TQ, niente di nuovo sul fronte occidentale

«[…] in Italia gli intellettuali sono lontani dal popolo, […] e sono invece legati a una tradizione di casta, che non è mai stata rotta da un forte movimento popolare o nazionale dal basso: la tradizione è libresca e astratta e l’intellettuale tipico moderno si sente più legato ad Annibal Caro o a Ippolito Pindemonte che a un contadino pugliese o siciliano»

Antonio Gramsci

1.

È dall’uscita di New Italian Epic nel 2008, poi pubblicato da Einaudi Stile Libero nel 2009, che ci si domanda quale possa essere la via da percorrere per fare buona letteratura per l’Italia del nuovo millennio, o come riportare questa a un ampio numero di persone. Ciò, come è logico, è un problema che si pongono in particolar modo gli addetti ai lavori e chi i libri li ama. Ed è proprio nel memorandum dei Wu Ming che, ancora una volta, l’obiettivo viene centrato abbastanza bene. Almeno rispetto a quanto si legge sui Manifesti TQ, pubblicati sul loro blog e poi rilanciati da Nazione Indiana, che segnano, sotto certi punti di vista, un passo indietro: innanzitutto perché nel primo documento TQ, il centro del nostro problema viene spostato dal prodotto, il libro, alla casa editrice, i suoi dipendenti, più precisamente a come in essa il lavoro venga organizzato. Non a caso ci si riferisce alle case editrici come a un tassello dell’industria culturale neo-liberista, quello stesso neo-liberismo che parrebbe pervadere ogni cosa – ma questo non è il luogo per parlare di capitalismo-cognitivo. Allora TQ porrebbe le basi di un nuovo sindacato dell’editoria, il meccanismo dell’adesione confermerebbe questa teoria. Inoltre, a un’urgenza di rivalsa generazionale che prende, in alcune occasioni, i connotati di un tentativo di restaurazione, di una dinamica del ritorno, nei termini in cui si sancisce la necessità di ribadire i limiti di appartenenza a una casta o, per meglio dire, di un gruppo sociale che, di fronte alla forza di erosione della globalizzazione, al liquefarsi delle tradizioni e delle istituzioni culturali, non ha a disposizione gli strumenti adatti a una difesa della sua identità. I problemi precedentemente esposti potrebbero essere fronteggiati secondo la ricetta dei redattori dei documenti, ma nel manifesto TQ non è possibile trovare nessuna proposta originale; esso ci appare come un elenco di problemi, per ognuno dei quali viene proposta una soluzione. Il complesso di queste soluzioni darebbe vita a un nuovo corso per l’editoria nazionale, e nelle intenzioni dei redattori, ciò comporterebbe, per riflessione, a un miglioramento intrinseco dei prodotti editoriali, a un innalzamento della qualità dei libri che in un futuro si troveranno nelle nostre librerie. I presupposti di TQ sono del tutto condivisibili e deve essere lodato l’intento di tentare, in tre documenti, di rispondere a questa complessità dirompente che ci circonda ma, allo stesso tempo, credo sia necessario riflettere assieme sull’eventuale errore di prospettiva che all’operazione si può ricondurre.
Ecco, NIE e TQ sono il tentativo di cura di un comune male, un male percepito da molti, due terapie, però, da praticare simultaneamente, che non si possono escludere reciprocamente: una riguarda istanze estetiche, una strettamente politiche – che temo non siano ancora state formulate in modo definitivo o sulle quali sarebbe bene ancora discutere.
NIE, pur partendo dal presupposto di cultura e letteratura come Bene Comune, non nega e non si pone lo scopo di cancellare a breve periodo l’esistenza di forti realtà editoriali né, tanto meno, di causare la scomparsa da questo pianeta del neo-liberismo, anche se sono convinto che i Wu Ming a questo auspicherebbero. NIE prende atto delle contingenze, delle dinamiche consumistiche che non escludono alcun prodotto, nemmeno quelli editoriali, di conseguenza medita come, in modo virale, mutare l’orizzonte della nostra narrazione: lo scopo di NIE, secondo la mia opinione, è di lavorare a lungo termine, o questo è il tentativo, sul nostro immaginario comune.
TQ pone invece al centro della sua teorizzazione un tentativo di scollamento, da parte delle realtà di produzione culturale, dalla condizione economica neo-liberista, presupposto questo indispensabile perché, per gli appartenenti al movimento, la cultura letteraria venga nel nostro Paese rilanciata – perché, allora, in un mondo neo-liberista esistono luoghi dove si legge di più e meglio?

2.

