Ognuno pianga il suo Male

Venerdì 7 ottobre, dopo quasi un anno di battage pubblicitario a fasi alterne, arriverà in edicola “Il Nuovo Male”.
Nuovo perché nuova è la direzione e nuova (o almeno in parte) è la scuderia di autori che ne faranno parte, sebbene – giurano i promotori dell’iniziativa Vauro Senesi e Vincino – a garantire la continuità col passato del giornale sarà la satira pungente delle origini.
E c’è da dire che se in tanti hanno salutato con entusiasmo il ritorno di quella che è stata una delle riviste più rivoluzionarie che la stampa italiana abbia mai avuto, perché assurta – e a ragione – allo status di leggenda per il modo in cui, in soli cinque anni, è stata capace di reinventare un genere, scandalizzare, divertire con trovate geniali nella loro consapevole follia, restano numerose le riserve su quella che sembra solo un’operazione furbetta che sfrutta un “brand” di successo.
Sì, perché nella sua parabola brevissima e intensa che ha cavalcato la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, “Il Male” ha fatto da apripista a un nuovo modo di fare satira, consentendole di uscire dall’angusto recinto di un umorismo macchiettistico nel quale questa era relegata da sempre e facendone uno strumento utilissimo per interpretare lo spirito del tempo.
Un’esperienza figlia di una stagione piena di contraddizioni, dove a regnare erano poteri occulti e violenza ma anche un fermento creativo senza precedenti, quello stesso fermento che ne ha accomunato i protagonisti, riuniti in un’unica redazione da favorevoli congiunture del caso. E non meraviglia che la sua influenza sull’immaginario collettivo sia stata così potente da innescare, negli anni, numerosi tentativi di emulazione: “Tango”, “Cuore”, “Boxer” sono solo alcune delle testate che ci hanno provato, senza però essere mai capaci di eguagliare l’acume e la causticità di quel ‘manipolo di ragazzi terribili’ che fece di questa rivista un prodotto unico nel panorama editoriale e culturale italiano.
Ora il giornale ritorna per iniziativa di Vauro Senesi e Vincino, sue firme storiche e attori assai presenti nella satira italiana, che negli anni hanno però preso strade parecchio diverse: perché, se dell’onestà intellettuale di uno come Vauro – senza dubbio uno dei piùquotati autori italiani di satira – è difficile dubitare, alla luce delle scelte fatte in passato, lo stesso non può dirsi di Vincino.
Dopo essere fuoriuscito dall’esperienza de “Il Male” – condivisa con autori del calibro di Andrea Pazienza, Stefano Tamburini, Pino Zac, Filippo Scòzzari, Tanino Liberatore e molti altri – l’autore palermitano gravita ormai da anni in galassie ben lontane, essendo a libro paga presso “Corriere della Sera”, “Vanity Fair” e, last but not least, “Il Foglio” di Giuliano Ferrara.L'unico Male di Vauro e Vincino Sarebbe dunque interessante comprendere le ragioni che portano uno come Vincino a intraprendere quest’avventura editoriale. A tal proposito, un’istruttiva intervista di qualche tempo fa rilasciata al sito della casa editrice Apogeo, può forse aiutarci a dissipare le residue perplessità. Alla domanda: «La satira dovrebbe essere uno strumento di lotta politica o uno strumento artistico?», il nostro non ha dubbi: «Assolutamente uno strumento artistico. (…) L’autore di satira che lavora solo come un combattente contro il nemico, fa un disastro, secondo me».
Insomma, schierarsi è bene, non schierarsi è meglio.
Ai lettori l’ardua sentenza, ma questo “Nuovo Male” sembra a tutta prima solo una studiatissima operazione di marketing, che nulla ha dello spirito genuino e spontaneo di un tempo. E come potrebbe, del resto?
“Il Male” è nato da una serie di contingenze storico-sociali irripetibili; ha assorbito e rielaborato la lezione delle avanguardie (a partire da quella situazionista), dell’ala creativa del Movimento del ’77, e ne ha declinato in modo unico le linee guida facendo della satira un efficace strumento di lotta politica e di manifestazione del dissenso.
Ora, non si discute l’esigenza, pienamente legittima, di creare un giornale di satira in un Paese che, ora più che mai, ne avrebbe un gran bisogno.
Ma partire da zero, creando un prodotto totalmente nuovo – a cominciare dal nome – non sarebbe più onesto che lanciarsi in goffe operazioni di riesumazione che hanno come unico obiettivo un dubbio ritorno di immagine?

Lucilla Chiodi

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