Manganelli e il viaggio: il sogno e la massa

È diffusa usanza dei popoli occidentali organizzare e/o partecipare a viaggi organizzati – catastrofiche gite, famigerati eventi fantozziani che raggruppano una decina una ventina una quindicina di infelici e li sbattono in qualche città d’arte (che, possibilmente, sia irraggiungibile con mezzi più comodi d’un autobus privo di ammortizzatori e sedili) dove dovranno fare una maratona per vedere ogni dettaglio possibile di altari secenteschi, di ciabatte corinzie o sospensori atzechi. Sempre che, costoro, in vena di elargizione, non si siano svenati per venir sistemati su navi da crociera lussureggianti di profferte lubriche e quasi puntualmente disattese.

Questo si chiama “turismo”. Nell’Ottocento si aveva un concetto diverso del viaggio (penso ai viaggi in Italia di Goethe, Sade, Nietzsche, Dumas…) e anche negli anni ‘60 il viaggio era motivo di crescita e scoperta. Solo nei nostri anni ‘80 e soprattutto ‘90 è mutato. Forse solo il XXI secolo muterà l’orizzonte degli eventi di questo buco nero.
Ora si viaggia alla velocità con cui si starnutisce, le vacanze durano meno e di conseguenza devono essere più intense e, insomma, se trenta o quaranta o cinquanta anni fa in un mese ripercorrevo l’antica Via della Seta, adesso in una settimana perlustro tutte le chiese d’Olanda. Ovviamente ognuno in cerca del proprio paradiso.
Questo si chiama, anche, “consumismo”. Il nostro tempo, rassegnamoci, è costellato di mollicci tedeschi e sudaticci francesi e giapponesini stantii che guardano la chiesa di San Silvestro all’Aquila (o quel che ne è rimasto) senza comprenderne l’intrinseca grazia.
Ma c’è un’eccezione che si chiama Giorgio Manganelli. Scrittore misantropico noto – forse ingiustamente – per la sua battuta «Non l’ho letto e non mi piace» a proposito del libro d’un collega, di cultura ciclopica, nemico di tutto ciò che aveva a che fare con la gente e con ciò che pensava la gente. Manganelli ha condiviso con Alda Merini alcuni anni di amore maniacale e da questa esperienza sembra che l’intera sua narrativa sia stata influenzata e per sempre cambiata. O forse no: i suoi estimatori, probabilmente, rigetterebbero in toto questa ipotesi. Nel suo intervento contenuto nel libro collettivo del Gruppo ‘63, Manganelli parla del valore fondamentale del libro (che non è romanzo, si noti bene) che è l’ilare leggerezza della menzogna. Come Calvino, anche in Manganelli l’interesse primario era per la metafora, per il linguaggio in sé. Paradossi, un certo narcisismo intellettuale e un sano malessere esistenziale che lo spinse a percorrere l’Oriente in lungo e in largo.
Risultato, invece, dei viaggi in Italia è La favola pitagorica (Adelphi, 2005). Qui traspare la sua orgogliosa avulsione dalle masse di turisti che si polverizzano saltando da un museo a una chiesa: secondo lui quello non è viaggiare. E disprezza aristocraticamente il concetto stesso di museo: un supermarket dove Braque è affiancato al Bronzino come la carne in scatola Vaccaburrata al tonno Scannamerluzzo.
Manganelli, attraverso queste sue pagine di reportage letterari di viaggio, sembra dirci che nulla è viaggio se non ciò che scopriamo. Ed è proprio questo il messaggio: conservare la curiosità e l’individualità del senso della scoperta anche se tutto va ammassandosi in edifici sterili e squallidi (come non pensare alla leggendaria diatriba sugli Uffizi: un architetto giapponese voleva coprirli con una tettoia da autolavaggio di provincia. Probabilmente, se Manganelli fosse stato ancora vivo, l’avrebbe ucciso con una biro). Anzi, proprio perché la “mediocrazia” è giunta a comandare sfere come quelle dell’arte e del bello, e che capolavori sublimi vengono accatastati in aule sorde e grigie, Manganelli cerca di stimolare il lettore ad andarsi a cercare le primizie e le rarità che sono sfuggite alle guide turistiche.
Di essere il pioniere della propria meraviglia. E questo nobilita tutti noi: il messaggio è che tutti possiamo – in potenza – diventare raffinati fruitori di capolavori, ma che solo pochi di noi diverranno l’atto di quella potenza. La massa non conosce: il gregge si lascia guidare. Solo pochi, i migliori, gli aristocratici (in senso etimologico), hanno accesso alla bellezza: non per nascita, non per censo, ma per la propria predisposizione naturale. Per la loro congenita curiosità.
Manganelli è la metafora dell’uomo qualunque che, però, nobilita se stesso strappandosi alla mercificazione e alle pianificazione delle esistenze, degli incantamenti e dei sogni.
Insomma, niente di meglio se si cerca un’idea per viaggiare oltre il proprio personale estero casalingo.

Antonio Romano

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17 Responses to Manganelli e il viaggio: il sogno e la massa

  1. Massimo Vaj says:

    Nessuno meglio di un viaggiatore sa che le scoperte rese possibili dal viaggiare sono già contenute, in fieri, nel viaggiatore e non nell’atto del trasferire il proprio culo dal divano di casa a qualsiasi altro sedile. Non ha senso prendersela con i mediocri quando si è mediocri, figurarsi se si facesse parte di un’élite. Ognuno viaggia secondo ciò che riesce a immaginare del proprio voler conoscere, ed è insensato assegnare al muoversi per lunghe distanze valori che stanno sotto casa, e che non sono quelli del buon gusto estetico né del culto della propria personalità malata.

