IRISH COFFEE

“Deve essere sempre così, amore mio. Come se fosse un gioco. Come se fosse. Giura.”
Dolores glielo ripeteva quasi ogni volta. Un attimo prima di lasciarsi, la sera, al riparo dagli occhi di tutti gli altri e da Cork, senza sapere quando si sarebbero rivisti, e dopo che avevano finito di ridere o di fare l’amore nel capanno abbandonato sulle sponde del Lee.
Finbar ci aveva messo del tempo per capire. Il senso glielo aveva suggerito lei, con i suoi gesti pieni di slancio e con il suo perenne sorriso; e lo aveva fatto anche il mondo che girava loro attorno con il suo odio e il suo affanno, capace di togliere il respiro agli uomini e alle donne e il colore alle cose, nei quartieri cattolici come in quelli protestanti senza fare alcuna differenza.
Il gioco era divertimento. E aveva regole ben precise. Erano quelle che chiedeva Dolores per salvarsi dalla sua vita disciplinata da altri. Quando alla fine ci era arrivato, Finbar si era sentito ancora più legato a lei. Anche lui era un isolato, dopotutto. Era l’unico della sua famiglia e dei suoi amici che provava per Dio, per i Black and Tans che pattugliavano le strade a tutte le ore del giorno e della notte, per i protestanti come lui, per i fottuti cattolici, per sua madre e suo padre e il loro affetto, un’assoluta indifferenza. Senza sensi di colpa. Non sentiva dentro la rabbia e la paura. E non si riconosceva in quelli della sua parte. L’unica appartenenza che sentiva, forte e indissolubile, era quella a Dolores.

(now play)