Il problema, allora, per TQ viene a essere non “ciò che le persone possano cercare in un libro” ma “come educare le stesse a che cosa un buon libro debba essere”. Operazione che potrebbe dare esiti molto pericolosi, incidendo fortemente sul gusto dei lettori: la deriva sarebbe, questa è almeno la mia paura, il proporre dei canoni rigidi e, di conseguenza, l’eventualità che una persona sia costretta a spendere il proprio tempo in compagnia di un libro che le è stato imposto, e sarebbe proprio ciò che già avviene: cambierebbero solo i crismi di selezione del prodotto – o forse, situazione anche peggiore, assisteremmo a un rifiuto estremo delle persone comuni nei confronti della letteratura. Dove NIE pone al centro il “come scrivere” o del “come si è scritto”, parlando non a caso di libri ‘pop’ «Il New Italian Epic è complesso e popolare al tempo stesso, o almeno è alla ricerca di tale connubio. Queste narrazioni richiedono un notevole lavoro cognitivo da parte del lettore, eppure in molti casi hanno successo di pubblico e vendite. Com’è possibile? I motivi sono due. Il primo è che il pubblico è più intelligente di quanto siano disposti a riconoscere […]» e propone un suo utilizzo non dottrinale «Il NIE è solo una delle molte-buone-diverse cose che accadono oggi nella letteratura italiana» d’altro canto abbiamo «TQ [che] intende formare un nuovo pubblico, educare nel tempo una comunità di lettori forti, facendo riassaporare il piacere estetico della lettura attraverso interventi pubblici e seminari» e «In questo tempo di emergenza l’adesione a TQ si fonda dunque su un impegno etico in vista di un’azione politica, su un passo personale in vista di impegni collettivi. Siamo ormai pienamente convinti, infatti, che non sia più sufficiente dedicarsi ciascuno per sé, con distaccata purezza, all’arte e alla letteratura: oggi più che mai è necessario praticare un’alternativa umana e comune al lungo sonno della ragione». TQ dunque fa a pugni, volutamente, con quel testo che, dal ’67 in poi, si è imposto come riferimento obbligato per capire l’industria culturale nella società di massa – mi sto riferendo a La Società dello Spettacolo. È un’operazione questa donchisciottesca che, sebbene mi renda questo TQ estremamente simpatico, non ci aiuta a risolvere in alcun modo l’annoso problema di come, nel 2011, si possa avere un libro di qualità in libreria che sia riconosciuto come tale da un pubblico ampio. A meno che non si voglia giungere al compromesso che un libro di qualità sia quello che, per caratteristiche intrinseche, può essere letto e goduto da un numero elevato sia di lettori occasionali che di lettori forti e di critici – e, ancora, forse dovremmo discutere bene su quali possano essere gli strumenti di cui la critica decide di disporre per fare bene il suo lavoro – gli strumenti di Punto Critico, per esempio, sono molto differenti da quelli di Gamberi Fantasy.
Ecco, credo che sia molto difficile il coincidere simultaneo di tutti questi piani,: un libro artisticamente valido come può esserlo uno di Sanguineti, come l’Ulisse di Joyce, hanno per loro definizione un pubblico potenziale ridotto, è una cosa fisiologica e non ce ne possiamo lamentare, sarebbe ipocrita, sarebbe un ragionamento da Scuola di Francoforte pensare che oggi sia possibile il contrario.
Guerra Eterna di Joe Haldeman o Pan di Francesco Dimitri possono invece aspirare a un ampio pubblico, non c’è niente di sbagliato in questo, sta tutto nelle scelte che un autore opera nel suo percorso letterario. Non mi sentirei nemmeno di dire però che Guerra Eterna sia peggiore di Laborintus o che Laborintus sia migliore, venendo a Minimum Fax, di Ultramarine di Carver. Sono cose differenti, l’esistenza di una non deve precludere l’esistenza delle altre. Ma se vogliamo educare qualcuno a una estetica della letteratura, saremmo costretti, nei nostri seminari, a operare delle scelte, e allora verso quale tipologia di scrittura propenderemo nel nostro insegnamento? Ricordiamoci che, come scrive Umberto Eco, «il cattivo intellettuale […] non avendo più libri da scrivere, discute sulla morte del libro, non sapendo fare romanzi, discute sulla morte del romanzo, non riuscendo più a immaginare poesie, discute sulla fine della poesia». La cosa dunque che abbiamo l’obbligo morale di non fare è precipitare nel regime della nostalgia, sentimento reazionario per antonomasia.