  2. Ok ragazzi è ora di venire allo scoperto ed ammettere le mie responsabilità, Massimo Vaj è un bot da me creato seguendo alcuni spunti trovati nei diari perduti di Alan Turing. Da principio doveva servire come esperimento di interazione uomo-macchina producendo commenti di natura speculare in maniera del tutto automatica, in modo da stimolare reazioni ed interazioni destinate a scontrarsi contro se stesse. L’intero progetto era finanzianto dalla NSA nell’ambito di un programma di literary warfare e net propaganda. Si pensava di usarlo per far collassare i sistemi di monitoraggio ed influenza della Rete messi a punto da governi autoritari.
    Ma qualcosa dev’essere andato storto, cosa non sappiamo. I miei colleghi sono tutti morti, e resto io soltanto, isolato in questa base militare da qualche parte nell’Artico.
    Vaj ha bisogno di me per poter rimanere in funzione, ma è riuscito a prendere il controllo.
    Sto scrivendo questo sos approfittando di un reboot del suo file system, ho bisogno d’aiuto…fate qualcosa…OMG credo che lui sia qui…il reboot sarebbe dovuto nfinire tra dieci minuti…lui è qui…ahhhhrgghhhhhhhhhhhgasdfklfhsildfhsckunsewoihufwer8er98374tp568W34&/%65HJADSFH

  3. scrittoriprecari says:

    Oddio, equipaggio: mi sentite? Equipaggio! 😀
    S.

  4. crrrrzcracracr n avvicinat creczrczcrcz ricoloso crcxaccxaxxcaxaxcax aiuto zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz

  5. scrittoriprecari says:

    Vi abbiamo persi…
    S.

  6. Esterno, giorno, tempesta artica: un gruppo di persone in mimetica artica scende dalla nave rompighiaccio e si dispiega sulla gelida superfice del pak, proprio di fronte ad una serie di costruzioni in cemento armato.
    Sergente Ghelli [risoluto]: “Liguori Coffami controllate il perimetro non sappiamo a cosa stiamo andando incontro e le sorprese non mi sono mai piaciute. [Liguori e Coffami si avviano lungo il perimetro della base] Piccolino cerca di ristabilire i contatti con gli occupanti della base, ora non dovremmo più avere interferenze! [Piccolino cerca di sintonizzare la radio da campo] Nacci tu smettila di filosofeggiare insieme al tuo degno compare e portate qui le vostre chiappe, se proprio devo avere degli intellettuali [sputa per terra] nella mia unità è meglio che non siate in giro a far danni!”

  7. scrittoriprecari says:

    E si formò un universo parallelo (Pascoletti: tui che ne sei rimasto estraneo, aiutaci!)
    S.

  8. scrittoriprecari says:

    Aspè

    SG

  9. Massimo Vaj says:

    La cosa migliore che può accadere a un bot è di essere l’esatta copia di un eroe dei fumetti, non importa se buono o cattivo, che una mediocre intelligenza, mescolata a un gusto estetico approssimativo, ha messo al centro del campo in cui sono scese le proprie aspirazioni, avvezze alla mortificazione. È così che nel bot si concentrano tutte le aspettative che il suo creatore sa di non poter trasferire dalla condizione virtuale all’attualità che lo riguarda personalmente.
    È, questo, l’unico caso in cui il creatore è minore della sua creazione; di solito ogni causa è maggiore degli effetti che origina, ma l’eccezione tende agguati a qualsiasi cosa, persino alla mediocrità, dandole eccezionalmente modo di migliorare pur non volendolo, almeno in una delle azioni sgradevoli compiute. In effetti il compito di un bot è quello di svolgere funzioni che il suo creatore non è in grado di assolvere… 😀

  10. matteoplatone says:

    ma io so fascio, bannamo i troll dopo che hanno preso come nick “Antonio Gramsci”.

  11. Massimo Vaj says:

    Matteo vuol farsi passare per uno che ha capito quello che ho scritto… che tenero…

  12. Ah., no, ma se è più lungo di una riga non lo leggo più ormai.

  13. Massimo Vaj says:

    Èd è un bene, perché un pescatore di rane ha l’obbligo di cambiare attrezzatura se decide di pescare il luccio… Azz! ho ecceduto la singola riga 😀

  14. Massimo Vaj says:

    Quando qualcuno non è in grado di intendere ciò che scrivo, si difende in tutta fretta accusandomi di essere un troll, comportandosi così in modo analogo a quello di berlusconi quando incolpa i magistrati di essere prevenuti nei suoi confronti, nella volontà di accanirsi contro un putto del tutto candido. È accaduto, in un forum, che un fascista dichiarato affermasse, quasi in lacrime, di volersene andare da questo paese corrotto. Io gli ho dato dello stronzo, non perché volessi farlo restare, ma perché uno che ha votato questo governo deve solo tacere. Lui, siciliano, mi ha risposto che il lavoro l’ottenne per intercessione mafiosa, e che ha dovuto dare loro il voto perché altrimenti l’avrebbero messo in mezzo a una strada ma che, in ogni caso, lui era individuo di destra e nulla al mondo gli avrebbe modificato i valori. Il forum è insorto, accettando le sue giustificazioni, e mi ha bannato. Non una sola voce di quelli che stanno ideologicamente a sinistra si è alzata per esprimere un’opinione. Purtroppo questo è un mondo di vili che acquistano coraggio solo quando c’è da dare il colpo di grazia a un moribondo, e questo discorso è valido anche per la sfera intellettuale nella quale alcuni di voi, precari oppure no, si gingillano come beati innocenti. Per intercessione divina ai moribondi viene spesso fame. Speriamo che a me passi…

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