Quel venerdì sera, come sempre, attese che la funzione terminasse, nel vicolo dietro la cattedrale dove c’era soltanto la bottega di McFarlane il fabbro, che a quell’ora stava affogando nella birra da qualche parte.
Sapeva che Dolores dopo essere uscita dalla chiesa, a metà strada sarebbe tornata indietro, dicendo ai suoi che voleva raccogliersi ancora un po’ a pregare da sola per l’indipendenza. Pensandoci Finbar, le mani gelide insaccate nelle tasche dei pantaloni di flanella, si mise a ridere.
Per passare il tempo fischiettò un motivo che si sentiva in giro quei giorni e restò a guardare senza un reale interesse un nuovo manifesto che invitava a votare per il Sinn Fein alle ultime elezioni generali, quelle del ’18, che qualcuno aveva affisso in fretta e che penzolava per metà dal muro accanto alla fucina.
I suoi passi veloci nella neve arrivarono per primi. Poi lei. Tutta. Un insieme che più tardi, nella mente, lui avrebbe finito per fare a pezzi da ricomporre. Finbar trovava che tutto in Dolores fosse congruo, coerente.
Quando aveva il tempo e la possibilità di osservarla, senza che lei se ne accorgesse o gli desse peso, si divertiva a scegliere due particolari a caso: le ciocche di rame e la voce, il modo che aveva di piangere e quello che aveva di tacere, le mani e la linea della schiena. E sempre trovava che le sue cose si accordassero alla perfezione.
Si abbracciarono.
“Portami via Finn, subito” solo questo gli disse.
“Sì”. Solo questo le rispose.
Camminarono verso la città medievale, la testa bassa, senza guardarsi.
Lei gli teneva un braccio cercando di stare al passo. Quando arrivarono alla porta della città vecchia, Finbar le indicò la vecchia costruzione di mattoni rossi e le disse che si trattava del vecchio birrificio. Lei lo guardò a metà tra il divertito e il perplesso.
“Ci vieni in un posto con me adesso?” le chiese allora fissandola con l’espressione più dolce che conosceva “E’ un gioco, in un certo senso” aggiunse vedendo che lei stranamente taceva.
Dolores per dire di sì annuì con il capo e alzò gli occhi al cielo e a dio.
Il “Pastore di anime” era un locale largo, pietra e legno, pieno di fumo, voci e odore di stanchezza e vita. Per bancone aveva tre blocchi di quercia uguali disposti a triangolo, con in mezzo un uomo sui cinquanta, curvo per l’altezza, vestito con un abito color pece e con un crocifisso appuntato su uno dei risvolti della giacca, che spillava birra e dopo averla servita e aver richiesto e ritirato immediatamente i soldi del conto, faceva un gesto con la mano che somigliava ad una benedizione.
Finbar salutò un paio di persone ai tavoli. Si diresse al banco con Dolores. Tutti si fermarono un attimo per osservarla. Qualcosa di quell’attenzione li divertì. Il disagio erano abituati entrambi a lasciarlo appena fuori dalla soglia di casa. Appoggiati su uno dei lati del triangolo, parlarono e risero a bassa voce. Finbar le raccontò che il Pastore faceva un meraviglioso irish coffee e serviva una cosa che lei certamente non aveva mai assaggiato. La Beamish.
“Non ridere, mai bevuto birra, non ridere!” gli disse Dolores.
Finbar rise lo stesso e le spiegò che se era certo che lei non avesse mai bevuto una Beamish, non riusciva a credere invece che non conoscesse la birra in genere. La Beamish era una birra protestante, le spiegò e lì davano solo quella. L’avvertì del suo sapore leggermente amaro e forte.
Poi a voce alta, perché lo sentissero intorno disse “Non è come la birra che bevono i fottutissimi cattolici. La Murphy è più dolce, sa di caramello e di cioccolato. Quella non è una birra cazzo!”
“Bere la beamish è l’unica cosa che mi fa sentire un protestante” sussurrò poi in un orecchio a Dolores.
L’uomo vestito di nero dietro il bancone, a quel punto si avvicinò ai due ragazzi e sporgendosi li baciò tutti e due sulla fronte, tenendo loro la testa tra le mani. Poi si spostò, cambiò lato, ne spillò due e le portò ai due ragazzi facendo sbattere i boccali sul legno del bar. Finbar mise due monete sul banco, che il Pastore fece sparire impartendo la solita benedizione.
La prima pinta di stout della vita di Dolores O’Keefe fu una Beamish. Era amara e la bevve tutta, alla fine.
Quando furono di nuovo fuori, lei barcollava e rideva. Procedevano il più veloce possibile, era tardi ed erano felici.
Dolores incontrò suo fratello Eamon troppo presto, a due passi dalla cattedrale. Si fermarono uno davanti all’altra, senza salutarsi. Finbar si fece avanti e iniziò a parlare. La prima frase gli si troncò a metà, in gola.
Il colpo lo fece girare di 45 gradi. Cadde all’indietro finendo per terra. Il ragazzo che gli aveva appena tirato un pugno, un biondino robusto e allegro con un berretto scozzese calato sulla fronte, si avvicinò a Finbar insieme ad un altra persona, che a Finbar sembrò McFarlane il fabbro. Il sangue gli colava da un lato della bocca, scorreva sul mento e gli sgocciolava sulla camicia. Il biondino e l’uomo lo presero, ciascuno per un braccio, e lo tirarono su.
