Carta taglia forbici – 1

Parte prima – i paragrafi della terza persona
Parte seconda – i monologhi della prima persona
Parte terza – i dialoghi delle persone

a C. D. G.

Parte prima

Mio padre era un coglione solitario e barbaro;
ebbro di delusione, solo davanti alla tele,
rimuginava piani fragili e molto bizzarri,
poiché la sua grande gioia era di vederli fallire.

Michel Houellebecq

Potrei, con l’andare del tempo, imparare che cosa si
può farne, di questa materia di vita slegata e vagante,
tanto più consapevolmente e scrupolosamente, nella narrativa.

Virginia Woolf, Diario di una scrittrice

Una grande città dell’Europa occidentale

Lui e lei stanno insieme da cinque anni. Vivono in un bilocale, in un palazzo con l’intonaco scrostato costruito cinquant’anni prima quando la strada di fronte era campagna. Lei è più alta della media delle donne del suo paese e più bella di tutte le donne che lui ha incontrato nei suoi 30 anni di vita. Lui non è mai riuscito a laurearsi e ha sempre trovato lavori che non gli piacciono. Lei si chiama Francesca e lui Lucio.
Lui ha la pancia e lei no. Lui desidera un figlio e lei non lo sa. Sono riusciti a ottenere un mutuo da una banca, ma non hanno le idee chiare su come andranno le cose. L’hanno fatto perché non trovavano un motivo valido per non farlo.
Lei lavora in una boutique, è laureata in Farmacia e ha alle spalle vari master e corsi di formazione in erboristeria e fitoalimurgia. Lui non ha mai smesso di fumare e lei non ha mai iniziato veramente. Però a entrambi piace bere. Lei preferisce il vino bianco, lui beve quello che c’è. Fanno l’amore quasi tutti i giorni, ma a volte lei non ha voglia e a volte lui non ci riesce. Lo fanno in tre posizioni: hanno sperimentato per anni tutta un gamma di incroci e divaricamenti, ma le tre posizioni che preferiscono sono: la posizione del missionario, la pecorina e la pecorina a 180°.
Una volta ottenuto il mutuo, Lucio e Francesca hanno impostato le loro priorità. Non avevano progettato nulla prima perché era impossibile. Una volta che la casa era sicura, lui e lei hanno parlato di altro, del resto. Per essere una famiglia avevano iniziato piuttosto bene. Ora avevano la casa, la cucina, il divano, un mobiletto nel soggiorno pieno di alcolici, una grande libreria nel corridoio. Quindi mancavano soltanto i bambini e la macchina. Un amico di Lucio stava per sbarazzarsi di una piccola utilitaria, colore giallo senape, anno d’immatricolazione sconosciuto. Un pomeriggio che avevano deciso di passare a casa bevendo caffè e guardando il vicino che scavava buche per i sette nani nel giardino di fronte e parlando delle loro cose, un’amica di Francesca le chiese se avesse intenzione di rimanere incinta. Lucio tornò a casa dal lavoro guidando la Ford Fiesta giallo senape. Francesca sciolse i capelli e giocò con l’elastico, prima di rispondere all’amica. Lucio parcheggiò nella parallela della strada di casa, spense il motore e s’accese una sigaretta. Francesca guardò l’amica negli occhi, più o meno come faceva quando aveva qualcosa di importante da dire. Lucio gustò il fumo azzurrino e l’odore dei sedili, poi aprì la portiera e uscì. L’amica, che era una persona molto sensibile alle variazioni emotive degli altri, capì all’istante quello che c’era da capire e chiese a Francesca quando l’aveva scoperto. Lucio, attraversate le strisce, si fermò per un paio di secondi sul marciapiede, di fronte a un muro che non circondava più niente, e vide un gatto grigio che strofinava la pancia su un mattone. Prese un’altra sigaretta e la accese. Francesca raccontò all’amica della prima visita ginecologica, della crisi bulimica che seguì, dell’impossibilità che Lucio capisse quello che lei aveva intenzione di fare e della seconda visita ginecologica in cui le dissero che era solo una gravidanza isterica, nient’altro.
Quella sera Lucio sparì. Ciò che accadde esattamente fu che lui scomparve e lei rimase nella stessa posizione in cui si trovava dal pomeriggio, con un paio di pensieri che le tagliavano il fiato.

