Quand’è che la paglia piglia fuoco

Ròba che poi vallo a capire, facile mica, il momento — se c’è stato un istante preciso, alla fine, determinabile e inequivocabile — in cui è scoppiata la scintilla, e la paglia, insomma, ci siamo intesi.
Perché no, non può darsi, non ci arrivo a una spiegazione razionale, fàmmici riflettere, dovrei adoperarmi in una ricostruzione che si prenda la briga di escludere la follia, il clàc dell’accendino in un pomeriggio di quiete campestre, tutto nella norma, come un qualsiasi altro pomeriggio pretemporada, gli schemi difensivi sul campo d’allenamento, Manuel Preciado — uomo canuto, sapienza e baffi madidi di sudore — la spartizione delle pettorine, il sacco coi palloni nuovi, Manuel Preciado con in mano la bacchetta, come un direttore d’orchestra, i segni sull’erba, movimenti come d’oboe e di timpano: capito com’è, spiega, in intimità, che Canella e Gregory stringono, Rivera retrocede, Jorge chiude, Javier taglia, facciamo così, faremo così quando dovremo mettere il risultato in banca.
Forse lì, ecco, in quell’allegoria innecessaria, lì c’è l’origine del baluginio d’inferno ceruleo negl’occhi, senza preavviso, nemmeno una twitterata preventiva, #stoperfareunacazzata, #jmj15-m, la testa che si volta in uno scatto di falco che punta la preda, la rincorsa breve, il baricentro basso, come s’usa per tirare un calcione, un calcione alla palla, e l’allenatore colpito in pieno, in pieno sul faccione ingordìto, pasciuto, prima di

dillo ancora, se sei capace
ma sei scemo?
dillo ancora, su, non fare il prezioso
ma io guarda…
RIDILLO CAZZO!

E allora sì che Canella con Gregory che stringono, Rivera che retrocede, Javi ma che dannaz—, Jorge che chiude il compagno in un abbraccio a tenaglia, buono Javi, Javier che si divincola, mica indignato, più incazzato tucùrto, sputa per le terre e via verso lo spogliatoio, mentre Manuel

stai a vedere se tu mi sa che questo mese il bonifico…

(una reazione ancora, più violenta, e di nuovo lo stupore)

oh ma questo è parti—
BONIFICO UN EMERITO CAZZO, FICCATELO IN CULO IL TUO BONIFICO,

che è un attimo, davvero, non ci vuole molto: quello che segue è l’irreparabile, uno squillo di cellulare, state a sentire questo gl’ha dato di volta il cervello, convocatelo negl’uffici.
Dirigenti in vena di paternali, Javier che cosa ti passa per la testa, Javier che non costringerci a licenziarti, Javier che una promessa come te, dài, è un gran peccato no?

Non te lo scegli, il tempo storico in cui sei immerso mani e piedi, Javier, non lo scegli tu; e faresti meglio a non togliertelo dalla testa che è lui — piuttosto — a venirti a cercare, ad afferrarti per la collottola, a trapanarti le chiappe, entrarti nelle viscere. Ti ci ritrovi immerso, nel tuo tempo, nei tuoi spazi, l’ispagnuolo in Ispagna e il birmano in Birmania, lucido eppure disorientato, come il naufrago nell’oceano deserto, intorpidito al risveglio per il troppo sbracciarsi, per la struggenza d’un annaspare singhiozzante: non ricordi nulla di quel che era prima, e le speranze su quel che verrà dopo, beh, quelle poi—.
Mille euro, averceli mille euro in Birmania sai che sciallo, Javier, ce lo dicevamo tra l’effervescenze d’una Estrella, mentr’invece in Europa, ah l’Europa calda e allo stremo, ti ci è arrivato mai il pensiero, cosa succederebbe se anziché l’Euro avessimo cani, o bonbòn, o caldarroste a reggere l’economia, come in quella poesia di Catalano: quante caldarroste dovremmo guadagnare, quanto in caldarroste?, per essere davvero felici? Te la immagini, la Bonbonzòna?
Javi, felice, ecco: felice proprio no, non lo era.

