Ultima spiaggia

a L.C.

Dalla strada statale alla spiaggia quarantadue passi di funerale. Tre bambini tengono sollevato un vecchio lenzuolo su cui è steso un gatto arancione e morto. Nelle ore precedenti, i tre hanno scavato una buca nella sabbia e adesso, in silenzio, vi adagiano dentro il gattaccio con il suo sudario a fiori rossi su sfondo blu. Poi, in piedi sul bordo della buca, i bambini guardano dentro: il gatto ha i visceri di fuori e un occhio in meno. Perché seppellirlo qui, chiede il più piccolo. Scemosei te lo abbiamo già detto cento volte, dice il più grande dopo aver sbuffato. Perché il mare pulisce tutto, risponde il mezzano che è anche il fratello del mocciosetto. Perché il mare pulisce tutto, chiede il piccolo. Gli altri due neanche rispondono. Per scavare la buca hanno usato delle vecchie palette di plastica – le stesse adoperate per trasferire l’animale dall’asfalto rovente al lenzuolo – e adesso, per ricoprirla, usano le mani. Vedendo il gatto scomparire a poco a poco, ricoperto dalla sabbia scura, il bambino più piccolo scoppia a piangere. Scemosei, dice il grande. Scemosei, ripete il mezzano. Il piccolo riesce a trattenere le lacrime, ma non i singhiozzi che gli scuotono il corpo. Dal chiosco delle bibite e dei gelati proviene una canzone di Vasco Rossi che piace a tutti e tre. Il sole non si decide a tramontare.

Tutto era iniziato con un istrice, piallato da una macchina notturna lungo la strada statale che separa la spiaggia dalle villette dei bambini e rimasto lì, per ore, sotto il sole che abbrustoliva e ne aumentava la corruzione, fino a quando il mezzano e il piccolo, i due fratelli, non lo avevano adocchiato. Si erano avvicinati, lo avevano classificato come porcospino ed erano corsi a riferire la macabra scoperta all’amico che stava giocando con un gameboy seduto su una sdraio. Morto morto, domandava il grande. Sì, rispondevano gli altri due. Il grande aveva alzato gli occhi dal videogioco per guardare la strada e il mare. Dobbiamo fargli il funerale, aveva detto posando lo sguardo sui due compagni di giochi. Il funerale, aveva chiesto il mezzano. Come ai nonni, aveva chiesto il piccolo. I nonni sono persone e questo è un animale e a questo gli facciamo il funerale sulla spiaggia, aveva detto il grande tornando a premere i pulsanti del gameboy. I due avevano annuito. E così palette, buca, di nuovo palette, una busta plastificata del supermercato e processione. Il sole che bastonava senza pietà. I bagnanti sulla spiaggia non li avevano notati e quei pochi che l’avevano fatto non avevano compreso di certo il loro rito pagano: per gli adulti l’estate significa non interessarsi alle cose. Preghiamo, aveva chiesto il mezzano togliendosi la sabbia di dosso. Scemosei si prega per le persone, aveva risposto il grande. Io voglio pregare lo stesso, aveva detto il piccolo. Il mezzano gli aveva mollato un ceffone sulla testa e il piccolo aveva preso a piangere e a smoccolare lanciandogli la sabbia, con rabbia. Il mezzano allora lo aveva fatto cascare giù e gli teneva immobili le braccine. Il grande, guardandoli, desiderava tornare a giocare col gameboy; oppure tuffarsi a mare e stare sott’acqua come fosse una buca e lui un porcospino morto, travolto da un camion e col padre e la madre che piangevano e il padre smetteva di lamentarsi perché lavorava e la madre smetteva di lamentarsi perché non lavorava. Quando si riscosse da quelle immagini i due fratelli avevano smesso di litigare e guardavano il cumulo di sabbia su quella che poco prima era stata una buca. Andiamo con le bici, propose il grande. Ma non mi lasciate indietro con le bici, piagnucolò il piccolo. E tu pedala più forte, gli disse il mezzano e poi aggiunse: Io sono Pantani. No io sono Pantani, disse il grande. Un altro litigio sotto il sole.
Dopo l’istrice toccò a un gatto nero con la coda mozzata di netto e finita chissà dove, a un piccione con la pancia aperta e il collo tutto storto e a una lepre che puzzava alla grande: i regali della strada. I tre bambini riservarono loro lo stesso rituale, ormai consolidato – anche se la lepre li aveva fatti vomitare tutti e tre quando avevano cercato di staccarla, già mezza mollacchiosa, dalla strada. Come stanno i tuoi amichetti, chiedeva ogni tanto il padre del bambino più grande e quest’ultimo sapeva il motivo di quella domanda: la madre dei due aveva una malattia che ti teneva ferma immobile e muta come una statua; aveva sentito dire che era una malattia dei calciatori ma dubitava che quella donna avesse mai calciato un pallone in vita sua. Una volta gli era capitato di finire nella camera da letto in cui la donna faceva la statua e lei lo aveva guardato e lui aveva provato paura ma non lo aveva fatto capire ai suoi amici e al padre di loro. La donna-statua a quanto pare comunicava attraverso il marito che doveva prendere una lavagnetta con delle calamite a forma di lettere dell’alfabeto e con quella comporre parole. Il marito, seguendo il movimento degli occhi della donna, disponeva le lettere sulla lavagnetta. Quella volta la parola era stata GELATO e il marito le disse che sì, avrebbe offerto del gelato al bambino. Il bambino sentì il cuore preso a morsi e le gambe gli stavano urlando di correre fuori da quegli occhi, da quella casa, da quella stanza. Ma era rimasto immobile, come la donna, fino a quando l’uomo non li aveva condotti in cucina, prendendo poi dal frigo tre ghiaccioli al limone. Il suo, per metà, si era sciolto sulla mano rendendola appiccicosa. Come stanno i tuoi amichetti, domandava il padre. Bene, rispondeva il bambino chiedendosi se anche i suoi due amici, da grandi, sarebbero diventati delle statue con gli occhi che si muovono e che fanno paura. Poi, per almeno una settimana, niente più regali della strada. I tre si limitavano ad andare in giro sulle bici o a costruire grandi castelli di sabbia. Ogni tanto i due fratelli giocavano a calcio e chiedevano all’amico di unirsi a loro ma lui rifiutava sempre, brusco e come impaurito. E dopo una settimana, quel pomeriggio, si erano accorti del gatto arancione: era ora di riprendere le palette.