Eamon stringeva Dolores in uno strano abbraccio. Doveva averle torto un polso, perché lei aveva soffocato un grido prima di restare zitta. La strada era vuota. Cominciarono a camminare. Dolores e suo fratello davanti, il trio immediatamente dietro. Il ragazzo con il berretto, che Eamon chiamava Paddy, senza allentare la presa, con un fazzoletto pulì il sangue dal viso di Finbar, senza gentilezza ma con una sorta di strana delicatezza.
Sembrò quasi un caso che si trovassero ora nel vicolo di prima, dietro la chiesa, davanti alla bottega del fabbro. McFarlane, proprio lui, scelse una chiave dal mazzo che gli pendeva da un passante dei pantaloni e aprì il locale. Paddy spinse Finbar dentro, poi entrarono Eamon e Dolores. Il fabbro prima di chiudere la porta dietro di sé, strappò il manifesto del Sinn Fein che avevano attaccato accanto all’ingresso e lo gettò per terra, imprecando sottovoce.
Il fuoco che ardeva nella fucina bastava a rischiarare la stanza e i volti.
“Lui è già morto lo sai, vero?”- disse subito Eamon rivolto a Dolores.
Lei gridò. Eamon le diede uno schiaffo, e un altro. Tanto forte da farla cadere sul pavimento e tingerle la bocca di rosso. Paddy rise. Nello stesso momento il fabbro colpì Finbar con una sbarra di ferro, una specie di attizzatoio, sulla schiena. Il ragazzo si inarcò all’indietro gridando per il dolore. Mc Farlane gli vibrò un altro colpo alle gambe, che lo fece finire in ginocchio.
Dolores piangeva. I nomi del fratello e di Finn si alternavano nella sua voce, con toni diversi. Fu allora che Paddy si avvicinò piano al ragazzo, da dietro. Si piegò leggermente, gli passò un braccio intorno al collo manco fosse una corda e strinse. Finbar digrignò i denti, senza tentare nemmeno di divincolarsi. Gettò il capo indietro con tutta la forza che gli era rimasta, per colpire in viso l’uomo che lo aveva abbrancato. Paddy con una torsione evitò che la testa di Finn trovasse la sua faccia. Poi con la mano libera, dalla cintura prese un coltellino ricurvo e gli tagliò la gola con un gesto misurato, netto. Lasciò la presa. Finbar, ancora inginocchiato, fece un movimento in avanti, per inerzia, mentre il sangue, dopo che lungo lo squarcio si erano formate delle bolle rossastre, aveva preso a colare a fiotti. Crollò in avanti, muto, sulla pietra.
Dolores non riuscì nemmeno a urlare. Sentì un dolore silenzioso e immenso che la svuotava e la riempiva e la svuotava e la riempiva ancora, e ancora. Piangeva sempre più forte.
“Sorellina. Non abbiamo finito ancora. Ci sei tu. E hai capito che non è un gioco, vero?” le sussurrò il fratello.
“Dovremmo fare fuori anche lei Eamon. Soprattutto lei” intervenne Paddy.
Eamon rimase zitto. Si sarebbe potuto dire che stesse pensando. Forse ad una via d’uscita, a un finale. Poi rivolto alla sorella, riprese a parlare.
La sua voce aveva un tono più calmo adesso. Disse che era la sua sorellina, dopotutto, e che una possibilità doveva esserle data.
“Facciamo un gioco allora. Ti va?” le chiese dopo una pausa.
Paddy e il fabbro si guardarono e sorrisero. McFarlane uscì dalla bottega. Quando tornò, dieci minuti dopo, aveva un boccale in mano.
“Non so come ho fatto a non bermela mentre tornavo qui ” fece il fabbro con la voce impastata e il piglio del buffone.
Tutti e tre adesso erano davanti a Dolores, che non aveva smesso per tutto il tempo di guardare Finn e il sangue che si allargava sul pavimento, e di tremare e piangere e singhiozzare. Poi fu Eamon a ricominciare.
”Forse non lo sai, Dolly. Tu poi neanche bevi… Ma vedi, da queste parti anche per le birre vale lo stesso discorso che si fa per le persone come noi e quel bastardo per terra. Ci sono le birre cattoliche e le birre protestanti. Perciò…le cose stanno in questi termini: se indovini, te ne torni a casa con me. Altrimenti ti lascio ai miei amici. Allora, questa birra da che parte sta? Riesci a dirmelo tu, Dolly?”
Le porse il boccale, colmo, scuro e schiumoso. Restò ferma e in silenzio.
Poi prese in mano il bicchiere e bevve un sorso. Quando in bocca, insieme al sapore ferroso e dolce del sangue Dolores sentì avanzare quello del caramello e del malto, ed ebbe come l’impressione di aver appena mangiato un pezzo di cioccolato al latte, mentre le lacrime continuavano a scenderle inarrestabili lungo le guance si ritrovò a ridere disperatamente.
Come se fosse un gioco.

(Play now)

Domenico Caringella

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6 Responses to IRISH COFFEE

  1. Massimo Vaj says:

    Nella finestra aperta dal link cliccare sulla scritta verde “download” e si scaricherà il cd: Pete Seeger – The Essential
    https://rs464l35.rapidshare.com/#!download|464dt|175986125|Pete_See_kER.rar|96389|R~1B9915B9B0EE17F118DB152CA3364EC5|0|0

  2. Massimo Vaj says:

    Il link deve essere copiato e incollato nella sua interezza, non solo la sua parte in azzurro.

  3. Massimo Vaj says:

    Questo link è per il dvd del concerto a Dublino di Springsteen:
    http://fileserve.com/list/J2KwZZ5
    oppure
    http://www.filesonic.it/folder/7580771

  4. corpo 10 says:

    Questo racconto è molto bello. Sinceramente ha qualcosa a che fare con la vita è bella di benigni

  5. Canallegri says:

    Con la vita è bella? Da che punto di vista?

  6. Massimo Vaj says:

    Dall’unico disponibile, quello di un non vedente che ci sente anche poco… 😀

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