E questo cosa significherebbe, adesso?
(Javi porge un mazzo di chiavi)
Significa che la vostra fottuta macchina non la voglio.
Javier, ascolta figliolo…
Ascolta un cazzo. Non. La. Voglio. Te le pigli o no ste cazzo di chiavi?
Stai superando ogni limite, davvero, non si sputa così sul—
Pallone. Una volta, forse, il divertimento. Adesso più la palla mi rimbalza sugli stinchi, più capisco che qua è tutto marcio, siete tutti marci, e l’entusiasmo, oh, l’entusiasmo io non mi viene più, ecco.
Javier, ragioniamo. Cal-cia-to-re. Capisci? Fa rima eppure non fa rima con muratore, saldatore, fresatore. E lo stipendio è dieci volte più corposo (lo sarebbe anche se i salari fossero fissati in ravanelli). Sai quanti vorrebbero il tuo conto—
Ecco, conto. Parliamone. Io non conto, non ho nessun conto, io. Per cosa, per permettere alle banche di speculare sul mio denaro? Liquidatemi qui e ora. Contanti. Con tanti. Saluti.
Liquidazione? Voglio dire, stai per caso rassegnando le tue—
Dimissioni, sì.

Di missioni Peter Thiel ne ha intraprese, ne intraprende e ne intraprenderà, una al giorno, se necessario: lui sì che ha le palle, fuori e dentro al sacco, come agli allenamenti dello Sporting di Gijòn.
Peter Thiel magari non lo conosci, col calcio non c’entra troppo: è il tizio che s’è inventato Paypal e che un giorno di questi, un’agostata da bollino rosso a Bologna e Firenze ha proposto facciamo delle isole, ha proposto, delle isole in cui non si pagano le tasse, non c’è welfare, non ci sono regolamentazioni, si commerciano armi e in generale si fa un po’ il cazzo che ti pare.
Peter Thiel, magari non lo conosci e chi lo sa se ti sta simpatico, ha proposto e poi facciamo che ce lo scegliamo noi, il sistema di governo che più ci piace; ha usato proprio questo verbo, piacere, in relazione a questo sostantivo, governo, che è un po’ una contraddizione in termini, nella nostra epoca, o quantomeno una cooccorrenza bislacca, una collocazione ardita.

Peter Thiel che magari non lo conosci ma t’è venuta voglia di, dì la verità: anche a Javi, in quei giorni di asserragliamento nell’appartamento, tutti a volerlo intervistare, è venuta la curiosità; e allora s’è messo a studiarsi la faccenda, perché quando non hai un punto di vista ben formato ti resta poco da scegliere, ti tocca leggere e tenerti informato di tutto. Gl’è sembrata addirittura bellèrrima la frase Sogniamo di dare alle persone la libertà di scegliere il governo che desiderano invece di venire schiacciati dai governi che hanno, a Javi; anche se poi non era a quel mezzo-paradiso-di-benessere-condiviso che sognava Javi, che si riferiva Peter Thiel, c’è da crederci.

Javier se gli danno del comunista vedi come s’infuoca; se l’apostrofano fondamentalista pure: in ritiro alternava Il Capitale col Mein Kempf, perché alla fine è contro il sistema, lui, mica solo rossi o neri: è antitutto, Javi.
Che si gratta la cute sotto i ricci quando la sente tirare, e sentissi come tira ogni volta che sta per dire come la pensa davvero, senza freni inibitori, senza formule preconfezionate e politically correct: dovremmo dar fuoco a tutte le banche e far volare qualche testa, dice Javi, ch’è mica indignato — vaglielo a chiedere, che ne pensa degl’indignados: una lavata di faccia pel sistema capitalista, anche se il sapone non le porta via, tutte le brutture, ci vuole il vetriolo, o la carta vetrata —, ma incazzato davvero, incazzato come non avevi mai visto un giocatore di calcio incazzato, nemmeno Pasquale Bruno, neppure Vinnie Jones.

Javier Poves detto Javi c’è stato un tempo in cui faceva il terzino per lo Sporting Gijòn B, una squadrucciola delle Asturie, l’avevano pure messo in rosa della formazione maggiore; ma poi gl’ha dato in escandescenze la zucca e niente, ha deciso di ritirarsi con gran polemiche, di dimettersi, perché il calcio è capitalismo, e il capitalismo è morte: fa quasi venire un brivido, chiudere il sillogismo, anche se poi qualcuno sorriderà, Javi continuerà a incazzarsi, qualcun altro — qualcuno che ha capito tutto, del mondo — bofinchierà che son segnali, questi del crearsi le isole e dei calciatori che danno di matto: quando la paglia piglia fuoco per autocombustione è perché tutt’attorno c’è dello stabbio ben fermentato, dicono, mica no. Mica no.

Fabrizio Gabrielli

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