Una grande città lontana dall’Europa occidentale

Lui e lei si sono incontrati a una festa organizzata dalla comunità omosessuale. Il motivo: un politico conservatore aveva fatto outing sui giornali, nelle televisioni e infine con una confessione dettagliata pubblicata su youtube, e uscendo allo scoperto aveva costretto il suo partito ad ammettere che i matrimoni tra omosessuali non erano un pericolo per la società, ma che neanche si potevano iscrivere nella lista delle cose urgenti da fare, ma che comunque al prossimo congresso del partito se ne sarebbe parlato.
I militanti del fronte per i diritti umani e quelli del partito rivoluzionario transgender e quelli della coalizione omo/lesbo si erano incontrati in una grande sala di un hotel, affittata per l’occasione con il denaro della campagna di finanziamento. Ai festeggiamenti erano presenti molti vip e vari personaggi pubblici tra cui tre giornalisti, un giudice, venticinque attori, dieci attrici, trenta registi (di cui otto lavoravano nella televisione, sette nel cinema e quindici in teatro), moltissimi addetti ai lavori del settore moda, due scrittori, tre sceneggiatrici, un maratoneta, e molti, molti altri.
Solo alcune ore dopo la mezzanotte fu chiaro che la maggioranza dei presenti al party non erano omosessuali, ma solo uomini e donne sensibili alla causa dei diritti.
Ciò non privò un cameraman della possibilità di filmare un’orgia piuttosto assortita nella quale si diedero da fare gli omossessuali, le lesbiche, i trans, gli eterosessuali, i pochissimi politici presenti, i bisessuali fasulli.
Liz e Michael rimasero in disparte. Lei aveva le sue cose e non le andava di condividerle con degli estranei. Lui era ubriaco fradicio e questo bastava per tenerlo fermo alla finestra, una grande finestra con vista su un parco. Lei si avvicinò all’uomo pensieroso. Lui non la degnò nemmeno di uno sguardo. Lei ne fu contenta, visto che alle loro spalle un centinaio di persone penetravano e si facevano penetrare.
Rimasero fermi davanti alla grande finestra con vista sul parco per molto tempo, forse un’ora, forse meno. Lei decise di rompere il silenzio chiedendo all’uomo silenzioso se gli andasse di bere qualcosa. Michael pronunciò il suo nome. Fatte le presentazioni, Liz andò a prendere da bere, cercando di non fissare i corpi nudi che si avvinghiavano sul pavimento della sala. Però non ci riuscì. Vide molti peni e molte vagine, molti seni e moltissimi culi. Tante lingue e pochi vestiti. Il suono della sala assomigliava al rumore dell’acqua in piscina nell’ora di punta, quando cinquanta persone decidono di condividere le loro bracciate e i loro stili imperfetti, fondendo tutti insieme i loro affanni e i suoni prodotti dai corpi e dall’acqua che schizza.
Sì, sembrava proprio una piscina.
Quella notte Liz e Michael non fecero sesso. Lei era satura, piena di immagini in cui qualcuno entrava in qualcun altro, e non le andava proprio. Lui era talmente ubriaco che si fece accompagnare a casa da Liz, e sbattendo la testa sul fondo del tettuccio nel tentativo di uscire, le disse, bella festa però.
Lei si sposò qualche mese dopo con un dentista, il suo dentista, l’uomo che l’aveva penetrata cinque volte l’anno da quando lei ne aveva sedici. Lui continuò a bere, a frequentare party che finivano col macchiare il pavimento di qualche hotel, a sbattere la testa uscendo da macchine più grandi della sua, a consolidare l’idea che la vita poteva essere vissuta così.

Marco Lupo

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7 Responses to Carta taglia forbici – 1

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  2. riccardo fraddosio says:

    Molto bello, complimenti. La narrazione sembra coincidere con uno sguardo dall’alto, che nei momenti di tensione si abbassa in picchiata ed entra nei personaggi con estrema capacità analitica. Queste righe mi hanno lasciato una sensazione che non sarei in grado di definire: di amarezza, forse, per il risvolto di imprevedibilità che prende quasi sempre l’esistenza umana. Rimango con la curiosità di leggere altro.

  3. Massimo Vaj says:

    È il genere di scritti che suscita una seria considerazione: di certo chi ha scritto una cosa così deve essersi ritrovato a pensare che non sarebbe riuscito a scrivere altro, prima di buttarsi, a testa in giù, dal balcone del convento in cui l’hanno violentato, tra una messa e l’altra, per tutta la durata della quaresima…:D

  4. Massimo Vaj says:

    Si deve riconoscere, in compenso, che lo sguardo dall’alto che si abbassa in picchiata entra in profondità nei personaggi, dal loro pertugio anal-ittico, con una facilità che a saperlo prima uno, al posto dello scrittore, avrebbe fatto il proctologo… 😀 😀 😀

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