQ muove dal bisogno di uscire da parametri di valutazione esclusivamente mercantili e, se possibile, di smentire il luogo comune dell’identità vendita/valore.

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