La canzone di Vasco Rossi lascia il posto a una che non conoscono, una straniera. Perché se il mare pulisce tutto non li abbiamo buttati a mare, chiede il mezzano. Il grande sorride ed è un sorriso da ‘scemosei’. Il mare sta anche sotto la spiaggia, dice. Il piccolo annuisce mentre il mezzano non sembra convinto della risposta ma alza le spalle come a dire: chi se ne importa: è estate; e in questo, sembra già un adulto. Il sole alla fine si sta decidendo a diventare rosso e cascare giù. Io torno a casa, annuncia il grande. Ci vediamo domani mattina, chiede il piccolo smettendo per un attimo di giocare con una conchiglia. Occhei, dice il grande e si incammina verso la sua villetta. Sente sua madre canticchiare la canzone di Vasco mentre cucina e trova suo padre che sta innaffiando il giardino. Il bambino si siede sulla sdraio e per la prima volta si accorge che la loro palma, d’estate sempre verde e arancione, adesso è tutta marroncina e sembra una gigantesca scopa vecchia. Pa’, chiama il bambino, pa’. Il padre, sempre tenendo sollevato il tubo di gomma verde da cui esce l’acqua, si volta a guardarlo. Perché la palma è così, chiede il bambino. Il padre guarda la palma e scuote la testa. Colpa del punteruolo rosso, dice. E cos’è, chiede il bambino. Un insetto che arriva sulla palma e la rovina, spiega il padre. E la palma sta male, chiede il bambino. Sta male sì, risponde il padre tornando a dargli le spalle. Il bambino fissa ancora la palma e poi volge lo sguardo al mare e immagina di scavare sulla spiaggia una buca enorme, anche se ci vogliono anni e anni, e poi di infilarci dentro la loro palma e, dal momento che la buca è così grande, anche la madre-statua dei suoi amici e anche i suoi amici-future statue e poi impiegare altri anni e anni a ricoprirli perché sì, perché il mare pulisce tutto.

Roberto Mandracchia                [TerraNullius]

One Response to Ultima spiaggia

  1. Gero Miccichè scrive:

    Mandracchia che scrivi racconti bellerrimi, scemosei.

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