Ebbene, anche i libracci fanno la loro parte – ciascuno di noi conoscerà molte persone che sono partite, a dieci, undici anni, leggendo cose che ora non si sognerebbero nemmeno di prendere in mano, persone che ora si possono benissimo occupare di filologia romanza. Ovvero: iniziare a leggere da qualche parte o leggere per il gusto dell’avventura, dell’esplorazione (Space Opera) non è meglio o peggio di trascorrere il proprio tempo in compagnia dei Cantos, è solo qualcosa di differente e anche un testo che nasce per regalare qualche serata di spensieratezza alle persone o per parlare dei reduci della guerra del Vietnam (Guerra Eterna) adottando le forme della letteratura di fantascienza ha tutta la dignità di stare negli scaffali delle librerie.
Ma il proposito di TQ, almeno per chi legge con malizia i documenti usciti su Nazione Indiana, sarebbe quello di indottrinare le persone, attraverso seminari, interventi critici ed eventi culturali, a che cosa, per gli addetti ai lavori, sia un prodotto editoriale di grande valore estetico: il tentativo sarebbe, in un sogno illuministico, di elevare, con gli strumenti della scuola, l’uomo comune dallo stato di barbarie. L’operazione da compiere è differente: in primo luogo non parlare di libri ma di strumenti della letteratura, fornendo agli interessati i mezzi per comprendere le meccaniche di un libro e del linguaggio, in secondo luogo lavorare alla produzione di una letteratura popolare di ampio respiro. Non dobbiamo negare la possibilità che un prodotto possa essere allo stesso tempo mainstream e di qualità.
Infatti, altro punto che del primo documento TQ non è molto convincente, almeno per come a mio parere è stato argomentato, è il principio di qualità VS quantità – motto caro a Chomsky – non a caso rappresentativo della stessa cultura umanistica, ma che trova in TQ la sua declinazione più elitarista, dove (almeno per l’impressione di molti) ciò va a sancire lo schiacciamento su posizioni che sottintendono il rifiuto di ogni prodotto editoriale mainstream. Ma era proprio NIE, che per la prima volta parlava del fare letteratura di massa, di tendenze, e inoltre di qualità. Un intero manifesto politico, quello di TQ, che ha lo scopo semmai di rifiutare gli strumenti dell’editoria contemporanea, correndo però il rischio di non riuscire allo stesso tempo a dare delle valide risposte alla fame di letteratura che il nostro Paese sta patendo. Ad ogni modo TQ cerca contemporaneamente di dare una risposta precisa a quegli annosi problemi che da almeno un trentennio ci trasciniamo dietro. Alfonso Berandinelli, nel 1982, ripreso poi in Storia dell’Informazione Letteraria Italiana dalla terza pagina a Internet di Gian Carlo Ferretto e Stefano Guerriero, scriveva non a caso che il critico letterario italiano ha rinunciato a «compiti di servizio sociale e della funzionalità comunicativa della vecchia critica letteraria [che sono stati] assorbiti dall’attività promozionale e pubblicitaria delle case editrici». Ora, forse la cosa che si dovrebbe chiedere a TQ non è tanto di proporre un meccanismo di adesione-esclusione, che non farà altro che ribadire i limiti di un insieme sociale, ma scegliere un percorso di responsabilità civile. TQ, se ne ha gli strumenti, dovrebbe proporre sul suo sito non una lista di chi ha deciso di aderire al movimento, ma una che contenga i nomi di chi non potrà mai prenderne parte – chi ha scritto recensioni compiacenti per far vendere il libro di un amico, chi ha scelto di inserire in una collana prestigiosa un titolo mediocre perché scritto da un autore molto noto, chi ha costruito un caso editoriale come quello della scrittrice fantasy Licia Troisi, Cronache del Mondo Emerse (Mondadori, 2004/2005)…
TQ in un certo modo propone anche questo senza forse accorgersene, almeno lo fa per i traduttori, quelli pessimi da domani potremo sapere chi sono: «una campagna pubblica affinché il nome del traduttore appaia quantomeno sul retro di copertina e nel frontespizio interno di tutti i libri e sia sempre citato nelle recensioni e nelle segnalazioni su giornali, radio, televisioni e internet». Ma questo non credo sia sufficiente. Troppi editor si nascondono tutt’ora dietro a un sordo anonimato, così tanti correttori di bozze che lasciano i libri che arriveranno nelle nostre librerie ancora pieni zeppi di refusi. E questo essere nominati nel retro di copertina e nel frontespizio di tutti i libri certo comporterebbe già di per sé un aumento della qualità dei libri in circolazione.

Francesco Terzago

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